Riforma sociale o rivoluzione?

Nel suo recente lavoro “Cronache anticapitaliste” (recensito su la Sinistra quotidiana lo scorso 3 novembre) David Harvey conferma oggi quello che Rosa Luxemburg scriveva alla fine dell’800, mentre il...
Rosa Luxemburg

Nel suo recente lavoro “Cronache anticapitaliste” (recensito su la Sinistra quotidiana lo scorso 3 novembre) David Harvey conferma oggi quello che Rosa Luxemburg scriveva alla fine dell’800, mentre il capitalismo europeo (e mondiale) si avviava dalla fase colonialista a quella dello scontro tra le nazioni in un complesso rivoluzionamento di sé stesso, nel mezzo di un processo di adattamento rispetto alla globalizzazione incipiente.

Lo studioso marxista e la rivoluzionaria polacca, naturalizzata tedesca, arrivano alla stessa conclusione quando indagano il fenomeno evolutivo del regime delle merci e dei profitti e quando osservano da vicino quella borghesia imprenditoriale che un po’ governa e un po’ si lascia cullare dalle crisi cicliche del capitale, consapevole che troverà, proprio dalla divisione del mondo del lavoro, il punto in cui fare leva per rimanere più che a galla. Per aprirsi nuovi mercati, per esplorare nuove colonizzazioni planetarie non solamente di conquista terrestre, per meri scopi politici, ma per una fase molto più alta e detonante dell’imperialismo moderno.

La lotta che Rosa Luxemburg intreccia con Bernstein è di quelle che destano scalpore negli ambienti del socialismo tedesco, del dibattito europeo sulle riforme sociali: sulla possibilità che non si debba per forza arrivare al punto di rottura e di capovolgimento dell’esistente, quindi alla rivoluzione, per rovesciare il capitalismo; ma che, invece, sia possibile arrivare a questo obiettivo modificando internamente il sistema, non frapponendovisi, non trattandolo completamente da nemico.

Riforma sociale o rivoluzione” (Prospettiva edizioni, prima ed. 1996, nuova ed. 2009) è per l’appunto la sintesi di questa affascinante diatriba dialettica di una politica che si fronteggia sul terreno tanto della speculazione ideale e filosofica, quanto su quello che più interessa a Rosa: dimostrare che, quasi trascendentalmente, non può esistere una riforma del sistema capitalistico, perché ne contraddirebbe la sua natura di ineguaglianza endemica, propria di uno squilibrio tra il ristretto gruppo di profittatori e speculatori e la grande, enorme, titanica massa di sfruttati che li mantengono, sopravvivendo a stento.

La tesi socialdemocratica moderata (perché quando la Luxemburg e Bernstein intrecciano la vistosa polemica politico-economica esistono ancora diverse declinazioni rivoluzionarie che si possono ascrivere all’ambito socialdemocratico…) ricalca quella che il socialismo di inizio secolo porterà avanti: il compromesso finalizzato al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Giorno per giorno, mese per mese. Quasi un programma di governo. Ed in effetti è un atteggiamento che punta ad inserire i partiti del socialismo entro una cornice di rispettabilità, dialogando con le altre forze moderate di centro.

La socialdemocrazia che Rosa Luxemburg incontra nella sua vita cesserà di essere tale, forse in maniera definitiva, con il voto favorevole del suo partito al finanziamento dei crediti della Prima guerra mondiale. Lì la rottura sarà inevitabile e anche in Germania, come in Italia e in molti altri paesi europei, inizieranno a nascere le “correnti comuniste“, quei frazionismi ineludibili, quelle anche eccessive profusioni di ottimismo rivoluzionario che, tuttavia, per quanto equidistanti dal pragmatismo riformista e dall”idealismo sterile dell’anarchismo, finiranno con il farsi influenzare, spesso e volentieri da questi due estremi.

L’indagine che la rivoluzionaria spartachista compila, capitolo dopo capitolo, nel mettere a confronto la “riforma sociale” bernsteiniana e la “rivoluzione” marxianamente intesa, serve ancora oggi per capire le trasformazioni della sinistra da comunista a socialista, quindi da radicalmente oppositrice del sistema capitalistico, da convinta assertrice del suo superamento a campo politico in cui viene, via via, tollerato il compromesso con anche le forze che rappresentano le idee liberali e liberiste, ma prima ancora con una nuova ideologia che deve essere costruita in alternativa a quella anticapitalista.

E’ proprio l’anticapitalismo, infatti, ad essere oggetto di critica da parte di Bernstein: sia chiaro, nessun riformista pensa di dichiararsi filo-capitalista e tanto meno tollerante nei confronti dei (dis)valori del mercato e del regime del profitto.

Ma, nei fatti, proponendo di abbandonare l’obiettivo della conquista del potere da parte del proletariato (oggi diremmo: da parte dei precari, dei disoccupati e del mondo del lavoro molto, troppo genericamente inteso), arriva alla conclusione che la dicotomia di classe non sussiste, che non ha ragioni di esistere perché il crollo del sistema, ipotizzato da Marx dopo i suoi lunghissimi studi ne “Il Capitale“, per l’eccessiva accumulazione e per l’altrettanto eccessivo immiserimento di quel resto dell’umanità che non possiede i mezzi di produzione, non si stava realizzando già alla fine dell’800 e all’inizio di un promettente ‘900 tutto sviluppo scientifico e novità industriali.

Se Bernstein vivesse oggi, probabilmente ci direbbe: «Vedete che avevo ragione?! Dove sono le condizioni rivoluzionarie? Il capitalismo si adatta ai tempi, crea nuovi rapporti di forza e gestisce le sue pur gravi crisi, nonostante tutto». Già, “nonostante tutto“, caro Bernstein. Perché questo “tutto” include anche le centinaia di guerre sparse per il pianeta, sorrette nei loro lunghi tempi da interessi economici che consolidano le posizioni di questo o quel contendente e dei spazi geopolitici che rappresenta e che intende proteggere con la forza delle armi.

Quel “tutto” include l’adattamento progressivo del sindacalismo alla mera gestione di una sopravvivenza operaia e lavorativa che viene sempre mostrata come qualcosa di altamente importante e fondamentale, mentre ci si dimentica che quello che viene mostrato come un grande sforzo dei sindacati, nel prodursi come difensori dei diritti dei moderni proletari è la mera “gestione ordinaria” per un’organizzazione che è nata anche per quello ma, in particolare, per far prendere coscienza dello sfruttamento cui gli stessi lavoratori sono sottoposti e non solo per alzare i loro salari o difenderne il diritto a non essere licenziati senza giusta causa.

La critica al sindacato non è ingenerosità: è una oggettiva perdita di funzione che le grandi organizzazioni hanno in parte subìto con la trasformazione (anti)sociale della società stessa e la vittoria del capitalismo liberista a far data dagli anni ’70 del secolo scorso. Tutto ciò che il sindacato fa, meno male che lo fa e meno male che riesce ancora a farlo, vista la crisi di partecipazione attiva alla vita politica, sociale e civile del Paese.

Non si può non criticare la mancanza di un sindacato di classe: di un sindacato che, in sostanza, oltre alla gestione delle conseguenze nefaste dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, che si riversano nella composizione salariale, nella sua capacità di acquisto e nelle tante parcellizzazioni dell’attività di fabbrica, di ufficio, di cantiere che mettono i lavoratori gli uni contro gli altri scientemente, partecipi alla realizzazione delle condizioni per fare in modo che il mondo del lavoro abbia una sua influenza nel processo produttivo.

Bernstein, del tutto probabilmente, direbbe che questo non è possibile perché il ruolo del sindacato è solo quello di essere uno strumento di lotta contro lo sfruttamento del capitale, ma non contro il capitale stesso. C’è uno spicchio di ragionevole verità in questa asserzione che gli attribuiamo, conoscendone il pensiero. Ma l’errore in cui il competitor di Rosa Luxemburg incappa è proprio quello di fare del sindacato una variabile dipendente dall’andamento del sistema capitalistico. Bernstein afferma che bisogna arricchire i lavoratori, migliorarne quindi le condizioni di vita e farli uscire dalla loro proletarizzazione.

Così facendo si paralizza il processo di coscienza rivoluzionaria, si immobilizza quella naturale propensione progressiva all’emancipazione non soltanto da salari di fame e da condizioni di indicibile sfruttamento, e si finiscce col fare del sindacato un nemico dei lavoratori sul lungo periodo, relegandolo alla funzione di regolatore del disagio sociale e niente più.

Le crisi economiche offrono, del resto, buone argomentazioni per qualunque riformista che voglia provare a convincere che il ruolo del sindacato è essenzialmente questo, perché, in fondo, la rivoluzione la dovrebbero fare quelle forze politiche, insieme alle masse degli sfruttati, che si propongono di arrivare all’apice del potere, rovesciarlo e trasformare così il dominio del capitale in dominio del mondo del lavoro.

David Harvey, sempre nelle già citate “Cronache anticapitaliste“, con grande lucidità lo mette in chiaro fin dalle prime pagine del suo libro: essere consapevoli che la rivoluzione è necessaria, per fermare questo sistema omicida e di sfruttamento globale di esseri umani, animali e della natura tutta, vuol significare anche essere pienamente consci del fatto che il passaggio dal regime liberista ad una nuova economia, ad una nuova società, avrà bisogno di un periodo di transizione.

Perché la vera utopia non è il socialismo, non è il comunismo, ma il ritenere che da un giorno all’altro si possa abolire un sistema così radicato, globale e imponente in ogni momento della nostra vita. Ma la transizione cui Harvey accenna non è la, del resto, impossibile condivisione del potere tra borghesi e proletari, tra imprenditori e lavoratori, tra proprietari privati dei mezzi di produzione e produttori della ricchezza vera della società.

La transizione di Harvey non è un programma riformista alla Bernestein calato nei tempi modernissimi di un capitalismo ultraliberista. E’ l’abbandono progressivo di questa società, la inconservabilità di qualunque tipo di funzione che abbia espresso o che voglia pretendere di continuare ad esprimere. La transizione è il punto di non ritorno. Non è il riformismo che vive e si nutre di sé stesso dentro il contesto capitalista. La transizione è anticapitalista oppure non è.

Ci si può anche immaginare la rivoluzione come un Big bang che ha vita, espansione e diffusione in un nanomilionesimo di secondo, ma anche stereotipando così un evento che nella storia dell’umanità è stato declinato in tanti spazi e tanti tempi, si dovrà convenire che nessuna rottura col presente (e quindi col passato) si è affermata e conclusa in un solo istante, in un giorno, capovolgendo immediatamente tutto e tutti.

I riformisti hanno sempre tentato di caricaturizzare così tanto le rivoluzioni quanto le ambizioni rivoluzionarie dei comunisti. Rosa Luxemburg quando lotta contro Bernstein, lo fa anche per demitizzare il cambiamento sociale e renderlo concreto e non sospeso al di là delle nuvole di un immaginario collettivo che viene, in questo modo, convinto dell’utopismo del progetto socialista.

La rivoluzione moderna, semmai, sta nell’affermare un anticapitalismo che fronteggi il nuovo riformismo, che riecheggia Bernstein, che ripropone le quasi stesse argomentazioni di un secolo e mezzo fa per sostenere la ragionevolezza della gradualità di riforme tutte interne al sistema, che non ne mettono in discussione l’esistenza, che ne accettano la superiorità etica rispetto alle alternative di società che si propongono dall’origine del movimento proletario.

Rosa Luxemburg smonta pezzo per pezzo le tesi bernsteiniane e le confuta con un rigore analitico che è sintesi della prospettiva ideale, del pragmatismo politico e dello scientismo marxista.

La sua sconfitta sul campo, la sua morte per mano delle guardie del governo socialdemocratico tedesco, ne faranno una figura scomoda per il movimento operaio, per l’intellettualità marxista dei decenni a venire. Si preferirà sempre riferirsi ad esempi vittoriosi, a quell’Unione Sovietica che aveva aperto una nuova via all’umanità e che, a causa di un altro riformismo, quello stalinista, che sarebbe meglio definire “deformismo“, si era burocratizzata e da “Stato dei lavoratori” era divenuta più che altro un “capitalismo di Stato” alternativo al “capitalismo privato“.

Questa fantastica disputa tra Rosa Luxemburg ed Eduard Bernstein è un dibattito non di altri tempi ma, come si può constatare oggettivamente, è senza ombra di dubbio, nella dialettica a sinistra, quanto di più attuale vi sia.

RIFORMA SOCIALE O RIVOLUZIONE
ROSA LUXEMBURG
PROSPETTIVA EDIZIONI
€ 10,00

MARCO SFERINI

8 giugno 2022

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