Il problema economico italiano è, da oltre vent’anni ormai, un “problema di crescita”, di tendenziale ristagno e bassa qualità delle attività produttive.

Concorrono due fattori: le carenze nel governo dell’economia e la tardiva, autonoma, risposta del complesso delle imprese.

Affinché l’Italia ritrovi la via della crescita occorrono sia quello che Einaudi chiamava buongoverno sia la presa d’atto da parte dei produttori che il confidare nella via battuta per decenni pone loro stessi a rischio nel medio-lungo periodo.

I grandi gruppi, privati e pubblici, superano a stento le dita di una mano e quanto offrono non si situa alla frontiera di un progresso tecnico che possa utilmente ricadere sull’intero tessuto produttivo.

Il ristretto manipolo delle migliori aziende medie manifatturiere è tuttora orientato alla gestione “familiare”. Un tale atteggiamento difensivo le dissuade dall’innalzare la scala produttiva, ricorrere a capitale e dirigenza dall’esterno, quotarsi in Borsa. Lo stesso distretto industriale ha perso brillantezza, incontra limiti.

Il resto del sistema – una galassia di quattro milioni e più di unità – è costituito da imprese irrimediabilmente minuscole, con due addetti in media, mera spugna di occupazione (quasi metà del totale).

Peraltro, il tutto non si riduce a una questione di dimensione aziendale, statica e dinamica.

Le imprese italiane d’oggi non sono solo “piccole donne che non crescono” così come non sono solo vittime dei vuoti di politica economica e di assetti infrastrutturali e istituzionali che i governanti non colmano.

Ancor più grave è che le imprese – considerate nel loro insieme, in media, al di là delle positive eccezioni – si sono da troppo tempo assuefatte a un circolo vizioso.

I profitti non sono scaturiti da accumulazione di capitale, innovazione e progresso tecnico, produttività (che tuttora secondo l’Istat giace sui livelli del 1995!).

I profitti sono derivati da tre fonti:

  1. bassa concorrenza in diversi settori;
  2. accondiscendenza sindacale e moderazione salariale;
  3. un rapporto malato con la Pubblica Amministrazione, a propria volta per decine e decine di miliardi basato su trasferimenti diretti, evasione delle imposte, contratti di favore per forniture, appalti, concessioni.

Almeno il 10% delle attività economiche – duecento miliardi l’anno – sono stimate in nero, nel sommerso. Quegli stessi profitti – piuttosto che all’investimento, spesso addirittura negativo al netto dell’ammortamento – sono stati rivolti a ridurre i debiti aziendali.

Date le tre fonti di “facili” utili, ben visti dalla Borsa, perché rischiare nell’investire e nell’innovare?

Ma un siffatto sistema non può permanere. La concorrenza su scala internazionale crescerà, per ragioni geopolitiche, economiche, tecnologiche (ICT e AI, e non solo). La pax sindacale sarà scalfita da salari reali non più tollerabili, perché impari alle esigenze di consumo – private e sociali (istruzione, servizi, soprattutto sanità – dei lavoratori. Il risanamento del bilancio e del debito pubblico restringerà i margini desumibili dalle imprese che vi si affidano.

Il circolo vizioso – buoni profitti, bassa produttività – va spezzato.

Va spezzato dallo Stato, che promuova la concorrenza, predisponga infrastrutture fisiche e immateriali oltre il PNRR, ispiri a rigore le spese correnti non sociali e la fiscalità. Metà dei cittadini ha smesso di crederci, non vota.

Va spezzato dalle stesse imprese, se torneranno ad affidare profitti durevoli agli investimenti, alle innovazioni, all’efficienza, in una parola alla produttività.

L’impegno è rivolto alla responsabilità delle imprese, nell’interesse del Paese ma ne dipende anche la loro sopravvivenza.

PIERLUIGI CIOCCA

da il manifesto.it

Foto di ELEVATE