Lo Stato forte dei liberisti e le tattiche sovraniste

Dal 24 febbraio scorso non solo molti governi e molte forze politiche sono rimaste spiazzate davanti all’aggressione russa all’Ucraina, ma pure la destra intransigentemente sovranista che, almeno fino ad...
Steve Bannon e Marine Le Pen, qualche anno fa...

Dal 24 febbraio scorso non solo molti governi e molte forze politiche sono rimaste spiazzate davanti all’aggressione russa all’Ucraina, ma pure la destra intransigentemente sovranista che, almeno fino ad allora, aveva avuto più che dei rapporti amichevoli con Vladimir Putin e il suo comitato di affari plutocratici.

Intervistato da Corrado Formigli su La7, Steve Bannon, divenuto in tarda età uno dei maggiori esponenti della destra estrema americana, per un certo periodo consigliere di Donald Trump alla Casa Bianca, ha tuonato contro la guerra, ha biasimato il governo russo ma, principalmente, si è scagliato contro l’Unione Europea e contro la NATO.

La giustezza di alcune critiche finisce ancora prima di avere un senso, nel momento in cui l’ideologo dell’estrema destra trumpiana fa appello al sovranismo per spazzare vie le élite della politica del Vecchio Continente, tentando di mostrare sé stesso e quell’ex presidente che è certo ridiventerà tale nel 2024 come dei paladini del popolo, come i veri sostenitori degli interessi dei lavoratori e delle classi meno abbienti.

Bannon fa propaganda sempre, non solo come ogni politico consumato, ma come ogni politico neonazi-onalista che sfrutta i risentimenti sociali delle classi più disagiate per arrivare nuovamente a piazzare le pedine del sovranismo nei posti di potere. E questa è una delle voci della destra radicale, quella che ha applaudito, sostenuto e difeso l’assalto dei propri sostenitori a Capitol Hill. Una destra eversiva, indubbiamente antidemocratica, xenofoba, razzista, omofoba, antisemita al punto tale da essere la più vicina alle fantasie di complotto targate QAnon.

La posizione di Bannon, dunque, sulla guerra è: bisogna fermare Putin e il suo governo criminale sospendendo subito ogni acquisto di gas e petrolio. Subito, senza alcun timore. Subito, immediatamente. Dall’oggi al domani. Soltanto così l’autocrate russo capirà che l’Europa fa sul serio. Gli Stati Uniti – a suo dire – non hanno interessi dirimenti in questo conflitto, lo vivono come un conflitto molto più lontano di quello che l’ex capo stratega della Casa Bianca trumpiana individua nella frontiera col Messico e nel rapporto tra americani bianchi e ispanici che premono ai confini.

La destra americana, pertanto, non fa mistero di condannare la guerra di Putin, Putin stesso che sta diventando troppo ingombrante per poter essere ancora un amico fidato con cui dialogare e, soprattutto, per far rieleggere Trump nel 2024: prospettiva che diventa di giorno in giorno meno impossibile e sempre più probabile vista la debolezza politica interna, ed anche fisica e mentale di un Biden che appare non all’altezza di riconfermarsi presidente.

La destra europa, invece, come si comporta nei riguardi del conflitto? Diversamente da Bannon, Giorgia Meloni sostiene una linea atlantista, si schiera con il PIS polacco invece che con Fidesz di Orbán; sostiene ovviamente l’invio di tutti gli armamenti possibili per fermare Putin e il suo sogno imperialista, mentre Matteo Salvini è più tiepidamente morbido.

Il no alla guerra si accompagna, per il leader della Lega, ad un “lavoro per la pace” che non gli è riuscito fino ad ora molto bene: a cominciare da quell’incontro con il sindaco della città di Przemysl. Critica le sanzioni contro la Russia, ma rimane – a differenza di altri leader sovranisti – su una specie di neutralismo politico in attesa degli eventi.

In Francia, a ridosso del voto di ballottaggio delle presidenziali, Marine Le Pen, facilmente accusabile di rapporti con banche russe, con Putin stesso e con il suo entourage, si smarca facendo sfoggia della sua patriottica storia familiare (senza sconfinare troppo nei paterni ricordi…) e soprattutto nel rinnovamento di un nazionalismo che inquieta più della metà della Francia ma che seduce buona parte di un elettorato stanco proprio di quelle élite citate da Bannon.

Ciò che ancora unisce tutti i neofascisti e sovranisti d’America e d’Europa sono, alla fine, i vecchi legami su battaglie storiche del più becero conservatorismo nazionalista.

Il programma di Marine Le Pen non è difforme da quello di soggetti politici italiani, ungheresi, polacchi e persino russi (oltre che statunitensi, si intende…) che formano una internazionale nera sempre pronta a riproporsi sull’onda del malcontento popolare causato dall’estrema povertà che il liberismo non è in grado di gestire e che approfondisce i solchi tra le classi, crea masse di nuovi indigenti e, al contempo, non fornisce alcuna garanzia sociale per limitare questi danni che patiscono in particolar modo le giovani generazioni.

La destra sovranista, dunque, appare divisa sul fronte della guerra ma sempre accomunata dalle piattaforme politiche nazionaliste declinate paese per paese: la contingenza bellica impone per i leader dei partiti di estrema destra una riconsiderazione di alcune posizioni concernenti i rapporti tra le “patrie” e l’Unione Europea.

Per Bannon e quelli come lui, è opportuno pure, come è stato fatto per non essere successivamente accusati di aver sostenuto il Satana comune di oggi, spingersi anche fino ai limiti di una condanna del putinismo come fenomeno politico che finisce con l’essere una alternativa impropria a quelle democrazia che i sovranisti vogliono formalmente mantenere per poterle utilizzare sostenendo così pienamente i princìpi del liberismo.

Una delle contraddizioni più evidenti di questa fase moderna del capitalismo sta proprio nel rapporto tra economia e Stato o, per meglio dire, tra presupposti dell’economia e ruolo pubblico delle istituzioni di un paese. Le destre sovraniste (e, quindi, neofasciste) hanno fatto proprio il cardine del pensiero liberista cercando di declinare la contraddizione massima in un programma politico che mostrasse comprensione, vicinanza e voglia di riscatto per le classi sociali sfruttate e più deboli, senza però puntare al superamento delle ragioni che causavano quella povertà e quel disagio diffuso.

Il liberismo, infatti, fin dal suo emergere con prepotenza dalle metà degli anni ’70 del secolo scorso, ha messo in chiaro che il pubblico doveva lasciare spazio all’iniziativa privata e che meno Stato nell’economia avrebbe corrisposto alla traduzione pratica di questo assunto.

Per questo, forze dichiaratamente fasciste e partiti apparentemente democratici ma in realtà nostalgici di retaggi autoritari e autarchici, hanno fondato la loro politica di scalata al potere proprio sulla facilità con cui il liberismo riusciva a mostrare la sua contraddizione più grande come perfetta coerenza e voglia di modernizzazione della società nell’interesse singolo e collettivo.

Mentre teorizzava la sempre maggiore esclusione dello Stato dall’economia, il liberismo aveva nello stesso tempo bisogno di uno Stato più forte, capace di controllare le pulsioni anticapitaliste che potevano sorgere dal malcontento delle masse, dalla saldatura tra problematiche sociali e civili, come reazione alla negazione di diritti fondamentali tanto sul piano della vita pratica quanto su quello della vita etica, dei valori morali e, quindi, del civismo vero e proprio.

Le destre sovraniste sono entrate in sintonia con questa contraddizione e non hanno faticato molto, data la loro capacità di ruffiana resilienza, ad adattarsi al nuovo corso economico-politico: meno pubblico nell’economia e più Stato nella direzione della società erano due pilastri soltanto apparentemente dicotomici. In realtà può esistere il liberismo propriamente detto proprio dove a garantirne la sicurezza non sono direttamente i privati che lo caldeggiano, bensì il pubblico che dovrebbe esserne il diretto avversario.

Questo processo di connessione tra liberismo economico e destre sovraniste si è incrinato soltanto laddove hanno prevalso le ragioni ideologiche rispetto alle opportunità politiche che venivano offerte dai grandi sostenitori del libero mercato di nuova espansione. Pochi, piccoli casi di formazioni partitiche e di movimento non rilevanti. Più che altro folkloristiche e iconiche di una immagine della destra sociale che, provando a rimanere fedele ai suoi presunti valori, si mette ai margini della grande contesa politica nei diversi Stati di altrettanto diversi continenti.

Per questo, nonostante le differenze registrabili oggi nella contestualità della guerra in Ucraina, le destre neofasciste, sovraniste e liberiste possono divergere sul sostegno o meno alla NATO, su quali e quante armi dare a Kiev, sul giudizio da attribuire a Putin e alla sua aggressione ad uno Stato sovrano (ma molto, molto poco democratico), ma non tracceranno mai dei solchi invalicabili su ciò che veramente per loro conta: ritrovarsi per gestire il potere, per arrivare ai posti di comando, per guidare governi che siano una garanzia assoluta dei privilegi dei grandi finanzieri e padroni dell’economia e della finanza globale.

Laddove le destre estreme si danno battaglia su punti di principio e su strategie di lungo corso, si riconnettono velocemente quando si tratta di tatticizzare il discorso e guardare all’opportunità del giorno seguente. L’esatto opposto di ciò che fa la sinistra di alternativa: elabora grandi strategie e visioni critiche di questa società da superare, mentre pecca proprio nell’analisi a corto raggio, a medio termine. Sappiamo che il capitalismo ci ripropone ingiustizie vecchie con rapporti di forza nuovi, ma non sappiamo oggi decidere se lottare nelle istituzioni e al di fuori di esse o se sia meglio scegliere l’uno o l’altro campo.

Mentre le destre offrono soluzioni semplicistiche a problemi enormi per gli strati popolari più indigenti, spostando l’attenzione di questi sulla guerra orizzontale nella stessa classe sociale, la sinistra di alternativa tenta la spiegazione più complessa – ma vera – senza trovare una unità di intenti, senza riuscire a costruire una piattaforma di programma con pochi punti chiari che siano insieme uno strumento di lotta sociale e istituzionale.

Bannon, Meloni, Salvini, Le Pen, Zemmour, Orbán, tutti quanti questi protagonisti dell’internazionale nera moderna hanno al momento programmi massimi differenti ma quando si presenta l’occasione di avanzare sul terreno politico-istituzionale, sono pronti unitariamente a fare fronte su quello della propaganda becera: sostenuti a tutto tondo da quei liberisti che si aspettano, oggi più che mai, il ritorno dello Stato forte, dello Stato decisionista e non cedevole al compromesso con quel mondo del lavoro che è, alla fine, l’unico vero ostacolo sulla via tanto del capitale quanto del neofascismo dai mille, nuovi nomi con cui si fa chiamare.

MARCO SFERINI

24 aprile 2022

foto: screenshot

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