Critica al programma di Gotha

A prima vista qualunque programma politico, qualunque statuto di partito o movimento sembra sempre pieno di ottime intenzioni, mosso dalle migliori proposte nell’interesse di una collettività che si dà...

A prima vista qualunque programma politico, qualunque statuto di partito o movimento sembra sempre pieno di ottime intenzioni, mosso dalle migliori proposte nell’interesse di una collettività che si dà come obiettivo il raggiungimento di un determinato fine.

Ad una lettura più attenta, marcatamente esegetica, la riflessione sulle parole singole e sulle frasi che compongono i paragrafi si fa più approfondita e ci si rende conto che, proprio tra le parole, si nascondono spesso una serie di trappole invisibili, di trabocchetti non della mente, ma che mirano alla mente stessa per convincerci della bontà di un presupposto.

Quando si opera in questo senso, di solito si rimane nel vago, si fa cenno a princìpi fondamentali senza entrare nello specifico, senza circostanziare: tanto più se le forze politiche che redigono un programma devono farsi benvolere dal maggior numero di persone possibili. Oggi li chiameremmo “partiti pigliatutto“, un tempo erano invece vecchi populismi che si affacciavano sulla scena delle nazioni europee in costituzione e in espansione sia politica che economica: prendevano nomi diversissimi e non esisteva un filone individuabile ed incasellabile in una determinata categoria. Nemmeno di riferimento esclusivamente sociale.

La tentazione di piacere un po’ a tutti è una novità antica, non certo ascrivibile ai nostri cosiddetti “tempi moderni“: si tratta di una forma mentis di una dirigenza politica che cerca di farsi spazio tra i vecchi ruderi presenti in un parlamento, tra schemi interpretativi (e quindi anche ideologici) che vengono considerati arnesi superati per la comprensione di una attualità che irrompe sulla scena con novità di non poco conto.

Quasi sempre queste forze politiche nascono proprio nel vuoto lasciato da altre, per intrinseca e strutturale debolezza: un precedente allarmante di una consunzione e di una inedia che distrugge i convincimenti di una intangibilità della classe istituzionale e del suo apparato statale di riferimento (tutta la grande macchina burocratica che necessita di un riferimento sicuro al vertice di una macchina pubblica di organizzazione della società).

La crisi sociale ottocentesca, pur nell’espansione capitalistica europea, che preannunciava al mondo le trasformazioni che avrebbe dovuto conoscere nelle fasi colonialiste ed imperialiste successive, è quel momento di rottura epocale che determina un solco profondo tra il primo industrialismo manifestatosi nell’Inghilterra del ‘600 – ‘700 e quello che poi sarà il “secolo breve” in cui l’accelerazione tecnologica farà passi da gigante e produrrà, oltre che innovazioni inimmaginabili anche solo pochi decenni prima, grandi stermini di massa, guerre mondiali e catastrofi mai viste nella storia dell’umanità.

La Germania prussiana dell’epoca, a cavallo di un secolo che passa dalla Restaurazione di Vienna all’unificazione bismarkiana è, insieme alla Francia dei movimenti sociali, delle bombe alla Orsini e delle pugnalate anarchiche alla Caserio, il principale teatro di fermentazione politica del socialismo e del movimento comunista che inizia ad improntarsi all’internazionalismo, superando i confini delle piccole patrie, andando ben al di là della ristretta, classista visione borghese dell’economia nazionale.

La lotta ideologica si accompagna a quella sociale, ad un proletariato che prende sempre più consapevolezza di essere la classe degli sfruttati e che, tuttavia, fa ancora fatica a distinguere sé stesso dal resto di una società che pretende di essere unitaria, a-classista, dominata dalla “buona creanza” della morale religiosa unitamente al sentimento patriottico dell’appartenenza ad un unico corpo politico che reprime le proteste intellettuali sui giornali, chiude e sbaracca le redazioni così come bastona i lavoratori che tentano di aprirsi dei varchi nell’allora pensiero unico di una borghesia lanciata verso grandi orizzonti di sfruttamento delle masse.

La polemica infuria tra i socialisti tedeschi: Ferdinand Lassalle ha abbandonato da tempo la sua vicinanza a Karl Marx. Non condivide l’intransigenza di posizioni politiche che, necessariamente, si fondano su analisi economiche provate scientificamente nella meticolosa lettura e critica dei “libri blu” delle fabbriche inglesi (e non solo…).

E’ arrivato alla convinzione che il proletariato possa far valere i suoi diritti con conquiste parlamentari, con progressi costituzionali: tra questi il suffragio universale maschile, un mezzo fondamentale per prendere il potere dall’interno dello stato borghese. La rivoluzione necessaria e inevitabile che Marx scorge tra le pieghe delle contraddizioni sempre più evidenti della società capitalista, per Lassalle è evitabile.

Verso la fine del maggio 1875, la “Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein” (“Associazione Generale degli Operai tedeschi“) e il “Sozialdemokratische Arbeiterpartei Deutschlands” (“Partito Socialdemocratico dei lavoratori tedeschi“) decidono di unirsi e dare vita al “Sozialdemokratische Partei Deutschlands” (“Partito Socialdemocratico di Germania“): si tratterà praticamente del primo passo verso la futura SPD. Questo, per fortuna, Marx non lo saprà mai, ma le critiche che proporrà al congresso unificatore rimarranno come monito di una degenerazione riformistica, di una accettazione di valori e princìpi borghesi nascosti dietro quel semplificazionismo parolaio e quella vaghezza fraseologica che farà del socialismo tedesco un partito dai tratti molto ambigui.

Tra il 22 e il 27 maggio del 1875, dunque, nella cittadina di Gotha, poco lontano da Erfurt, nella Turingia unita in alleanza doganale con la Prussia, la Sassonia e il Württemberg (il famoso “Zollverein“), si tiene un congresso che redige il programma che prende il nome della città tedesca. Arriverà sulla scrivania di Marx per averne un commento, una valutazione e la reazione del nostro sarà piuttosto dura, forte e a tratti anche violenta nelle sue espressioni, nella redazione delle glosse che invierà ai membri del partito.

Lo “scartafaccio” – così come Marx definì la sua “Critica al programma di Gotha” (1875) – impegnò il Moro in una attenta disamina lessicale dei punti elencati dai congressisti: un lavoro non così pedante come potrebbe a prima vista sembrare. Non si trattava di fare le pulci a quanto era stato scritto per pura vanitas vanitatum, per una critica fine a sé stessa, per operare una distinzione speciosa e quasi narcisistica (tutte accuse che sono state veramente ingiustamente rivolte a Marx nel corso dei decenni successivi), ma di confutare, dietro alle parvenze di un programma innovativo e progressista, un tentativo di compromesso tra la spinta rivoluzionaria e lo statalismo borghese.

Il programma di Gotha è un inganno, un socialismo per procura, un immaginare piuttosto che un voler realizzare. Un affidarsi all’esistente per mantenerne una gran parte cercando di portare a sé una larga parte del proletariato tedesco di allora. Avrebbe potuto influenzare altre organizzazioni operai e far apparire irrealizzabili gli sforzi di emancipazione vera della classe lavoratrice, di tutti gli sfruttati, mostrando loro che – tutto sommato – molte conquiste e molti diritti potevano realizzarsi dentro la struttura capitalista, addirittura nel modello bismarkiano di monarchia unificatrice della Germania, sotto l’egida prussiana. Un progetto che Lassalle non disdegna e che Marx non prende nemmeno in considerazione.

La lotta tra un socialismo utopistico riformista, infingardamente proposto come l’unico credibile e pragmaticamente concretizzabile, e un socialismo rivoluzionario che non può prevedere commistioni e convivenze con la vecchia società borghese da abbattere e superare sarà la lotta che Marx intraprenderà unitamente agli ultimi studi che si condenseranno nel postumo, incompiuto terzo libro de “Il Capitale“.

Il breve manoscritto che ci è arrivato integro grazie ad Engels (che decise di renderlo pubblico e di darlo alle stampe sulle colonne della “Die Neue Zeit” diretta da Kautsky solo nel 1891), è un profluvio di note che, essendo destinate al rapporto interno tra Marx e i membri del partito operaio tedesco, non risparmia epiteti, invettive, e che è intriso di una rabbia che tracima da una critica non preconcetta, ma che ripercorre ogni momento il raffronto con le ricerche e le scoperte fatte nel corso di tanti anni di studi e che dovrebbero essere la base per una redazione di un programma politico socialista.

Invece Marx scopre una approssimazione che lo lascia a tratti stranito, a tratti furibondo. Ma non rassegnato. Siccome dalla Russia all’Europa si diffonde, soprattutto grazie al contributo astioso di Bakunin e degli anarchici (come nota Engels nella presentazione del volumetto dato alle stampe), la calunnia che proprio dietro al programma di Gotha vi sia la mano del Moro, diventa per Marx impossibile sottrarsi alla critica ragionata ma anche molto politica del testo e, pertanto, intrisa di passione e di fervore.

Benevolmente, Engels ricorda che, proprio nel presentarle alle pubbliche letture, le note di Marx vennero da lui riviste solamente in quei brevi passaggi in cui si esprimevano «giudizi aspri relativi a singole persone». La sostanza della critica formal-lessicale e contenutistico-politica è rimasta pressoché intatta.

Così ancora oggi noi possiamo leggere un piccolo libriccino che ci è utile soprattutto per accorgerci, per renderci meravigliosamente conto di quanto certe insidie si possano nascondere dietro alla semplicità delle parole e ad intenzioni che, indubbiamente, avevano con sé un certo portato di buona fede e che, proprio per questo, non erano meno tacciabili di essere dannose per lo sviluppo del movimento anticapitalista e comunista, della coscienza e della critica di classe nei confronti del pensiero, delle istituzioni e delle forze economiche dominanti.

La “Critica al programma di Gotha” è un gioiello di esegesi, di destrutturazione e successiva sconfitta della banalizzazione dei concetti e del semplicismo con cui si può costruire un movimento o un partito politico che sia altamente seduttivo ma molto poco progressista, molto poco innovatore e, sostanzialmente, conservatore nel suo divenire asse del compromesso tra la voglia di riscatto del proletariato e quella rivoluzionaria di una borghesia che, in questo modo, trova quinte colonne nel campo che dovrebbe esserle avverso. Socialmente e politicamente.

CRITICA AL PROGRAMMA DI GOTHA
KARL MARX
EDITORI RIUNITI
€ 9,40

MARCO SFERINI

27 aprile 2022

foto: particolare della copertina del libro

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