Marcella Di Folco. Un tempo noto come Marcello

Recitò in film di Fellini, Petri, Rossellini, Sordi, per poi diventare un simbolo della lotta dei transessuali
Marcella Di Folco

“Non mi sono mai deciso alla scelta di un attore attratto dalla sua bravura, dalla sua capacità professionale: come non mi ha mai trattenuto dal prendere da un non attore la sua inesperienza. Io vado in cerca di facce espressive, caratterizzate, che dicano tutto di se al primo apparire sullo schermo”. Parola di Federico Fellini che nei suoi film di facce ce ne ha fatte scoprire e amare tante. Una di queste aveva qualcosa di unico, all’anagrafe si chiamava Marcello Di Folco, nei film assunse lo pseudonimo di Marcello Di Falco, ma la storia la ricorda come Marcella Di Folco. Una storia di cinema, diritti e libertà.

1. Marcella Di Folco

Il padre Umberto Di Folco, un ex gerarca fascista che raccontava di aver preso le distanze dopo le leggi razziali, ma manteneva uno spirito autoritario e violento, conobbe e sposò Maria Luisa Poggioni donna delle pulizie che spesso subiva quella violenza. Ebbero due figli prima Liliana, per tutti Lilli, poi Marcello, nato a Roma il 7 marzo 1943. La famiglia, insieme alla non meno autoritaria nonna, viveva ai Parioli dove gestiva una latteria piuttosto conosciuta.

Una famiglia “tradizionale dell’epoca”, ma Marcello di tradizionale aveva poco. Fin da adolescente aveva sviluppato una maggiore attenzione verso i ragazzi, si vestiva di nascosto con gli abiti della madre, aveva modi gentili e effeminati. Nel quartiere lo ribattezzarono ben presto “Marcellina”.

Il tema in famiglia, era tabù, ma Marcello, divenuto un ragazzone alto e slanciato, viveva serenamente la propria sessualità nella Roma attraversata da quella che si sarebbe chiamata la “dolce vita”, fatta di feste, celebre quella al Rugantino, mode, tendenze e locali, magnificamente raccontata da Federico Fellini nell’omonimo film. Negli stessi anni Marcello iniziò a frequentare “Il pipistrello”, uno dei primi locali gay della capitale, dove poteva amare e ballare fino a tardi.

Con la prematura scomparsa del padre, cui Marcello ricorderà di aver dato solo due baci in tutta la sua vita, la famiglia Di Folco dovette affrontare anni di forte difficoltà economica che portarono anche alla chiusura della storica latteria. Marcello dopo aver conseguito il diploma di maturità scientifica e aver svolto il servizio militare, nel 1961 iniziò così a lavorare come portiere presso l’Hotel Rivoli di Roma. Lilli, invece, trovò un posto come cassiera in un nuovo locale. Poco tempo dopo riuscì a far assumere anche il fratello come buttafuori. Un circolo che ha fatto storia. Era il Piper Club.

2. Patty Pravo al Piper Club

Inaugurato il 17 febbraio del 1965 il Piper era divenuto in breve tempo il punto di ritrovo per la cosiddetta Beat Generation. Su quel palco si esibivano, tra gli altri, Patty Pravo, l’Equipe 84, Rita Pavone, The Rokes, I Giganti fino ad arrivare a Mia Martini e Renato Zero, all’epoca pressoché sconosciuti, che divennero molto amici di Marcello.

Una sera accompagnò su quel palco anche Joséphine Baker, all’epoca quasi cieca, affascinante danzatrice e spia che negli anni Venti aveva scandalizzato il mondo coperta solo da un gonnellino di sedici banane. Per Marcello fu una grande emozione. Il Piper era un luogo di libertà.

Una sera un uomo, un professore di inglese che frequentava il locale, gli chiese un favore: consegnare una lettera ad una casa di produzione di Cinecittà. Marcello si era trasferito in zona e accettò. La mattina seguente portò con se la lettera e una volta giunto a Cinecittà venne indirizzato verso il Teatro Cinque pieno di figuranti vestiti da antichi romani. Già perché Federico Fellini stava girando il suo Satyricon.

3. Fellini Satyricon (1969) di Federico Fellini

Il regista fu folgorato da quel ragazzo alto, precocemente stempiato ed effeminato. “Che fai qui?” esclamò, per poi proporgli, dopo le foto di rito, una piccola parte nel film. Marcello accettò di fronte ad un Fellini entusiasta “Vi rendete conto? Una faccia così mi arriva solo alla fine delle riprese…”. Nel Fellini Satyricon (1969), che racconta le storie dei giovani Escolpio (Martin Potter) e Ascilto (Hiram Keller), Marcello, accreditato come Marcello Di Falco che diverrà lo pseudonimo in tutti i film, interpretò la parte del proconsole romano che porta alla sfida tra Escolpio e il Minotauro (Luigi Montefiori).

Per Marcello fu semplicemente un lavoro (ventimila lire per sette giorni di riprese), il film, tuttavia, segnò l’inizio di una piccola, ma importante carriera cinematografica.

Nel 1970 venne coinvolto nuovamente da Fellini per il film I clowns, in cui recitò la parte di un vitellone. L’anno successivo fece una breve apparizione ne In nome del popolo italiano (1971) diretto da Dino Risi in cui interpretò il segretario del disonesto imprenditore Lorenzo Santenocito (Vittorio Gassman) accusato dell’omicidio di una ragazza dal giudice Mariano Bonifazi (Ugo Tognazzi).

4. In nome del popolo italiano (1971) di Dino Risi

Marcello, che continuò a lavorare al Piper fino al 1976, recitò la parte di un eunuco in Sotto a chi tocca! (1972) di Frank Kramer (pseudonimo di Gianfranco Parolini) storia di un acrobata che riesce a spodestare un tiranno, prima di essere richiamato dall’amato Fellini che lo volle in Roma (1972), uno dei magnifici film autobiografici del regista.

Marcello apparve in Anche se volessi lavorare, che faccio? (1972) di Flavio Mogherini, alla prima regia, in cui una banda di paese decide di svaligiare il museo, il cui guardiano è interpretato da Di Falco; in Decameron n. 2 – Le altre novelle del Boccaccio (1972) diretto da Mino Guerrini che adattò sei novelle del Decameron proseguendo, nelle intenzioni, il lavoro fatto da Pier Paolo Pasolini l’anno prima. Marcello Di Falco recitò, nell’episodio III giornata, Novella VIII, la parte di un abate che fa credere ad un marito geloso di essere finito in purgatorio; e in Fratello sole, sorella luna (1972) di Franco Zeffirelli, con cui non ebbe mai un grande legame. Marcello conquistava uomini, Zeffirelli no.

Ruoli piccoli, ma incisivi. Nel 1973 divenne, invece, protagonista di un film per la TV diretto da Roberto Rossellini che stava portando la sua arte sul piccolo schermo raccontando pagine di storia. Marcello venne scelto per interpretare Cosimo de’ Medici nel film L’età di Cosimo de’ Medici.

5. L’età di Cosimo de’ Medici (1973) di Roberto Rossellini

Alla morte del padre, Cosimo de’ Medici (Marcello Di Falco) inizia a seguire gli affari di famiglia, diventando uno degli uomini più potenti d’Europa. Costretto all’esilio dai rivali diverrà, anche grazie al rapporto col poliedrico umanista Leon Battista Alberti (Virginio Gazzolo), uno dei protagonisti del Rinascimento.

Diviso in tre parti, L’esilio di Cosimo, Potere di Cosimo e Leon Battista Alberti: l’Umanesimo, il film, trasmesso dal 26 dicembre 1972 al 9 gennaio 1973, “offre uno spaccato della società fiorentina del ‘400 ricco di suggestioni, nel continuo altalenare della rappresentazione dal personaggio all’ambiente circostante, dalle azioni del singolo a quelle della collettività” (Gianni Rondolino).

Con Roberto Rossellini, che lo chiamò per una piccola parte anche in Cartesius (1974), si instaurò un rapporto bellissimo di stima e affetto. Marcello gli raccontava sfacciatamente le sue conquiste fatte a Gubbio durante le riprese, episodi che divertivano da matti il regista. Per l’attore Rossellini fu un secondo padre.

Marcello Di Falco

6. Amarcord (1973) di Federico Fellini

Non meno intenso il rapporto con Federico Fellini, che l’aveva ribattezzato “Marcellona”. Anche lui gli chiedeva “Quante ne hai combinate in Marocco quest’anno?” per ricevere in risposta una serie di avventure piccanti con uomini insospettabili. Il regista romagnolo stava nel frattempo realizzando un film per parlare della sua città natale, Rimini, in un affresco che sarebbe diventato leggendario. Per quel racconto fatto di facce, espressioni, nebbia, ricordi volle anche la sua “Marcellona”. Il 13 dicembre del 1973 uscì Amarcord.

Nel film, premiato con l’Oscar ed entrato nel lessico degli italiani, Marcello Di Falco interpretò il Principe cui si concede alla celebre “Signor Principe: gradisca” la parrucchiera Ninola (Magali Noël) sogno erotico del giovane protagonista Titta (Bruno Zanin).

Marcello ebbe quindi un ruolo importante, pare che Umberto II di Savoia, cui era chiaramente ispirata la figura, si complimentò con l’attore.

Negli anni seguenti apparve in film di genere e spessore diverso. Ne Il poliziotto è marcio (1974) diretto da Fernando Di Leo uno dei migliori autori del genere “poliziottesco”, interpretò uno sgherro del malavitoso Pascal. Quindi lavorò con Alberto Sordi che lo volle nel ruolo di Jepson, il luogotenente di un rappresentante di armi, nel suo Finché c’è guerra c’è speranza (1974).

7. Il poliziotto è marcio (1974) diretto di Fernando Di Leo

Quindi recitò nel modesto Quant’è bella la Bernarda, tutta nera, tutta calda (1975) di Lucio Dandolo; nel film, iniziato col titolo I racconti di Canterbury N. 2, interpretò il protagonista nell’episodio boccaccesco Il bell’Arturo. Seguirono brevi apparizioni in Di che segno sei? (1975) nell’episodio Fuoco nuovamente al fianco di Alberto Sordi per la regia di Sergio Corbucci, in Mondo candido (1975) di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, e in Vinella e Don Pezzotta (1976) di Mino Guerrini.

Poi un altro capolavoro. Nel 1976 Marcello Di Falco recitò, infatti, al fianco di Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni e Ciccio Ingrassia in Todo Modo di Elio Petri. Nel film una serie di notabili di un partito cattolico (esplicito il riferimento alla DC) guidati dal Presidente M. (esplicito riferimento ad Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté) si riuniscono in un eremo-bunker per fare gli esercizi spirituali insieme a don Gaetano (Marcello Mastroianni). Uno a uno moriranno misteriosamente. Tra loro c’è anche Saccà, interpretato appunto da Marcello.

8. Todo Modo (1976) di Elio Petri

Dopo Todo Modo, l’attore comparve anche in Tutti possono arricchire tranne i poveri (1976) di Mauro Severino con Barbara Bouchet e Enrico Montesano, per poi essere richiamato da Alberto Sordi, col quale aveva stretto un bel rapporto di amicizia, per Un borghese piccolo piccolo (1977) diretto da Mario Monicelli.

Quindi continuò a recitare, sempre in ruoli da comprimario se non da comparsa: in Squadra antigangsters (1979) di Bruno Corbucci, nella serie TV francese di Robert Mazoyer Joséphine ou la comédie des ambitions (1979), ne La città delle donne (1980), ancora diretto da Fellini, in cui interpretò l’eunuco dell’harem e, infine, recitò una piccola parte ne I carabbinieri film uscito nel 1981 per la regia di Francesco Massaro.

Per Marcello il cinema fu una grande occasione di emancipazione. Avrebbe potuto continuare con successo, ma aveva un solo sogno: diventare donna.

Erano anni di lotta e di proteste. Prima il Sessantotto, poi i moti di Stonewell, risposta del movimento gay e trans newyorchese alla violenza della polizia che aveva fatto irruzione nello Stonewall Inn, ritrovo della comunità. Ad animare la rivolta la donna transessuale Sylvia Rivera. Era il 28 giugno 1969. Simbolicamente la nascita del movimento per i diritti degli omosessuali.

9. Sylvia Rivera protagonista dei moti di Stonewall

In Italia, invece, la prima manifestazione pubblica ci fu il 5 aprile 1972 quando il Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, all’epoca sconosciuto, si presentò in massa a Sanremo per contestare il congresso degli psichiatri, riuniti nel casinò, che trattavano l’omosessualità come una forma di malattia. Le persecuzioni c’erano e la politica pareva, salvo poche eccezioni, non essere troppo interessata.

Il “travestitismo” era reato, la legislazione sui diritti di quella che oggi chiamiamo comunità LGBTQI+ era carente, per usare un eufemismo, e il cambio di sesso non era possibile ne riconosciuto. Per questo nell’estate del 1979 venne fondato il Movimento Identità Trans (MIT) con lo scopo di ottenere il riconoscimento del cambio di sesso.

Un anno dopo Marcello, che si era sempre vestito da uomo, coi i soldi risparmiati grazie anche al lavoro all’Italcable, all’epoca azienda italiana che operava nel campo dei servizi per la telecomunicazione, decise di fare il grande salto. Nell’agosto del 1980 volò a Casablanca per farsi operare e diventare finalmente donna. Era il 28 agosto. La sorella Lilli la accolse a braccia aperte, mentre la madre non le parlò per oltre un anno.

Marcella era alta, magra, slanciata, con turbante o parrucca a coprire la testa ormai glabra. Ma per i due anni successivi sulla carta d’identità rimase ancora Marcello Di Folco. Solo grazie alla mobilitazione del MIT, al sostegno di parte del mondo cattolico, tra questi don Luigi Ciotti e don Andrea Gallo, e all’attenzione di radicali e PCI il 14 aprile del 1982 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini firmò la legge 164 che introduceva in Italia la possibilità di cambiare sesso. All’epoca solo la Germania aveva una legge simile.

10. la prima doto di Marcella Di Folco

Marcello Di Folco divenne ufficialmente Marcella Di Folco.

Dopo l’operazione venne chiamata nuovamente da Federico Fellini per Ginger e Fred (1986). Il regista le propose di interpretare una travestita famosa che alla fine dello spettacolo si toglieva la parrucca e ridiventava uomo. Marcella rifiutò, non voleva apparire come una donna calva, e Fellini non la chiamò più. Marcella Di Folco col cinema aveva, purtroppo, chiuso.

Nel 1986 lasciò anche Roma per trasferirsi a Bologna inseguendo un amore, ma l’amore non durò e Marcella, sola e senza lavoro in una nuova città, decise di prostituirsi. Negli anni successivi rivendicò con orgoglio quanto aveva fatto per sopravvivere. Sempre giocosa, solare, sorridente.

Due anni dopo diventò la presidente del MIT. Diede nuova linfa all’associazione proponendo, tra l’altro, l’istituzione di un consultorio per l’identità di genere. Sempre più impegnata, anche dopo aver conosciuto l’assessore del Comune di Bologna Lalla Golfarelli, Marcella Di Folco, dopo essere stata consigliera di quartiere, si presentò alle Elezioni Comunali del 1995 nella lista dei Verdi. Venne eletta con 14256 preferenze. Fu la prima trans a ricoprire un incarico istituzionale. Non Italia, proprio nel mondo.

In quell’esperienza amministrativa, seguiranno altre candidature con minore successo (alle Politiche del 2001 e 2006, nel 2004 alle Europee), Marcella Di Folco continuò a lottare per i diritti delle persone trans, riuscendo ad aprire il consultorio, per il lavoro, per la sanità.

11. Marcella Di Folco al World Pride di Roma nel 2000

Ingrassata e dalla voce profonda e tonante, Alberto Sordi in visita a Bologna non la riconobbe per poi abbracciarla calorosamente, Marcella Di Folco fu tra le promotrici del World Pride a Roma nel 2000 e portò per la prima volta il “Pride” nella sua Bologna nel 2008.

Punto di riferimento per un’intera comunità, Marcella Di Folco scoprì di avere un tumore nel 2009, mentre stava scrivendo un libro-intervista con Bianca Berlinguer. Forte e combattiva, si spense il 7 settembre 2010 all’ospedale di Bentivoglio.

A lei sono dedicati il documentario Una nobile rivoluzione (2014) di Simone Cangelosi presentato al Torino Film Festival, il già citato libro di Bianca Berlinguer “Storia di Marcella che fu Marcello” e il podcast “Mai annoiata. La vita e le lotte di Marcella di Folco” (si trova gratuitamente su tutte le piattaforme). Portano inoltre il suo nome il giardino di Villa Cassarini a Bologna, la casa rifugio per persone transgender di Pisa (la prima in Italia) e il Circolo Arcigay di Salerno.

Marcella Di Folco, l’attore un tempo noto come Marcello, ha avuto una vita piena, importante, felice. È stata capace di lasciare un segno nella storia del cinema e in quella della lotta per i diritti civili. Con un unico rimpianto: non essere nata donna.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Storia di Marcella che fu Marcello” di Bianca Berlinguer – La nave di Teseo
“Roberto Rossellini” di Gianni Rondolino – Castoro
“Federico Fellini” di Mario Verdone – Castoro
“Elio Petri” di Alfredo Rossi – Castoro
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2023” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

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