Il maiale non fa la rivoluzione

Pochi mesi prima di morire, mio padre mi chiese di fargli sostituire il cinturino logoro del suo orologio color verde militare. Rimandai per qualche giorno, e nemmeno io ricordo...

Pochi mesi prima di morire, mio padre mi chiese di fargli sostituire il cinturino logoro del suo orologio color verde militare. Rimandai per qualche giorno, e nemmeno io ricordo il perché. Mi diede indicazioni sul colore, sullo spessore e io riferii al negoziante che, a onor del vero, si attenne al tutto.

Quando poi se ne andò, nel pieno di una caldissima estate da cambiamento climatico evidente, tolsi dal suo polso sinistro l’orologio e lo riposi in uno dei suoi tiretti. Rimase lì per una ventina di giorni, quelli primi dell’elaborazione di un lutto improvviso, nonotante papà avesse da tempo sviluppato una serie di patologie, tra cui il morbo di Parkinson, che facevano presagire che la discesa fisica era in corso, accompagnata da un evidente indebolimento delle capacità mentali.

Per volontà del caso, un giorno di agosto aprii quel cassetto e vidi l’orologio color verde militare. Lo presi e lo pulii un po’, quasi quella operazione fosse una sorta di catarsi temporale, di inframmezzamento tra l’uso che ne aveva fatto lui e quello che era venuto in mente a me di farne ora.

Un po’ perché gli altri miei orologi mi avevano abbandonato, tra corone rotte, vetri scheggiati, lancette sfuggite alla loro sede, meccanismi ribelli al corretto conteggio dei minuti. Un po’ perché volevo conservare su di me qualcosa di suo, sentirlo forse ancora accanto, vicino. Incosciamente o meno, sarà stato all’incirca così.

Nel pulire orologio e cinturino, voltandolo, mi accorsi che c’era una scritta impressa sul marrone scuro: “Vera pelle“. Pelle di chi? Camoscio, alligatore? Avevo escluso si potesse trattare di pelle umana, visto che solo i nazisti si facevano i paralumi con quella e li esponevano nelle case adiacenti o interne agli stessi campi di sterminio.

Ne conclusi che era ovviamente pelle appartenuta a qualche animale, conciata, trasformata, esattamente come un hamburger che fa bella mostra nei banchi frigo dei supermercati e che tutto sembra tranne un pezzo di un essere che è stato vivente, senziente, molto, molto sofferente.

D’istinto avrei messo da parte l’orologio e ne avrei volentieri fatto a meno; non fosse che senza un contatempo al polso mi pare di sentirmi un pochino ignudo di fronte al mondo e a me stesso, privato di qualcosa di essenziale, di inseparabile. Per abitudine, certo, perché siamo esseri abitudinari, ma anche perché, in fondo, non volevo separarmi da quel ricordo.

Scesi così ad un compromesso: avrei fatto cambiare il cinturino di “Vera pelle” il prima possibile, scegliendo su qualche catalogo internettiano di grandi aziende che vendono di tutto quello originale, color verde pure lui come la cassa interna dell’orologio. Certamente, anche dal punto di vista meramente estetico, molto più bello di quello che, nonostante l’inconsapevolezza che fosse un pezzo di un animale non umano, mi era piaciuto perché rispondeva alle esigenze che mi erano state date in consegna…

Il senso di colpa mi giocò qualche tiro in quei giorni caldi: stavo leggendo “Il maiale non fa la rivoluzione” di Leonardo Caffo (edizioni Sonda, 2013/2016), un saggio profondamente intenso nello spiegare la necessità di un “antispecismo debole” rispetto a quelli fino ad ora conosciuti dentro un dibattito piuttosto moderno e recente.

Il contrasto tra i ragionamenti dell’autore e il cinturino dell’ormai mio orologio dal color verde militare era più che evidente. Cercai di viverlo in un complesso rapporto dialettico con me stesso, il libro e il contatempo. In fondo che colpa avevo io se il negoziante aveva scelto quel tipo di cinturino? Che colpa avevo io se non me ne ero accorto?

Si ha bisogno di un po’ di alibi per riuscire a sostenere le contraddizioni che ci attraversano e che ci fanno sentire inadeguati rispetto ad una rigorosa coerenza che vorremmo fosse sempre aderente a noi stessi, in quanto modello di comportamento lineare, anche in contrasto con la realtà, ma preservatrice di una moralità personale che faccia luce rispetto all’incoerenza tenebrosa altrui, che riverberi le dicotomie esterne e confermi la purezza nostra in tutto e per tutto.

Un bellissimo ritratto di una impossibile resipiscenza. L’errore fa parte della vita, ma può essere corretto. Questo è ciò che veramente conta: la non perseveranza nello stesso, l’acquisizione di una consapevolezza che sia mutamento, trasformazione senza per forza dover rinnegare sé stessi e biasimarsi fino alla fine dei nostri giorni. Il senso di colpa non è mai utile quando si vuole davvero provare a rivoluzionarsi, a rivoluzionare ciò che ci circonda.

Leonardo Caffo mi ha costretto, con la sua meticolosa capacità di saggista e di filosofo dell’oggi, a rileggere più volte il suo libro, il cui sottotitolo è “il nuovo manifesto per un antispecismo debole“. Sono sicuro che molti di voi si chiederanno anzitutto cosa c’entra il cinturino in “Vera pelle” di un orologio con questa strana parola che non avete forse mai sentito: “antispecismo“; e per di più che diamine significhi l’aggettivazione “debole“.

Non ho la pretesa di spiegare tutto questo nella recensione di un libro che mi è piaciuto, che mi ha indispettito, che mi ha anche fatto inalberare un po’ quando accusa noi marxisti di essere “fuori dagli assunti di base” delle istanze animaliste e, propriamente, della lotta antispecista, ma che, alla fine della fiera, apre un nuovo capitolo nel dibattito ultramoderno sull’animalità, sul ritorno ad una concezione extra-umana, che ci riporti a pensarci anzitutto come parte del regno animale e non come qualcosa di separato da esso.

La sfrontatezza benevola delle argomentazioni è utile proprio perché chi le ha scritte così lo ha fatto con una passione che è la quinta essenza di quel ritorno all’animalità che abbiamo perso a partire non si sa bene da quando.

Forse dal Neolitico, come evidenzia Marco Maurizi nel suo dialogo con Leonardo Caffo, nel confronto tra “antispecismo politico” e “debole“; forse attraverso processi di formazione delle coscienze unitamente allo sviluppo di rapporti di classe che nel moderno capitalismo si sono strutturati e connaturati con uno sfruttamento della natura senza precedenti.

Propendo ad essere d’accordo più con Maurizi che con Caffo sulla definizione di “antispecismo“, probabilmente influenzato dal mio marxismo, dal mio essere (dirmi) comunista in un nuovo millennio che sembra aver superato le vituperate ideologie e che pretenderebbe di muoversi al di là delle stesse idee.

Però, affermo con piacere di essere anche concorde con Caffo quando si ostina a mettere avanti a tutto la sofferenza degli animali non umani in sé e per sé. Mi ha ricordato un po’ Marx quando parla di “classe in sé“, di quel proletariato che fatica ad essere “classe per sé“. E così è per il maiale che non fa la rivoluzione. Bisogna che qualcuno possa farla per lui, soprattutto se questo atto è anche una forma di cesura con l’evoluzione umana di un animalismo che è divenuto specismo e che, dentro l’umanità stessa si è fatto razzismo.

Più volte ho messo mano alla tastiera e scritto della connessione, invisibile ai più, soprattutto a sinistra, tra razzismo e specismo. Sono due classificazioni tassonomiche che hanno prodotto un razzismo scientifico da un lato e un superomismo dominatore dall’altro su tutte le altre vite presenti sul pianeta, sulla natura nella sua totalità.

Ne ho fatto discendere la necessità di una interazione tra capitalismo e specismo, tra specismo e sfruttamento, tra tutto questo e uno sviluppo insostenibile che deve essere fermata dalla volontà umana prima che travolga ognuno e ogni cosa. Non è sufficiente essere umani, antirazzisti, antifascisti, anticapitalisti. E’ necessario essere antispecisti perché, come scrive Maurizi, il capitalismo senza sfruttamento della natura non potrebbe esistere.

La sofferenza degli animali che Caffo vuole mettere prima di ogni altra lotta, prima di ogni altra considerazione sul resto che ci circonda, è, da questo punto di vista, la premessa per capire appieno tutte le altre sofferenze.

E non solamente perché anche noi siamo animali anche se facciamo di tutto per distinguerci dagli altri animali (non umani); ma perché se anche superassimo il capitalismo e vivessimo in una società “a misura d’uomo” (peggio non ci si potrebbe augurare…), la nostra vita poggerebbe sempre su uno sfruttamento tutt’altro che residuale: quello degli altri esseri viventi, quello della natura.

La recensione che metto qui nero su bianco del libro di Caffo è critica ma fino ad un certo punto. Mi perdonerà l’autore, ma io credo che non basti soltanto una presa di coscienza che punti ad un cambiamento culturale per ottenere il risultato della fine delle sofferenze animali a tutto tondo sul pianeta. Bisogna rovesciare i rapporti di forza dell’economia e della finanza, cambiare il modello produttivo.

Indubbiamente, se ad un modello produttivo che sfrutta i suoi stessi (involontari) sostenitori, gli esseri umani, gli animali non umani e tutto quanto gli viene a tiro dal suolo, dal sottosuolo, dai mari, dagli oceani e dall’atmosfera, sostituiamo rivoluzionariamente un modello che vi si differenzia per il fatto di aver raggiunto la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e basta, non possiamo affermare di aver raggiunto una vera liberazione dalle sofferenze, una vera uguaglianza per tutti i viventi.

Dobbiamo aggiornare l’anticapitalismo, il comunismo stesso e superare l’angusto ambito dell’umanità per puntare alla liberazione animale. Che ci comprende, che ci include, che ci interessa ma che è soltanto una parte del tutto.

Ma c’è la domanda lasciata in sospeso, offerta al ragionamento di ognuno di noi, che Caffo pone ad essere il vero punto di svolta. Non la possiamo evitare: se per arrivare alla liberazione di tutti i viventi, mettendo quindi al primo posto la liberazione animale come liberazione universale, si dovesse prendere in considerazione anche la fine dell’umanità, saremmo disposti a fare questa lotta, ad impegnarci in questo senso?

Sono disposto io, se non vi fossero altri cinturini da mettere al mio orologio dal color verde militare, a rinunciare ad indossare il mio orologio? E’ da qui che si comincia e si ricomincia di continuo: da una messa in prova di una umanità che deve finire da dove è cominciata. Da una animalità recuperata. Il prezzo da pagare sarà sempre meno alto e meno crudele di tutte le sofferenze che miliardi e miliardi di animali non umani ogni anno vivono e di cui muiono in una indifferenza a corrente alternata.

Lo specismo non è in contraddizione col capitalismo e viceversa. Ma l’uguaglianza del diritto alla vita libera per tutti gli esseri viventi e il rispetto della natura dovrebbe prescindere dalla nostra volontà. Dovrebbe essere un dato più che naturale, più che di fatto, più che di diritto stesso. Dovrebbe essere una incontrovertibilità.

Adesso vado a cambiare il cinturino del mio orologio.

IL MAIALE NON FA LA RIVOLUZIONE
IL NUOVO MANIFESTO PER UN ANTISPECISMO DEBOLE
LEONARDO CAFFO
EDIZIONI SONDA
€ 14,00

MARCO SFERINI

24 maggio 2023

foto: particolare della copertina del libro


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