Chi uccide una vita, uccide il mondo intero

In “Schindler’s list” Ben Kingsley, che interpreta il meticoloso contabile Itzahk Stern, alla fine del film pronuncia una frase che è scritta nel Talmud di Babilonia: «Chi salva una...

In “Schindler’s list” Ben Kingsley, che interpreta il meticoloso contabile Itzahk Stern, alla fine del film pronuncia una frase che è scritta nel Talmud di Babilonia: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Il prezioso messaggio è emblematico: è infatti un simbolo potente, una immagine che consente di sintetizzare in meno di una riga vera e propria un principio fondamentale. E questo principio è il rispetto universale dei diritti di tutti i viventi e di tutto ciò che vive e che, quindi, non soltato esiste, ma che è consapevole di esistere.

La consapevolezza ci fa fragili e ci fa forti: se soffriamo possiamo essere più deboli; se siamo sereni e possiamo godere della vita, allora possiamo sentirci più energici, capaci di sopportare con meno fatica i dilemmi dell’esistenza e passare da un regime di sopravvivenza ad uno di vera e propria dignità del vivere per vivere nella dignità stessa. Il rispetto di ogni essere senziente, dunque, dovrebbe essere un concetto innovativo, ampliante quelli già vergati sulle dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo e del cittadino tra ‘700 e ‘900.

In realtà, la nostra presunta e presuntuosa modernità occidentale ci mette davanti ad una sequela di orrori che si esprimono con le guerre. Conflitti di aggressione imperialista che sono riconoscibili perché, come scrive Lenin in “Intorno ad una caricatura del marxismo“, nel 1916, quindi in pieno svolgimento della Prima guerra mondiale, «la guerra è la continuazione della politica. Bisogna studiare la politica che precede la guerra, la politica che porta e che ha portato la guerra. Se la politica è stata imperialistica, ha difeso cioè gli interessi del capitale finanziario, ha depredato e oppresso le colonie e gli altri paesi, la guerra che scaturisce da una simile politica è imperialistica».

Diversamente, chiosa sempre Lenin, se la politica invece ha avuto scopi di liberazione nazionale, quindi ha condotto le masse contro una oppressione straniera, allora la guerra che ne scaturisce è una guerra per la libertà di un popolo. Sembra la fotografia esatta di quanto avviene in Cisgiordania e a Gaza. Le premesse all’invasione di terra della Striscia, dopo gli orrori perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023, sono tutte rivolte ad una politica ultradecennale di aggressione imperialista contro i palestinesi.

Nella West Bank il regime coloniale è all’ordine del giorno: la maculatizzazione del territorio, punteggiato da tanti insediamenti israeliani che, almeno fino a prima dei fatti che hanno riportato la guerra a Gaza (e in gran parte del Medio Oriente), erano considerati persino dal governo di Tel Aviv fuorilegge, rende la Cisgiordania un ibrido etnico-politico-sociale. Non è completamente israeliana e non è completamente palestinese. La colonizzazione sionista, supportata dai governi della destra, in ultimo dal lungo reame di Netanyahu, è di per sé un atto di violenza.

E’ parte di una politica di espansione dello Stato ebraico che, così facendo, dichiara – e non da oggi – al mondo intero che non intende accogliere le risoluzioni dell’ONU, ma perseverare sempre di più nel sincretismo tra nazionalismo e militarismo, difendendo quindi esclusivamente gli interessi israeliani, a qualunque costo. Al costo, infatti, della guerra a tutto campo contro Gaza. La scoperta della fosse comuni a Khan Yunis, con oltre trecento vittime palestinesi dentro, non fa che evidenziare tutto questo.

Il governo di Israele, che respira un’aria di crescente critica popolare (ma non ancora di opposizione veramente sociale) soprattutto in relazione alla questione degli ostaggi in mano ad Hamas, non poteva essere più chiaro, nell’operazione di estensione del conflitto all’intero Medio Oriente, se non agendo in spregio a qualunque diritto internazionale (e magari fosse la prima volta…) bombardando un palazzo diplomatico iraniano nella capitale siriana. Se si cercavano ulteriori prove del proposito imperialista di Tel Aviv, eccole servite su un vassoio d’argento.

La pretestuosità con cui Israele rivendica la propria essenza democratica si infrange nel momento in cui le regole valgono solo per gli altri. Nel momento in cui l’ONU, che biasima e condanna la potenza occupante da oltre cinquant’anni, proferisce parola e stigmatizza i comportamenti del gabinetto di guerra, è naturalmente pronta la replica che include nel calderone indistinto dell’antisemitismo chiunque si permetta di criticare l’operato di Netanyahu, di Gallant e dei suoi accoliti.

Se, dunque, quella di Israele contro Gaza e contro il popolo palestinese è una riconoscibilissima guerra imperialista, visto che – andando indietro nel tempo, con l’indagine storica, come ci ha suggerito Lenin – ne abbiamo la chiarificazione e l’evidenza, la domanda che ne consegue è: fino a che punto si spingerà lo Stato ebraico? Quale è il suo vero obiettivo? Di sicuro il consolidamento di sé stesso nel contesto di un mondo arabo in cui, almeno nel prossimo futuro, i patti di Abramo non saranno più attuali. E se questo è uno dei traguardi cui Tel Aviv intende mirare, è evidente che i palestinesi non possono far parte di questa storia prossima futura.

Dal punto di vista del nazionalismo sionista iper religioso, infatti, non c’è posto in Israele per un popolo che, è piuttosto sicuro, nutrirà sentimenti di avversione e di odio per lungo tempo, visto quello che sta capitando a Gaza, vista la storia pregressa, visto quasi un settantennio di vessazioni, crimini e repressioni di ogni tipo. Il disegno strategico che vuole includere nel contesto anche la resa dei conti con l’Iran, mira non soltanto ad una divisione delle fazioni del mondo arabo, ma anche ad una esclusione dell’area di interesse del Golfo Persico del regime degli ayatollah.

La guerra contro Gaza diventa, giorno dopo giorno, sempre più la leva su cui poggiano altri conflitti che attendevano soltanto il momento giusto per potersi esprimere in quanto tali. Il fronte libanese non è ancora stato aperto completamente perché quello della Striscia non è stato chiuso. Israele riceve finanziamenti ed armi dagli Stati Uniti senza soluzione di continuità: il tutto mentre si finge di progettare uno scambio tra attacco all’Iran e occupazione di Rafah.

Non è solamente ignobile il mercanteggiamento cinico dei governi sulle vite di interi popoli; è veramente baro e ipocrita ogni appello che Washington finge di rivolgere al governo israeliano per frenarne la furia cieca nei confronti dei palestinesi. Le fosse comuni rinvenute a Khan Yunis sembra contenessero cadaveri trovati con le mani legate dietro la schiena. Si è trattato certamente di esecuzioni sommarie. Decine, centinaia di civili assassinati con le manette ai polsi. Donne, giovani e anziani. Nudi. Spogliati dei loro vestiti, della loro dignità di esseri umani.

Per un attimo, soltanto per un attimo, Israele il 7 ottobre 2023 era passato dalla parte della ragione. Dopo quel momento, che ha dato il via alla guerra contro il popolo palestinese a Gaza, lo Stato ebraico è tornato coerentemente dalla parte del torto. E, giorno dopo giorno, questo torto è aumentato esponenzialmente con i bombardamenti che hanno ucciso indiscriminatamente civili e miliziani, colpendo case, ospedali, ambulanze, scuole, musei, moschee, associazioni umanitarie… Niente e nessuno è stato risparmiato.

Ci dovrebbe essere un limite anche alla ferocia con cui l’imperialismo ipernazionalista di uno Stato semi-teocratico si scatena. Evidentemente non c’è o, se esiste, ciò che abbiamo visto sino ad oggi non è ancora il massimo dell’orrore. Non c’è, dunque, nessun dubbio: una guerra fatta in questo modo è una guerra di aggressione, di invasione e non una guerra di difesa della democrazia israeliana. Ammesso che per democrazia non si intenda la liceità di un paese e del suo esercito di fare tutto quello che gli pare e piace in barba al diritto internazionale e, cosa ancora più grave, ai fondamentali diritti umani universali.

Gli Stati Uniti minacciano sanzioni contro Israele proprio in ragione delle violazioni dei diritti umani. Ma non interrompono il sostegno economico e militare e, parimenti, si dicono pronti a difendere Tel Aviv nel momento in cui venisse nuovamente fatta oggetto di rappresaglia da parte della Repubblica islamica. A metà strada, tra l’Occidente guidato dal filone atlantico e quello guidato dagli ayatollah, sta un’Arabia Saudita che pare stare a guardare, ad attendere cosa accadrà. Mentre a sud gli Houthi imperversano nelle navi che tentano di passare il golfo di Aden.

Biden ha proposto degli “accordi di normalizzazione” tra israeliani e sauditi, nel tentativo di distendere le relazioni tra i due paesi e di dividere, con lo stesso intento di Netanyahu nei confronti dell’Iran, il fronte interno della comunanza religiosa, culturale e civile araba. Per cui, da un lato l’Occidente vuole far credere che si debba andare versa una de-escalation dei conflitti macroregionali mediorientali; dall’altro si produce in una politica del riarmo che ora, senza alcun strabismo di sorta, guarda tanto all’Ucraina quanto ad Israele.

Anche l’attualità dell’oggi diventa ben presto storia di ieri e analisi per il domani: così, se si mettono insieme i pezzi di questo puzzle di atrocità e di crimini contro l’umanità, si ottengono nuovamente tutte quelle premesse – per l’appunto storiche – per prepararsi ad una esacerbazione degli intenti imperialisti. Tanto di Israele quanto degli Stati Uniti che, intanto, alimentano la propaganda che spaccia per lotta del mondo libero contro il terrorismo del mondo negletto e barbarico questo risiko finanziario-politico-militarista.

Nel Talmud di Babilonia, dunque, è scritto che «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Rovesciamo contenutisticamente la frase: chi uccide, chi mette fine ad una vita, uccide il mondo intero. Difficile poter dire se nel corso del cammino umano siano state più le volte in cui il mondo è stato salvato rispetto a quelle in cui è stato ucciso. Ma una valutazione più accurata è possibile farla se ci riferisce a Gaza, al Medio Oriente: nessuno dovrebbe credere più alle ragioni date da Netanyahu all’opinione pubblica per giustificare l’attacco contro la Striscia; almeno dopo quasi trentacinquemila morti palestinesi e oltre ottantamila feriti.

Eppure fa ancora molta presa l’argomentazione della esclusività esistenziale di un popolo a scapito di un altro. Perché non è possibile la convivenza? La risposta, scevra da qualunque ingenuità preconcetta, è data dalla natura del governo israeliano che rispecchia la natura economica di una società che non vuole l’interazione ma la concorrenza ad ogni costo, la competizione al posto del confronto nelle reciproche differenze. Quando la politica dei governi è succube dei cartelli finanziari ed economici, la politica estera ne è, con la guerra, la prosecuzione degli interessi su vasta scala.

L’Israele “nazione eletta” moderna dell’altrettanto ammodernato e resiliente sionismo, rappresenta la chiave di volta del liberismo di rapina nei confronti dei popoli del Medio Oriente. Così come lo rappresentano i governi delle petrolmonarchie del Golfo che, a seconda dei loro interessi, si orientano tra Occidente ed Oriente, tra Nord e Sud del mondo. Ed allora, che cosa si pretende che sia una vita da salvare innanzi a tanta potenza economica…

Chi uccide una vita lo fa per favorire tanto la sua posizione politica quanto quella del grande scambio di finanze tra un continente e l’altro. A tutto questo si può sacrificare anche l’esistenza di un intero popolo. Più grande è l’interesse e più grande è il sacrificio che subirà chi non ha dalla sua se non il diritto di esistere, il diritto internazionale e la solidarietà di tanti altri popoli. Troppo poco per continuare a lottare? Qualcuno vorrebbe farcelo credere e farlo credere soprattutto ai palestinesi.

Un inganno in cui non è consentito cadere.

MARCO SFERINI

26 aprile 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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