La necessaria risposta di classe alla manovra del governo

La scrittura delle manovre di bilancio dello Stato è un esercizio piuttosto tecnico dove la politica esercita il suo ruolo di comprimario con la dettatura che le fa il...
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi

La scrittura delle manovre di bilancio dello Stato è un esercizio piuttosto tecnico dove la politica esercita il suo ruolo di comprimario con la dettatura che le fa il regime economico. Se si prende in mano qualunque testo che tenta di semplificare l’elencazione delle misure che il governo sta approntando nel breve e medio termine, sostenute da 30 miliardi di euro (di cui 23 e passa finanziati dal debito pubblico), si potrà assistere ad uno sciorinamento di cifre che lì per lì paiono asettiche e che invece determinano dei salti di qualità e di squalificazione notevoli a seconda del ceto sociale cui si appartiene.

In questo senso, ogni legge di bilancio è una manovra prima di tutto classista, perché interviene direttamente nella vita dei cittadini e modifica il loro stato sociale, la loro essenza primaria che risponde alla disponibilità data dal salario o dalla pensione. La composizione di questi due strumenti di sopravvivenza è, a ben vedere quanto descritto da Mario Draghi in conferenza stampa e da quanto vergato già nero su bianco, minacciata da una impostazione fortemente liberista che considera le classi più fragili e deboli quelle su cui far pesare il maggior carico economico e la maggiore responsabilità della “sostenibilità” per una ripresa del cosiddetto “sistema Italia“.

Quando si vuole tentare la carta del convincimento peloso, dell’addomesticamento progressivo di chi invece dovrebbe ribellarsi e davvero insorgere, lo si fa mostrando tutta la straordinaria importanza etica e civica per chi quelle misure liberiste le deve far cascare su di sé. Una compensazione vigliacca, che si prende gioco della condizione miserevole di milioni di italiani a cui vengono tolti sempre più diritti e sempre più soldi nel nome dell’interesse generale che, beffardamente, quindi gli si ritorce contro.

La manovra finanziaria del governo Draghi è degna di uno sciopero generale. Immediato e prolungato nel tempo con tante mobilitazioni che devono essere unificate per sorpassare finalmente le finte lotte per la libertà rappresentate dalle piazze dei “No Green pass” e contribuire all’edificante riproposizione di una empatia sociale, una coscienza di classe che metta al primo punto il conflitto tra il mondo del lavoro, della precarietà e della disoccupazione, delle pensioni e di ogni settore pubblico e il mondo rappresentato dall’esecutivo di Draghi: quello delle imprese, del grande capitale finanziario i cui interessi da privilegiare e tutelare sono bene espressi da Bruxelles negli ordini di indirizzo dei fondi da assegnare al PNRR.

La manovra del governo dovrebbe avere, soprattutto in questa fase di pauperizzazione crescente, particolare attenzione per il capitolo pensionistico e per tutti quei collegati che finiscono, inevitabilmente, per interessare il lavoro dipendente. Invece, dopo ore e ore di discussione tra tutte le componenti dell’esecutivo, la decisione unanime è di destinare soltanto il 2,6% dei 30 miliardi stabiliti ad interventi che riguardano le obbligazioni. Ma c’è di più ancora: la fine di “Quota 100” riporta in auge la Riforma Fornero cui si ritornerà a breve termine, dopo la concessione di uscita dal mondo del lavoro con “Quota 102” (64 anni di età e 38 di contributi) e un riadeguamento della cosiddetta “flessibilità in uscita” che trascinerà le lavoratrici e i lavoratori alla soglia dei 67 anni (contro la proposta del sindacato sui 62) per poter andare in pensione.

Meno soldi, un nemmeno tanto progressivo aumento dell’età pensionabile e un mantenimento di alcune clausole di salvaguardia (APE e “Opzione donna“) per una platea ristrettissima di occupati.

Se vi somma inoltre il ridimensionamento importante del reddito di cittadinanza, il quadro mostra tutte le tinte fosche di una manovra spudorata che, in quanto tale, risponde perfettamente alle pretese di Confindustria di detassazione delle imprese ancora nel bel mezzo della pandemia. Una richiesta prontamente accolta dal governo che infatti, degli 8 miliardi di euro messi nel capitolo degli interventi sul fisco, è pronto a dirottarne due o tre proprio verso gli amici industriali. A fondo perduto, senza una contropartita perequativa in diritti sociali, in un aumento almeno della sicurezza degli impianti e, in generale, dei luoghi di lavoro dove ogni giorno si muore, si muore e ancora si muore.

Tutto questo mentre le alluvioni sommergono la Sicilia, mentre dalla transizione ecologica si è passati alla transizione liberista spinta che non prevede politiche di riequilibrio territoriale. Nella finanziaria non vi è traccia di un investimento in questo senso. Al contrario, invece, si rinvia la tassa sulla plastica al 2023 e si mantengono quegli “ecobonus” relativi esclusivamente al comparto edilizio.

Ma niente viene previsto e messo a bilancio per creare un collegamento stabile tra questione ambientale e questione occupazionale: una politica attenta alle ragioni della sostenibilità vera, deve coniugare tutela ecologica, salute pubblica e dignità del lavoro per ciascuno e per tutti.

E’ possibile la pianificazione di una serie di lavori socialmente utili e ambientalmente preventivi, per la difesa di un ecosistema stravolto dai cambiamenti climatici imposti da uno sfruttamento delle risorse naturali, da un abuso di quelle chimiche in produzioni che invece di essere disincentivate vengono ancora tollerate nel nome della concorrenza e anche del “made in Italy“. E’ possibile ma manca prima di tutto la volontà politica di farlo, perché contrasta con la visione liberista di uno sfruttamento delle risorse che generano profitti cui nessuno vuole rinunciare.

Il G20 che si terrà a Roma in questi giorni sarà la migliore palestra dell’ipocrisia planetaria sull’argomento: i piani di Biden contro quelli di Putin e dello sviluppo capitalistico e imperialista di una Cina in espansione che colonizza l’Africa senza dover conquistare politicamente nessun territorio, ma costruendo porti commerciali, grandi infrastrutture e punti di interscambio delle merci su scala globale. Tutto si combina, si compenetra: l’asse tra le grandi potenze si salda sulla preservazione del liberismo come stabilizzazione moderna di un capitalismo che è tutt’altro che in crisi ma che mostra segni evidenti di difficile controllo delle masse, di interi popoli che avvertono il peso delle diseguaglianze e che si ribellano da una parte all’altra del pianeta.

La provincialissima Italia assiste al miserevole spettacolo della Legge finanziaria che ha un solo pregio: innescare forse un moto reattivo di classe, un rigurgito antipadronale, contro una ricchezza ostentata dai grandi industriali e protetta dal governo Draghi sotto le mentite spoglie dell'”interesse del Paese” e della “ripartenza economica“. Troppe volte questi concetti sono stati adoperati per far digerire ai moderni proletari, ai più disagiati e deboli della società politiche inique e penalizzanti delle condizioni ampiamente compromesse per milioni e milioni di famiglie.

Per questo si impone una saldatura delle lotte: dallo sciopero generale, che i metalmeccanici della FIOM sono intenzionati a proclamare senza attendere l’unità sindacale, alle proteste contro il G20, per un pianeta a misura di esseri viventi, per una visione consapevolmente critica della sopravvivenza che ci viene invece spacciata come la migliore delle esistenze possibili.

MARCO SFERINI

29 ottobre 2021

foto: screenshot

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