I commi 6, 7 e 8 del nuovo articolo 94 della Costituzione delineavano un quadro articolato in quattro ipotesi.

Prima ipotesi: in caso di dimissioni volontarie del presidente del Consiglio eletto direttamente, questi avrebbe potuto scegliere tra ordinare al capo dello Stato di sciogliere anticipatamente le camere e indire nuove elezioni (il testo dice, più pudicamente, «proporre lo scioglimento delle Camere al Presidente della Repubblica, che lo dispone») o consentire al capo dello Stato di dar vita a un nuovo governo guidato dallo stesso premier uscente o da un parlamentare eletto nelle fila della maggioranza.

Seconda ipotesi: in caso di morte, impedimento permanente e decadenza del presidente del Consiglio eletto direttamente, la scelta se sciogliere anticipatamente le camere e indire nuove elezioni o dar vita a un nuovo governo guidato dallo stesso premier uscente o da un parlamentare eletto nelle fila della maggioranza era rimessa al presidente della Repubblica. (Sì, è assurdo, ma non è un errore di chi scrive: il tenore letterale della riforma prevede espressamente che il capo dello Stato possa riconferire l’incarico di formare un nuovo governo anche al presidente del Consiglio eletto direttamente morto, colpito da impedimento permanente o decaduto: ovviamente, va interpretato nel senso che l’eventuale incarico può effettivamente essere assegnato solo a un parlamentare eletto nelle fila della maggioranza).

Terza ipotesi: in caso di approvazione da parte del parlamento di una mozione motivata di sfiducia, il presidente della Repubblica avrebbe dovuto sciogliere anticipatamente le camere e indire nuove elezioni.

Quarta ipotesi: in caso di voto contrario del parlamento su una questione di fiducia, nessuna disciplina era prevista. Ed esattamente qui andava a incartarsi un meccanismo già di per sé arzigogolato al limite dell’assurdo. In caso di voto contrario su una questione di fiducia il governo deve infatti dimettersi, come in tutti i casi in cui perde la fiducia del parlamento (se così non fosse, d’altronde, perché porre la questione di fiducia? Non avrebbe alcun senso).

Si tratta, in altre parole, di dimissioni obbligatorie, non volontarie: dunque non rientrano nella prima ipotesi (come, arrampicandosi sugli specchi, sosteneva la ministra Casellati). D’altro canto, non rientrano nemmeno nella terza ipotesi (come, invece, avrebbe voluto Fratelli d’Italia), perché la questione di fiducia è cosa diversa dalla mozione di fiducia: l’una è atto governativo, l’altra è atto parlamentare.

E allora? Allora era un bel problema per il governo, autore di una riforma costituzionale sulla cui interpretazione nemmeno le stesse forze di maggioranza erano concordi. Senza contare che, dall’opposizione, si poteva persino argomentare che in questa quarta ipotesi nulla sarebbe cambiato rispetto a oggi, a tutela dei vigenti poteri del Quirinale.

Se non che, a togliere d’impiccio governo e maggioranza – irrigidendo il progetto di riforma nel senso del premierato – è arrivata l’approvazione imprevista (perché il governo aveva all’inizio dato parere contrario) di un emendamento dell’opposizione per eliminare l’aggettivo «volontarie» dalla prima ipotesi. Emendamento proposto settimane fa per mettere in evidenza le contraddizioni e le divisioni della maggioranza ma votato infine all’unanimità.

Il diritto è materia delicata, ed è bastato eliminare una parola per cambiare tutto. Risultato: facendo esplicito riferimento solo alle «dimissioni», la prima ipotesi include adesso tutte le ipotesi di dimissioni del governo, siano esse volontarie o obbligatorie, salvo il caso, normato da regola a parte, delle dimissioni conseguenti l’approvazione di una mozione motivata di sfiducia (terza ipotesi).

Un assist – certamente involontario, vista la contrarietà di Pd, Avs e M5S al disegno di legge governativo – alla ministra Casellati, nonostante rimanga assurdo che la perdita della fiducia produca due effetti diversi a seconda che derivi dall’approvazione di una mozione di sfiducia o dalla bocciatura di una questione di fiducia.

Se proprio si voleva dare un contributo alla chiarificazione del testo, meglio sarebbe stato farlo nell’altro ramo del parlamento, costringendo così il governo a un ulteriore passaggio parlamentare.

FRANCESCO PALLANTE

da il manifesto.it

foto: screenshot tv