L’ecosocialismo di Karl Marx

In un piccolo saggio di James O’Connor, professore emerito di sociologia ed economia all’università californiana di Santa Cruz, recensito anche su queste pagine internettiane (“L’ecomarxismo“, Datanews 1990), si affrontava,...

In un piccolo saggio di James O’Connor, professore emerito di sociologia ed economia all’università californiana di Santa Cruz, recensito anche su queste pagine internettiane (“L’ecomarxismo“, Datanews 1990), si affrontava, non per la prima volta certamente, ma senza ombra di dubbio in un momento in cui alla sinistra mondiale (ed italiana) era richiesta una maggiore prova di coraggio nei confronti del precipitare dei temi ambientalisti nel dibattito politico, la questione dell’interconnessione tra la teorizzazione e la scienza marxista con l’evoluzione sempre più complessa del pianeta e, quindi, del sistema capitalistico.

A torto, si è sempre dato quasi per scontato che il Moro si fosse prevalentemente occupato dell’analisi meticolosa del funzionamento del sistema di produzione capitalistico al fine di evidenziarne le contraddizioni tra produzione e benessere sociale, tra profitto privato e interesse comune soltanto in chiave prettamente economicistica. In realtà, la critica dell’economia politica non ha mai prescisso dalle ripercussioni oggettive che il sistema della mercificazione totale riversava sull’ecosistema, sul locale e globale funzionamento dell’ordine naturale. Nemmeno Marx ha dato per scontato ciò che non poteva: ossia lo strettissimo legame tra il liberismo di oggi e lo sfruttamento della natura.

Ma l’analisi marxiana dell’economia borghese di metà e fine Ottocento non è riducibile alla critica del capitale in favore di un semplice (si fa per dire…) nuovo ordinamento economico e sociale che non contempli più lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Perché tanto Marx, quanto soprattutto Engels, nel progresso scientifico vedono tutte le potenzialità ma anche i limiti dell’espansione capitalistica. E tra questi limiti c’è, senza tema di smentita, lo sfruttamento delle risorse naturali. Le estrazioni minerarie, l’utilizzo sempre più su vasta scala del carbone, sono già allora (e lo rimangono in qualche maniera anche oggi) problemi che si dimensionano su un piano non ristretto, ma estendibile laddove il capitale si espande.

Questo è uno degli aspetto che vengono ripresi anche da uno dei maggiori studiosi marxisti nipponici, Kohei Saito, che ha scritto un interessantissimo libro non sull’ecomarxismo, in quanto tale, appunto, postumo di Marx stesso, ma su “L’ecosocialismo di Karl Marx” (Castelevecchi, 2023): è quindi andato a scovare negli scritti e nelle opere non la smentita, bensì l’affermazione di un principio ecologista e sociale al tempo stesso di quello che sarebbe divenuto il più grande filone di critica al capitalismo, mai superato ma costantemente indagato e aggiornato ai tempi. Saito ha lavorato molto sui quaderni scientifici, ampiamente inediti, contenuti nella “Marx-Engels-Gesamtausgabe” e quindi ci offre davvero un quadro altrettanto inedito della questione.

Facciamo una piccola premessa al tema dell’ecosocialismo oggi, qui ed ora. Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso ha preso il largo un vasto movimento di critica ambientalista che ha riscontrato proprio nella sinistra comunista e nel marxismo il naturale (è il caso di dirlo!) interlocutore. Questo perché l’internazionalismo, l’avversione per i conflitti armati, l’attenzione al problema dello sfruttamento tanto nel senso “stretto” del rapporto tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato, tra imprenditoria e forza-lavoro moderna, ed in quello più “lato” che riguardava l’attingere da parte delle imprese di ogni risorsa naturale possibile per aumentare i profitti, ha determinato una convergenza ovvia tra critica sociale e critica ambientale.

Negli anni in cui in Italia la “nuova sinistra” si distanziava dal PCI su questioni che riguardavano la politica estera e i rapporti tra maestranze e sindacato, i rapporti in fabbrica, la questione irrisolta tra scuola e lavoro, il ruolo delle donne nella società patriarcale, i movimenti per i diritti umani e civili, il moloch ambientalista si stagliava comunque davanti alla classica impostazione anticlassista del comunismo e del socialismo peninsulare. Il nucleare, anzitutto, era al centro di un accanito e giusto dibattito sull’opportunità o meno di avere anche nel nostro Paese centrali produttrici dell’energia più potente e più temuta.

Ma, prima che divenisse una questione economico-ambientale, di utilità quindi collettiva (nella consapevolezza che sarebbe stato un grande affare per alcuni produttori, anche di Stato), il problema riguardò gli armamenti e la Guerra Fredda. Quell’aggettivo, “nucleare“, si trasferì dalle bombe atomiche fino alle centrali elettriche e permise, forse anche involontariamente, di amplificare la discussione e di diventare uno dei capitoli ricorrenti nelle tesi politiche dei congressi di Democrazia Proletaria, del PCI e, nemmeno a dirlo, delle liste verdi che nascevano appunto per supplire ad una domanda dal basso di rappresentanza di un ecologismo popolare incedente.

Saito ci aiuta a comprendere tutta l’evoluzione del pregiudizio antimarxista di movimenti ambientalisti che, almeno in quegli anni di primo approccio liberista sul mondo (quindi gli anni ’70 e ’80 del Novecento), marcavano una differenza tra progressismo produttivista (ed anticapitalista), declinato sulla scia delle vecchie interpretazioni dell’analisi del Moro, e nuovo ambientalismo, decrescita e lotte per i diritti umani che venivano compresi nella sostenibilità complessiva di un nuovo modello di vita.

Nel tracciare un profilo di identità politica, ed anche elettorale, di questi movimenti, Saito evidenzia come gli ecologisti pregiudizialmente antimarxisti (o quanto meno “a-marxisti“) abbiano assunto come punto di riferimento sociale la classe media, mentre socialisti e comunisti sono rimasti, almeno fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, il riferimento per la classe lavoratrice e per quelle medio-basse. Questa dicotomia ha, tuttavia, nel corso dei decenni successivi, quindi molto prossimamente al tempo in cui scriviamo, superato sé stessa, divenendo anacronistica con l’avanzare di una crisi ambientale che è divenuta strutturale.

E’ diventata, quindi, una evidenza delle contorsioni produttive del capitalismo, della diffusione globale delle merci, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni dei servizi un tempo statali, affidati ad una logica di contribuzione al benessere comune e non solamente finalizzati alla realizzazione di profitti a tutti i costi. Il capitalismo – sostiene Saito – è così diventato la causa principale dello squilibrio ambientale, della crisi ecologica, della differenza enorme tra nord e sud del mondo in quanto a ricchezza, povertà, sfruttamento delle risorse e pauperismo di nuova generazione.

Tutto ruota, praticamente, attorno al ruolo di una umanità che ha indotto alcuni studiosi, tra cui Saito, a parlare di “antropocene“, di un’epoca geologica in cui l’animale umano, non riconoscendosi come parte dell’animalità in senso generale e oggettivo, mette sé stesso al di sopra di ogni altro interesse e considera gli altri animali e la natura al suo esclusivo servizio. L’intepretazione antropocentrica è parte stessa di un dominio capitalistico che è esclusivamente prodotto dell’umanità che si disumanizza, perché si aliena da sé stessa in larga parte e permette di farlo ad un piccolo gruppo di proprietari che, tuttavia, hanno il dominio dell’economia e della finanza e, quindi, influenzano le sovrastrutture politiche, culturali, religiose.

Altri studiosi come Jason Moore, storico dell’ambiente e docente di economia politica presso il Dipartimento di sociologia della Università di Binghamton negli Stati Uniti, ritengono sia invece più proprio parlare, per l’era in cui ci troviamo, di “capitalocene“, quindi di un periodo molto lungo in cui l’umanità non è un “tutto indifferenziato“, ma in cui le dinamiche sociali e gli elementi naturali si confrontano in una lotta determinata delle leggi del mercato, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sugli animali e sulla natura nella sua completa interezza.

Saito obietta che non è certamente soltanto l’uomo in quanto tale ad essere il punto di partenza dell’impatto distruttivo antiecologico che conduce alla povertà (in)naturale e allo sconvolgimento degli equilibri ecosistemici. La sua critica riguarda il sistema capitalistico che è, da sempre, un prodotto umano ma, per l’appunto, sistemico e in tale modo va trattato e combattuto. Se c’è una critica che Saito muove a certi movimenti ecologisti è proprio quella di aver ispirato una visione apocalittica (che pure ha i suoi fondamenti scientifici nei tanti “punti di non ritorno” riguardo anzitutto i mutamenti climatici) che avrebbe istillato nell’immaginario comune una molesta stupidità umana a monte di tutto.

Si tratta – sottolinea lo studioso nipponico – di una interpretazione a-storica degli eventi, perché prova a sostituire all’analisi concreta, marxista, dei rapporti di forza tra le classi, tra i poteri strutturali e quelli istituzionali, una valutazione meramente etico-antropologica che evidenzia ciò che già sappiamo: nell’umano persistono tanto tendenze buone quanto tendenze cattive. Ma la crisi ambientale è il prodotto moderno di un capitalismo che, a sua volta, è un sistema complesso da cui non si esce con proclami beneauguranti. Ma con la lotta.

L’ecosocialismo che Saito studia in Marx e che da Marx proietta in una attuale critica del sistema delle merci e dei profitti, è sinonimo di antispecismo, di uguaglianza di tutti gli esseri viventi, di diritto alla vita per tutti, di libertà universale in una decrescita necessaria nel permettere alla natura di riprendersi i suoi spazi senza fagocitarci, rimettendo l’umanità al centro di un ruolo necessario per una armonia globale e non per una supremazia totalizzante.

Un nuovo movimento ecosocialista del XXI secolo parte quindi da una critica del capitalismo che Marx ed Engels hanno sviluppato prendendo in considerazione tutti gli effetti nefasti che l’industrialismo avrebbe recato sia negli ambienti fortemente antropizzati, sia in quelli in cui arrivava la mano lunga del sistema a sfruttare tutto ciò che le era possibile sfruttare per estendersi sul piano globale e creare un mercato unico, un tentativo di assenza di concorrenza o, come invece è avvenuto, una sistematicità concorrenziale sempre più aspra e spietata nella traduzione liberista.

Lavoro e ambiente, sviluppo e natura possono coesistere prescindendo proprio dall’elemento strutturale che li ha messi in contrapposizione: il capitalismo. Saito smonta così tutte le prete antropocentriche che vorrebbero essere il sostegno ideologico della modernità: «Non possiamo dominare la Natura, perché ne facciamo parte». Dominare noi stessi è proprio quello che oggi ha fatto il capitale: una piccola parte dell’umanità ha dominato tutta la restante parte, e gli animali non umani e il resto del pianeta.

Senza la messa in discussione del diritto antropocentrico, autoattribuitosi dall’essere umano nei propri confronti, senza un sovvertimento del capitalismo e un suo superamento, non sarà possibile nessuna liberazione sociale, nessuna emancipazione civile, nessun futuro per gli esseri viventi nella loro totalità e per l’ecosistema per come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto. La natura sta divenendo sempre più ostile per i sapiens, proprio perché noi lo siamo stati nei suoi confronti. Le nostre dinamiche sociali scricchiolano davanti alla potenza degli elementi naturali.

Per questo – afferma Saito – Marx oggi è utile più di ieri al grande movimento ecologista mondiale, così variegato al pari delle sinistre che non trovano un unico punto di riferimento collaborativo per organizzarsi e unificare le lotte in ogni parte del pianeta. Alternativa socialista e sostenibilità ambientale non sono più binari paralleli verso un unico orizzonte. Sono lo stesso impegno anticapitalista per un mondo a misura di mondo. Quindi a misura di tutti gli esseri viventi che lo abitano nel pieno rispetto della straordinarietà della Natura.

L’ECOSOCIALISMO DI KARL MARX
KOHEI SAITO
CASTELVECCHI, 2023
€ 22,00

MARCO SFERINI

3 aprile 2024

foto: particolare della copertina del libro


Leggi anche:

categorie
la biblioteca

altri articoli

  • Sfidare il capitalismo

    La capacità di rendere di facilissima comprensione i grandi problemi nazionali ed internazionali della grande Repubblica stellata americana è, in tutta evidenza, il tratto più peculiare dell’ultimo libro scritto...
  • Le ultime diciotto ore di Gesù

    In diciotto ore può stare una vita intera. Soprattutto se è la vita di un giovane uomo che ha lasciato la casa paterna ai tempi dell’occupazione romana della Palestina...
  • I ragazzi della via Pál

    Se tutte le guerre potessero essere come quella dei bottoni o come quella de “I ragazzi della via Pál” (Einaudi e molte altre edizioni), il mondo sarebbe un posto...
  • La tigre e i gelidi mostri

    Ci sono tigri di carta e ci sono tigri invece vere. E non si tratta soltanto di felidi carnivori che vivono nella Savana. Sono metafore dall’ampio raggio, immagini che...