Julio García Espinosa. Il regista della Rivoluzione cubana

Documentarista voluto da Fidel Castro, innovò il cinema latinoamericano grazie alla lezione neorealista e alla collaborazione con Cesare Zavattini
Julio García Espinosa

Il primo gennaio del 1959 i rivoluzionari presero il potere a Cuba cacciando il dittatore Fulgencio Batista, tra loro figure iconiche come Fidel e Raul Castro, Camilo Cienfuegos ed Ernesto “Che” Guevara. La musica ha accompagnato quella Rivoluzione, da “Guantanamera”, canzone popolare divenuta immortale grazie all’interpretazione di Compay Segundo, alle canzoni di Carlos Puebla, il “cantore della Rivoluzione cubana”, su tutte “Y en eso llegó Fidel” e l’intramontabile “Hasta siempre”, una dichiarazione d’amore per il “Che”. Ma anche il cinema ha raccontato quella Rivoluzione che, tra embargo e contraddizioni, continua ancora oggi. Fidel Castro, infatti, volle documentare la resistenza e l’avanzata dei “barbudos” chiedendo ad un regista di filmare quelle azioni, il suo nome era Julio García Espinosa.

1. Julio García Espinosa

Nato a L’Avana il 5 settembre 1926, Espinosa iniziò giovanissimo a lavorare in teatro e in radio, ma la svolta avvenne all’inizio degli anni Cinquanta quando andò a studiare nel Centro Sperimentale di cinematografia di Roma. L’Italia stava ancora vivendo la stagione del Neorealismo e Espinosa ne rimase subito affascinato, fece anche da aiuto regista nel film Anni facili (1953) di Luigi Zampa. Al suo ritorno a Cuba fondò così, insieme ad altri, il gruppo Teatro Estudio divenendo responsabile della sezione cinematografica dell’Associazione Culturale Nuestro Tiempo.

Grazie all’esperienza fatta in Italia, Espinosa realizzò, inoltre, El Mégano (1955), un documentario sulle disumane condizioni di vita dei carbonai nella Ciénaga de Zapata, sulla costa meridionale di Cuba. Meno di mezz’ora di racconto duro, crudo, reale che il regime di Fulgencio Batista, salito al potere nel 1952 con un golpe, fece sequestrare proibendone la diffusione.

2. El Mégano (1955)

Batista, fedelissimo del presidente USA Dwight D. Eisenhower, con il suo golpe bloccò i già fragili canali della democrazia cubana, portando all’insurrezione generazioni di giovani. Tra questi, come noto, spiccò il carismatico Fidel Castro che chiese a Espinosa di documentare quella che, dopo il tentativo fallito del 1953, divenne la marcia della Rivoluzione: dalla fondazione del Movimiento 26 de julio alla spedizione del Gramna nel novembre 1956, dalla creazione del nucleo guerrigliero sulla Sierra Maestra al successo finale. Espinosa divenne il “documentarista della Rivoluzione”.

La Rivoluzione cubana portò importanti novità anche nel mondo del cinema. Nello stesso 1959 venne fondato, partendo anche dall’esperienza dell’Associazione Culturale Nuestro Tiempo, l’Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematográficos (ICAIC), col fine di “organizzare, stabilire e sviluppare l’industria cinematografica, e produrre e distribuire i film cubani”. Il primo direttore fu Alfredo Guevara, ma nel nucleo fondativo figuravano anche Tomás Gutiérrez Alea, José Massip e Julio García Espinosa che finalmente vide il suo El Mégano proiettato sul grande schermo, che diventò, in breve tempo, un simbolo di lotta, nonché un caposaldo del nuovo cinema cubano.

3. Cuba Baila (1960)

Espinosa continuò a raccontare la Rivoluzione nei successivi documentari La vivienda (1959), in cui analizzò le differenti abitazioni dei cubani e Sexto aniversario (1959) sul sesto anniversario dall’inizio della lotta rivoluzionaria, l’assalto fallito alla caserma Moncada. Quindi realizzò il primo film prodotto dall’ICAIC, nonché il suo primo film a soggetto, Cuba baila (1959). Partendo dalla quinceañera di una ragazza (festa molto presente nella cultura latinoamericana) e dalle difficoltà dei genitori di organizzarla, il regista criticò la borghesia prima della Rivoluzione. Il film fu realizzato grazie alla collaborazione e alla “supervisione” (come recitano i titoli di testa) di Cesare Zavattini, uno dei padri del Neoreaslimo.

L’ICAIC, infatti, aveva avviato una proficua collaborazione con cineasti da ogni parte del mondo. Tra gli altri, i francesi Georges Sadoul, Chris Marker e Agnès Varda, l’olandese Joris Ivens, i sovietici Roman Karmen e Michail Kalatozov, che realizzò il bellissimo Soy Cuba (1964), e, appunto, Cesare Zavattini considerato uno dei padri del nuovo cinema cubano.

4. El joven rebelde (1962)

Espinosa realizzò, successivamente, Patria o Muerte (1960), sul Primo maggio a L’Avana, e Un año de libertad (1960) dedicato al primo anno di Rivoluzione. Quindi tornò a collaborare con Zavattini che scrisse la sceneggiatura del film El joven rebelde (1962).

Pedro (Blas Mora) è un giovane contadino che lascia la sua casa per arruolarsi nell’esercito rivoluzionario, nella Sierra Maestra. L’amore, l’amicizia, la lotta per sopravvivere e prevalere si susseguono fino a concludersi con la battaglia di Guisa, decisiva per la Rivoluzione, nella quale Pedro raggiunge la maturità di combattente.

Un film che unisce azione, amore, condizione sociale, in cui è evidente la mano di Cesare Zavattini, tra favola e realismo. Il cineasta italiano difese sempre Cuba e attaccò il cosiddetto “Bloqueo” dichiarando nel 1963: “Vorrei che Cuba non solo avesse consolidata l’indipendenza che ha conquistata con le forze e i sacrifici del suo popolo, ma anche non dovesse seguitare a sopportare ingiuste carenze, forme di soprusi, impedimenti, quindi, a quel maggiore benessere cui ha altamente diritto; e che non si affievolisse nel mondo l’amore e l’attenzione per questo paese che in anni confusi per la nostra umanità ci ha ridato la facoltà di sentire ciò che è giusto e quello che non è giusto, di costituire per le nostre coscienze una misura certa di cui avevamo bisogno”.

5. Las aventuras de Juan Quin Quin (1967)

Tornando ad Espinosa, nel 1967 realizzò uno dei suoi film più conosciuti anche fuori dai confini nazionali, Las aventuras de Juan Quin Quin, presentato al Festival di Mosca.

Juan Quin Quin (Julito Martinez) è un contadino imbroglione che non si rassegna al suo destino. Insieme all’amico Jachero (Erdwin Fernández) e all’amata Teresa (Adelaida Raymat), affronterà diverse avventure che lo porteranno a cambiare.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore cubano Samuel Feijóo, il film unì una volta di più diversi aspetti della vita cubana. Seguirono documentari di forte impegno: Tercer mundo, tercera guerra mundial (1970), sui crimini degli statunitensi in Vietnam, La sexta parte del mundo (1977) in omaggio alla Rivoluzione bolscevica, Son o no Son (1980) una critica feroce all’omologazione della cultura a scapito delle culture nazionali.

Espinosa, che scrisse anche sceneggiature per altri, tra queste Lucía (1968) di Humberto Solás, La primera carga al machete (1969) per la regia di Manuel Octavio Gómez e El otro Francisco (1975) diretto da Sergio Giral, vantava anche una vasta produzione teorica. Fondamentale fu il saggio “Por un cine imperfecto” in cui teorizzava che ci dovesse un cinema diverso da quello hollywoodiano e quello europeo, cosa che venne sviluppata con il cosiddetto “Terzo cinema” (per rimanere in Sud America La hora de los hornos e Yawar Mallku), ma Espinosa aggiunse un aspetto in più, il cinema perfetto tecnicamente poteva essere solo quello dei paesi reazionari, quindi i paesi autenticamente socialisti facevano un cinema imperfetto.

Con questa impostazione il regista divenne il direttore, tra il 1982 e il 1991, dell’ICAIC. Non solo, nel 1985 fondò la Escuela Internacional de Cine y Televisión (EICTV), entrò a far parte del Consiglio superiore della Fondazione del Nuevo Cine Latinoamericano e fu nominato vice Ministro alla Cultura con delega, ovviamente, al cinema.

6. Reina y Rey (1994)

Dietro la macchina da presa realizzò ancora: La inútil muerte de mi socio Manolo (1989), tratto dall’opera del drammaturgo cubano Eugenio Hernández, El plano (1993), incentrato sul conflitto di un professore in una scuola di cinema e, soprattutto, Reina y Rey (1994) in cui la vita dell’anziana Reina, che vede nel cane Rey l’unico conforto, viene sconvolta dal ritorno da Miami dei vecchi proprietari della casa. Fu l’ultimo film a soggetto di Espinosa che tornò nel 1998 dirigendo l’episodio Un grito, 24 cuadros por segundo, del documentario collettivo Enredando sombras – Cien años de cine en Ámerica Latina y el Caribe, realizzato per celebrare i cento anni del cinema latinoamericano. Fu il suo ultimo ciak.

Espinosa continuò a scrivere soggetti di documentari e sviluppò ulteriormente le sue tesi cinematografiche (in Italia da segnalare “La doppia morale del cinema” edito da Giunti). Si spense nella sua città il 13 aprile 2016.

Julio Garcia Espinosa, padre del nuovo cinema cubano

Amato da Gabriel García Márquez, Julio García Espinosa fu uno dei padri del cinema cubano e, più in generale, del nuovo cinema latinoamericano. Fernando Birri, altro innovatore della “settima arte” in Sud America che studiò con lui a Roma e che si spense l’anno successivo, così lo ricordò: “Julio García Espinosa ha sostituito il creatore solitario che dorme – e sogna – in ognuno di noi con il creatore collettivo; e anche il cinema d’autore con il cinema di un progetto comune (comunitario, comunista e felicemente condiviso); e pure il cinema “perfetto” della distopia hollywoodiana con il cinema “imperfetto” della nostra quotidiana utopia latinoamericana”.

Sempre rigorosamente al fianco della Rivoluzione.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
Il salto della quaglia: https://www.ilsaltodellaquaglia.com/
“Enciclopedia Rizzoli Larousse”
“Dizionario del comunismo del XX secolo” a cura di Silvio Pons e Robert Service – Einaudi
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET

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