Il Parlamento europeo ha approvato ieri una risoluzione per inserire l’aborto “sicuro e legale” nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Il testo prende tra l’altro di mira l’Italia per l’erosione del diritto all’aborto a causa dei medici obiettori e chiede che vengano fermati i finanziamenti alle associazioni anti-abortiste.

Il sì, espresso da un’ampia maggioranza (336 a favore, 163 contrari e 39 astensioni), arriva a meno di 20 giorni dallo scioglimento dell’Eurocamera in vista delle elezioni europee di giugno. Votano a favore tutti i gruppi della sinistra, ma la maggioranza è stata raggiunta grazie al 40% circa dei democratici-cristiani (Ppe) presenti. Tra loro anche la forzista Alessandra Mussolini, mentre il resto della delegazione Fi vota contrario.

Quello dell’Eurocamera è un pronunciamento dal sapore più che altro simbolico e probabilmente pre-elettorale, anche perché la modifica della Carta per includere l’aborto dovrebbe essere approvata all’unanimità dai governi dei 27 riuniti nel Consiglio Ue. È pur vero che si inserisce con perfetto tempismo in un ampio dibattito che ha riportato l’interruzione di gravidanza al centro delle cronache europee e non solo.

Il 4 marzo, la Francia era stato il primo paese al mondo a inserire l’aborto nella propria Costituzione, mentre al contrario solo lunedì scorso il Vaticano è tornato a ribadire la sua condanna nel documento dal titolo Dignitas infinita. Sempre lunedì, è toccato all’ex presidente e probabile candidato repubblicano Donald Trump, che ha lasciato interdette le associazioni antiabortiste comunicando: se sarò rieletto, lascerò ai singoli Stati Usa la possibilità di legiferare in materia.

Complessivamente la risoluzione dell’Eurocamera ha un impianto progressista in materia di diritti delle donne. Il focus generale riguarda la salute sessuale femminile e riproduttiva. Gli eurodeputati chiedono quindi di modificare l’articolo 3 della Carta in modo da affermare che «ognuno ha il diritto all’autonomia decisionale sul proprio corpo, all’accesso libero, informato, completo e universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi servizi sanitari senza discriminazioni, compreso l’accesso all’aborto sicuro e legale».

Il testo dell’Eurocamera dedica attenzione al contesto sociale che genera ostacoli alla salute femminile e condanna il regresso sui diritti sia nell’Ue che a livello globale.

Il testo esprime poi una posizione chiara quando sollecita i paesi Ue a depenalizzare completamente l’aborto secondo le linee guida stilate dall’Oms nel 2022. Fuori ormai dagli osservati speciali l’Irlanda, che nel 2018 ha approvato una legge per porre fine a un bando durato quasi 160 anni.

Il riferimento esplicito è alla Polonia, dove è vietato in ogni caso, anche se con il nuovo governo Tusk è in corso di approvazione una riforma (ieri il parlamento ha iniziato a esaminare le quattro proposte in materia), ma soprattutto a Malta, dove formalmente non è permesso se non in casi estremi. Gelo dalla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola – maltese, Ppe e nota per le sue posizioni anti-abortiste – che si è astenuta dai commenti social di cui solitamente è prodiga.

Ma anche dove un problema strettamente legale non c’è, può essercene uno materiale non meno grave. Per questo la risoluzione tocca anche il caso italiano dei medici obiettori. Così gli eurodeputati denunciano, citando esplicitamente l’Italia, casi in cui l’aborto viene di fatto negato dalle istituzioni sanitarie sulla base di clausole di coscienza. Il duplice effetto – si legge nel testo – è quello di erodere progressivamente l’acquisizione di un diritto nel momento in cui la maggior parte dei medici fa professione di obiettore, cosa che accade ormai in diverse regioni italiane, come anche quello di creare situazioni di pericolo per la salute delle pazienti.

L’ultimo capitolo, non certo per importanza, riguarda le associazioni cosiddette anti-scelta o pro-vita. Preoccupati per l’aumento dei finanziamenti in loro favore, gli eurodeputati rivolgono un invito, questa volta all’esecutivo Ue. La richiesta è che vengano esclusi dai finanziamenti di Bruxelles tutti i gruppi che operano contro parità di genere e diritti delle donne, a partire da quelli riproduttivi.

ANDREA VALDAMBRINI

da il manifesto.it

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