Perché sono vegetariano

Il punto di partenza di Lev Tolstoj sul vegetarianesimo è la morale: quella dello spirito e quella anche delle cose più prettamente terrene, materiali, appartenenti ad un mondo totalmente...
Lev Tolstoj

Il punto di partenza di Lev Tolstoj sul vegetarianesimo è la morale: quella dello spirito e quella anche delle cose più prettamente terrene, materiali, appartenenti ad un mondo totalmente sensibile, dove corpi e sentimenti si compenetrano e non vi è scindibilità nel nome di una qualche etica superiore piegata al desiderio, alla voracità, al possesso di altri esseri viventi.

Va contestualizzata ogni parola che l’autore di “Guerra e pace” e “Anna Karenina” mette nero su bianco quando parla del confronto tra la società assolutamente carnivora, cacciatrice, ricolma di golosità e di voglia di mangiare quelle carni di cui poi, però, un po’ come accade oggi, preferisce ignorare l’origine nel sangue dei macelli, là dove l’odore è quello dell’assassinio, là dove tutto mefiticamente olezza di morte.

Il grande scrittore russo non crede di dover impartire alcuna morale, come riassume molto bene alla fine di questo libriccino dedicato al nesso tra rispetto degli esseri umani e rispetto degli animali, laddove si legge e si vede già in prospettiva la futura onnicomprensiva antispecista “animalità” sostituirsi alla dicotomia “umanità-animalità“.

In “Perché sono vegetariano” (Piano B edizioni – Elementi, 2018), che è una agevole raccolta dei pensieri, della massime, degli scritti e delle lettere che Tolstoj scrisse trattando della crescente disposizione umana nei confronti di una considerazione nuova del rapporto tra noi stessi e gli altri esseri viventi sul pianeta, si riscontrano veramente tante intuizioni che saranno il fondamento di successive elaborazioni di un pensiero e di una pratica vegetariani certamente più laici e altrettanto determinati.

Dall’800 ad oggi, se già due secoli fa lo scrittore russo intravedeva un aumento dell’interesse per la causa dei diritti di tutti gli animali, mostrati come esseri pienamente senzienti, al nostro pari, capaci di provare tutte le emozioni di cui siamo consci anche noi e, a prescindere anche da questo, col pieno diritto di vivere senza essere proprietà di nessuno, odiernamente possiamo dargli ragione: il cammino della morale umana, il piano etico che si allarga a sfere prima sconosciute, è un percorso indubbiamente lungo ed anche lento.

La diffusione della critica di quello che, molto più attualmente, chiamiamo “carnismo”, è un tragitto culturale, ideale, anche politico e soprattutto sociale che si inserisce, senza poterne sfuggire, ad una altrettanto energica e inappellabile critica al sistema economico in cui sopravviviamo: il capitalismo liberista.

La trasformazione di ogni prodotto della natura in merce, sia esso inanimato, ma vivo come le piante, l’ecosistema più facilmente identificabile con il verde, con i mari e con l’ossigeno che respiriamo sempre più difficilmente, sempre più associato ad un inquinamento devastante, sia invece animato come gli animali “non umani“, è una delle caratteristiche del capitalismo.

Non è quindi imputabile alla singola volontà dell’onnivoro umano la perpetuazione del carnismo e dello specismo, ossia della considerazione della specie umana come sovraordinata a tutte le altre, facendo largo ad un concetto di “umanità” che esclude quello di “animalità“, ossia di comprensione degli esseri umani e degli animali nello stesso regno, pienamente consapevoli di essere noi e loro tutti animali. Diversi, ma pur sempre animali.

Noi umani, invece, ci consideriamo altro da ciò che siamo: ci reputiamo solo esseri umani e non “animali umani“, come invece dovremmo iniziare a trattarci per rispettare tutti i nostri simili e smetterla di servircene per i trasporti, per gli sport, per i crudeli giochi circensi, per le tradizioni come i pali, le corride, gli orribili giochi circensi e ogni altra forma di umiliazione nei confronti di questi esseri viventi che hanno il solo torto di essere assoggettati al dominio dei loro simili ma “umani“.

E dovremmo, con le nostre piccole azioni quotidiane, disincentivare sempre di più la produzione massiva di ogni tipo di carne: dai pesci, che spesso nemmeno vengono considerati “animali“, e tanto meno “carne” (come se fossero fatti di chissà quale altra sostanza…), forse perché perdura la leggenda del loro mutismo, forse perché si ritiene che abbia dignità di esistere solo chi viene reputato capace di una certa soglia di intelligenza (ovviamente stabilita da noi sapiens), fino agli enormi allevamenti intensivi che sono degli enormi spazi in cui stanno angusti, in gabbie peggiori di quelle di Guantanamo o dei lager nazisti, maiali, galline, conigli.

La segregazione è la morte della vita di questi miliardi di animali non umani che ogni anno assassiniamo: una vita peraltro brevissima e completamente innaturale, ridotta al solo fine della riproduzione per fare profitti e soddisfare una domanda di carne che viene propagandata come processo assolutamente logico e, quindi, “naturale“.

Scrive Tolstoj: «Qualche tempo fa ho incontrato per strada un macellaio che stava tornando da Tula dopo una visita a dei suoi cari. Non era ancora un macellaio esperto, e il suo dovere consisteva nel dare il colpo con il coltello. Gli chiesi se provasse compassione per le bestie che si apprestava a uccidere. Mi dette la solita risposta: “Perché devo avere pietà? E’ un lavoro che va fatto». Ma quando gli spiegai che non è affatto necessario mangiare carne e che è solo un cibo di lusso, egli convenne e poi ammise che, sì, gli dispiaceva per quelle povere bestie uccise. «Ma cosa posso fare? Devo pur guadagnarmi il pane…».

Il racconto del macellaio, le emozioni che esprime innanzi al grande scrittore e filosofo russo, possono essere oggi le stesse risposte che darebbero i tanti che sono impiegati nell’industria sanguinosa della macellazione e della produzione intensiva di carni. I prodotti finiti non assomigliano nemmeno lontanamente agli animali non umani da cui provengono: l’hamburger, che un miscuglio di parti di un corpo ridotto in poltiglia, non ricorda nulla dell’essere da cui proviene.

Mangiarlo, dunque, per i bambini che vi vengono abituati, è assolutamente normale, magari mentre accarezzano il loro cagnolino che hanno accanto, al tavolo del fast food o del ristorante. Non c’è eticamente nessuna differenza tra ciò che si mastica nelle grandi catene di cibo industriale e preparato velocissimamente e il proprio animale da compagnia, il proprio caro, fedele, amorevole amico peloso.

Eppure, in bocca noi abbiamo le carni di un maialino, e vicino a noi quelle di un cagnolino o di un gattino. Le prime sono ridotte a prodotto di diffusione di massa, a merce globale; le altre sono vive e ci regalano un meraviglioso e straordinario ventaglio di emozioni, di sentimenti, di amore e di coccole ogni giorno.

Si tratta, quindi, di una mera questione di percezione: se il nostro sguardo cambia anzitutto su di noi, se ci consideriamo animali umani, parte di una “animalità” che ci comprende in tutto il regno animale, forse potrebbe mutare anche la percezione che oggi abbiamo rispetto al rapporto piramidale indotto dallo specismo: al vertice non sta l’essere umano solo perché possiede una scatola cranica più ampia con una mente che ci consente l’autocoscienza e la formulazione di diversi piani etici che interpretano i rapporti tra tutti gli esseri viventi e senzienti.

Al vertice non dovrebbe esserci nessuno. Perché la piramide specista andrebbe via via assottigliata, abbassata fino alla formulazione di una universalità della vita sulla terra da ritenere orizzontale e non verticale. Fino ad arrivare, un giorno, ad un mondo in cui sia naturale per il pesce continuare a popolare il mare senza essere preso da un amo o da una rete o senza nascere, crescere, ferirsi e morire in uno dei tanti allevamenti ittici mostrati da alcuni come un esempio di “sostenibilità“.

Se consideriamo la sofferenza inaccettabile per noi, perché dovremmo essere pronti a tollerarla e farne pagare il prezzo agli altri esseri viventi? Nel nome di cosa? Della tradizione? Del gusto? Della cucina etnica? Del mercato e del profitto?

Persino la religione cristiana, cui Tolstoj è profondamente legato (e da essa ispirato in senso molto anarchicheggiante, a dire il vero…), fa di tutti gli esseri viventi delle “creature di Dio”, ma poi lascia che i pesci vengano pescati dagli apostoli o moltiplicati per sfamere migliaia di persone e si prodiga per la salvazione dell’umanità sola e non di tutte le altre vite.

Come ci ha ricordato Margherita Hack in un suo bellissimo saggio, che si intitola esattamente come il libro che stiamo descrivendo ma ovviamente declinato al femminile, soltanto la Teosofia, tra le grandi filosofie e religioni del passato, è legata ad un rapporto diverso tra natura e vita, tra animali non umani e animali umani. I teosofi considerano intangibile ogni forma di esistenza e, quindi, sono vegetariani al pari dei buddhisti che reputano imprescindibile il rispetto per ogni vita presente sul pianeta, per ogni essere che ci sta vicino.

Vecchio e malato, Tolstoj scrive a Gregori Pavlovic Degterenko, un suo servitore e amico che, pur tenendo lo scrittore in grande stima, lo biasimava per il suo stile di vita. In una delle lettere, il 20 agosto 1902, viene fuori tutto il rammarico per «essere stato ingannato [dai domestici]» che gli hanno servito dei brodi a base di carne. Se ne rammarica Tolstoj, perché, sostiene, non ha mai infranto la sua dieta vegetariana da oltre vent’anni.

E’ un dispiacere comprensibile, capita a tutti i vegetariani o vegani, almeno a me è capitato, di aver ingerito involontariamente della carne: magari in un sugo, magari una acciuga in un salatino natalizio… Se si pensa al vegetarianesimo come ad una sorta di religione ascetica, come una catarsi dominante su di noi, allora si proverà un senso di colpa trascinante. Ma se, invece, si fa della scelta vegetariana un modello di comportamento, allora ci si renderà conto che quello che conta è continuare su questa strada, mostrarsi come esempio: di vitalità, di natuarlità, di soddisfazione.

Perché, visto che noi animali umani possiamo scegliere, dobbiamo alla nostra intelligenza tutto il rispetto che merita e, quindi, mettendola al servizio del miglioramento dell’esistenza di tutti gli esseri viventi sul pianeta e del pianeta stesso, non possiamo non seguire il piano etico di una uguaglianza universale del diritto alla vita. Noi non siamo i padroni di niente e di nessuno.

Non è solo la proprietà privata dei mezzi di produzione che va superata: anche la proprietà degli altri esseri viventi deve essere abolita. Senza il superamento dello specismo, come forma di razzismo che va oltre noi stessi (così impegnati nell’odiarci reciprocamente per il colore della pelle o per la provenienza…), non ci potrà mai essere una vera liberazione “umana“.

Liberazione umana e animale devono essere la stessa cosa, la stessa lotta, lo stesso obiettivo. Perché ogni essere senziente merita di svolgere la sua vita senza che altri dispongano di lui. Il vegetarianesimo può nascere in noi sotto la spinta di molteplici istinti e sentimenti. Se succede, lasciamogli fare liberamente il suo corso. E’ una delle più belle conquiste che possiamo regalare a noi stessi e agli animali cui diciamo, ogni giorno, di volere bene.

PERCHÉ SONO VEGETARIANO
LEV TOLSTOJ
PIANO B EDIZIONI
€ 13,00

MARCO SFERINI

22 marzo 2023

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