Razionalizzazione del Cristianesimo: il duello tra logica e fede

Per discutere di quelli che paiono sovente due opposti, partiamo dalla logica della fede o dalla fede nella logica? Giochetti e calembour a parte, logica e fede sono in...

Per discutere di quelli che paiono sovente due opposti, partiamo dalla logica della fede o dalla fede nella logica? Giochetti e calembour a parte, logica e fede sono in un rapporto molto stretto fin dagli albori della filosofia occidentale e dalle esperienze sempre più nuove di mutamento, nel bacino del Mediterraneo anzitutto, tra culto mitologico e culto più propriamente spirituale.

Non che l’Olimpo dei greci fosse una favoletta al confronto con le religioni monoteiste rivelate; ma di sicuro l’ambito in cui queste nuove credenze presero a diffondersi fu indubbiamente molto più condizionante sul piano sociale, politico e, naturalmente, culturale.

Ciò non di meno, prima di rifarci al tema di queste righe (ossia una sorta di “razionalizzazione del Cristianesimo“), occorre osservare che dai miti greci, dalla raffigurazione antropomorfica degli dei, dei semidei e anche da quella degli eroi che sono entrati appunto “nel mito“, essendo loro stessi mitici per natura, abbiamo tratto l’originalità dell’indagine antica sull’animo umano, sulla psiche come soffio della coscienza e dell’autocoscienza anche critica, dell’indagine introspettiva e, pertanto, del punto più vicino alla moderna psicoanalisi.

Riconosciuta questa opportuna rilevanza della grande cultura ellenica, che prescindeva da pregiudizi, prevenzioni, anatemi e scomuniche che sarebbero venute dopo, con l’avvento del potere ecclesiastico e la sovrastrutturazione religiosa del movimento cristiano, occupiamoci del rapporto tra ragione, logica e fede. O, per meglio dire, tra sapere, intendere, conoscere e credere. La differenza, a prima vista, è lampante: l’esperienza versus l’atto di fede. Posteriorismo e apririorismo in un rapporto dialettico molto difficile da stabilire lungo il corso del tempo.

Se Paolo di Tarso e Giovanni sono riconosciuti quasi come i “fondatori” del pensiero filosofico cristiano (la patristica è successiva…), nel II secolo dopo Cristo sono gli apologisti greci come il siriano Giustino a difendere la nuova religione dal paganesimo e a giustificarne quasi il tardo arrivo rispetto ai culti precedenti con l’argomentazione della rivendicazione di tutte le verità (o presuntamente tali) scoperte ed elaborate in passato come predittive quasi della rivelazione dell’unica verità: quella dell’Evangelo, quella del Cristo in quanto figlio di Dio.

Logica, del resto, etimologicamente proviene dal greco λόγος (logos), che significa “parola“, “verbo“, ma anche “pensiero” oppure “idea” o, ancora, “argomento“. In Giovanni 1, 1-18 troviamo il famosissimo incipit: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio».

Alcune traduzioni e adattamenti più moderni sostituiscono al termine “verbo” (che potrebbe far pensare ad una ontologia verbale, al predicato “essere“) con il termine “parola” e allora la frase si trasforma così: «Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio».

Teologicamente parlando la sostanza del concetto non cambia: la parola è espressione della mente, in questo frangente di quella di Dio e quindi, essendo la parola, il verbo all’origine del tutto, se ne potrebbe anche dedurre una coincidenza tra divinità e logica in quanto unità organizzatrice del tutto, dell’esistente, di quello che noi chiamiamo Universo.

Qualche tempo dopo la venuta dell’apologetismo ellenico-cristiano che fa della religione nuova la nuova filosofia, quella praticamente più completa e quindi non superabile da altre teorizzazioni sull’esistente, Pietro Abelardo riprende la questione del tentativo di razionalizzare il Cristianesimo.

Inutile specificare che l’influenza aristotelica qui prevale sul neoplatonismo e su tutta una serie di riferimenti metafisici che aveva fatto buon gioco per molti pensatori del primo secolo dopo Cristo nel proporre l’accostamento tra universalità della fede e pensiero individuale, tra credenza e rigore interpretativo, tra l’al di là della materia e la concretezza dell’oggettività riscontrabile nel campo dell’esperienza.

Abelardo, che di sé stesso dice di essersi reso odioso al mondo proprio per la sua logica, non fa di questa un mero esercizio formale. La logica non è presentata come un riscontro preciso di una matematizzazione dei concetti. Semmai è un tipo di ricerca profonda dell’esistenza e dell’esistente, ma non una fede raziocinante alternativa a quella cristiana o ad altri culti. Raramente si incontrano pensatori antichi e medievali che facciano prescindere la logica dalla fede.

Distinguerle sì, ma la prima rimane comunque un “dono di Dio“. Nell’autonomia di pensiero che ognuno di questi interpreti della mente del e nel passato, non vi è la possibilità di esprimere – per così dire – un filone laico di critica della religione in base alla logica.

Che cos’è poi logico? Ciò che ci sembra si connaturi perfettamente al resto di quello che ci circonda, che obbedisce a determinate leggi naturali che riscontriamo di continuo nel corso della nostra vita. Logica ed empirismo, dunque, vanno a braccetto, perché ciò che si ripete nella trasformazione della materia, ed anche nella percezione interiore, nella sfera dei sentimenti e dell’empatia, nel conscio (piuttosto che nelle mutazioni impenetrabili dell’inconscio), rientra comunque in un perimetro del sensibile piuttosto che del trascendente.

L’analisi contenutistica sulla fede, quindi l’approfondimento della religione e della conseguente religiosità singola (per non parlare di quella collettiva come fenomeno anche socio-antropologica da indagare molto dettagliatamente), è anche studio filosofico che Patristica e Scolastica in qualche modo si contendono senza potersi incontrare, ma lasciando la prima alla seconda una eredità di pensiero notevole che le permetterà di evolvere da semplice difesa dei presupposti della fede in una vera e propria teologia cristiana.

Del resto, l’etimologia del termine ci riporta al λόγος, alla parola di Dio, al discorso ed all’indagine su lui. Il rapporto tra ragione e fede è una premessa utile generale per aprire un capitolo tra logica e fede medesima.

La razionalità, cartesianamente intesa, esige che ogni rapporto dialettico sia chiaro in ogni sua espressione: quindi contiene la logica, in quanto le parole fanno parte del διάλογος (“dialogos“, ossia dello stare tra le parole stesse, dentro di esse e in mezzo a loro). Se trattiamo di logica e fede, inevitabilmente, quindi, non possiamo non essere permeati dal manto della razionalità.

Qual’è, quindi, il compito che la Scolastica cerca di intraprendere nel Medio Evo per avvicinare filosofia e religione, ragione/logica e fede? Se proviamo a dare una risposta, certamente parziale e lacunosa in quanto si tratta di un parere personale, quello che viene in mente è la ricerca di un pensiero che si occupi della “rivelazione“, del Cristianesimo come vera fede, in quanto vera parola di Dio inscritta nel Vecchio Testamento ma, soprattutto, nel nuovo patto stabilito con l’umanità mediante il sacrificio di Gesù Cristo.

I Vangeli canonici sono cristocentrici, nemmeno a dirlo.

Tutte le altre figure che vi sono nominate hanno un ruolo di eccellente comprimarietà, ma gli scritti di Marco, Matteo, Luca e Giovanni sono la narrazione postuma di eventi che ci parlano della breve esistenza terrena di un uomo il cui “regno” viene da Paolo di Tarso tradotto per le prime comunità cristiane in ciò che esse si aspettano: l’avvento non di una nuova società fondata su quella giustizia sociale trasmessa da Gesù nel suo vagare per la Palestina con i primi adepti, bensì la promessa di una vita ultraterrena.

Se la razionalità-logica ci fa ammirare in Yēšūa’ il profeta che difende i diritti dei sottoproletari di duemila anni fa, degli emarginati e dei derelitti, di coloro che subiscono pregiudizi, anatemi, stigmi e condanne ingiuste come i poteri e le presunzioni che le comminano de iure o arbitrariamente praeter legem, la fede dovrebbe farci apprezzare la metafisicità della divinità che gli viene attribuita e che, in quanto essenza del Cristo è inclassificabile come meta-fisica.

Gesù è, quindi, ancora più degli altri profeti, proprio perché è l’unico essere umano ad essere stato deificato, il punto massimo di contraddizione nel dibattito plurisecolare tra logica e ragione.

Il problema della Scolastica, quindi, è la formulazione di quella che la Patristica maggiore occidentale (Agostino, ovviamente) aveva compiutamente chiamato “intellectus fidei“, che noi oggi traduciamo forse un po’ troppo facilmente col termine “teologia“, ma che più propriamente dovremmo considerare come l’intelligenza umana che si fa afferente all’incomprensibile, a ciò che le sfugge e che tenta di comprendere sapendo che non arriverà mai ad una soluzione definitiva dei dubbi che si pone, ma che tenderà sempre a quell’orizzonte spasmodico, affascinante proprio perché irraggiungibile.

Wojtyła dirà e scriverà che «la teologia si organizza come scienza della fede alla luce di un duplice principio medologico: l’auditus fidei e l’intellectus fidei» (Giovanni Paolo II, “Fides et ratio“). Ciò che Dio dice è quindi la “rivelazione” di sé stesso e della propria volontà attraverso l’opera di Gesù Cristo, in quanto Figlio di Dio e non un semplice predicatore contro le ingiustizie del suo tempo.

E se uno “crede“, lo fa perché entra nella dimensione della fede e, necessariamente, si deve distanziare da quella della logica, ma non in senso assoluto dalla razionalità che è molto più estesa (ed estendibile) rispetto alla asfittica fisionomia matematica della logica stessa.

Il credente non è un irrazionale. E nemmeno un illogico. Non è costretto a scegliere tra logicità e fideismo. Può far convivere una propria filosofia di vita con un culto. L’agnostico e l’ateo invece, almeno dato il principio generale di esclusione dell’esistenza dei tanti dei immaginati dagli esseri umani, si possono porre in relazione alla fede soltanto se contemplano il grande mistero dell’esistenza entro la raffigurazione vertiginosa dell’Universo.

Non che i fedeli cristiani, musulmani, ebraici e di altre religioni non si pongano questi dilemmi. Sono praticamente intrinseci alla nostra finitudine, ai confini corporali e mentali che abbiamo. Ma se per il laico la fede non è necessaria per avere un’etica e per avere una filosofia di vita e una ragione esistenziale, per il credente lo diviene, pur sapendo che laicità non vuol dire esclusione delle credenze religiose, ma anzitutto rispetto per ogni pensiero, per ogni formulazione dello stesso, per ogni esistenza che intenda seguire determinati princìpi.

In fondo, in quella che oggi noi contemporanei chiamiamo la “modernità“, logica, ragione e fede hanno imparato a sopportarsi e a convivere. Baruffano ogni tanto, almeno là dove il confronto è civile e, appunto, non fanatico. Termine che ci riporta, si guardi un po’…, a qualcosa che ha a che fare con il sacro, col religioso, col divino: il “fanum” (“tempio“). Se interpretassimo tutte le grandi dinamiche dialettiche dei tempi così, nella convivevole tolleranza, ne gioverebbe anzitutto il tema in discussione.

E poi, forse, anche i rapporti da noi animali umani e il resto (che poi così “resto” non è) del pianeta.

MARCO SFERINI

31 marzo 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

categorie
Il portico delle idee

altri articoli