Sulle pensioni non c’è niente ma Draghi promette dialogo

Previdenza di Governo. Confermati i soli 611 milioni con beffa per donne - «Opzione» da 60 anni - precoci e categorie di gravosi. Il premier apre alla «flessibilità in uscita» falsificando però sul «ritorno al contributivo» . Domani la decisione di Cgil, Cisl e Uil sulla mobilitazione
Maurizio Landini

È il capitolo più delicato della manovra ma le pensioni incidono solo per il 2,6% sull’intero importo della manovra: 611 milioni su 23,2 miliardi per il bilancio sul 2022.

E proprio qui sta il motivo di contrarietà dei sindacati che sabato decideranno quale mobilitazione mettere in campo.

La promessa di essere «disponibile al confronto nelle prossime settimane» citato da Draghi è molto meno della certezza di una trattativa da gennaio per riformare le pensioni che molti avevano sventolato dal Pd in mattinata, come un grande successo.

Anche perché Draghi mistifica le richieste dei sindacati con la sua premessa al passaggio sulle pensioni: «L’impegno è tornare in pieno al sistema contributivo», come se Quota 100 fosse qualcos’altro e alimentando nuovamente la falsificazione portata avanti da gran parte dei media che sostiene come Cgil, Cisl e Uil vogliano un ritorno al sistema retributivo o mettendo assieme le loro proposte con quelle della Lega che voleva mantenere quella Quota 100 che è stato un flop e ha mandato in pensione in gran parte lavoratori tutelati lasciando negli effetti regressivi e iniqui della Fornero, a partire da donne e precari.

Draghi cita tre punti per «il confronto con le parti sociali e il parlamento», dunque non solo con i sindacati: «la flessibilità in uscita», quella richiesta dai sindacati dai 62 anni rispetto ai 67 attuali in aumento attuali; «recuperare i pensionati che lavoratori in nero» (sic) e «le pensioni dei giovani», senza la pensione di garanzia richiesta dai sindacati.

Rispondendo poi alle domande, Draghi ha lanciato un messaggio a Cgil, Cisl e Uil: «No, non me l’aspetto uno sciopero generale per la disponibilità al dialogo ma è nella loro disponibilità», precisando poi: «Non c’è stato nessuno scontro con i sindacati» nell’incontro di martedì. A chi gli chiede se esiste un’età da cui partire per la flessibilità in uscita, Draghi risponde rilanciando il refrain della «sostenibilità».

Nel testo poche novità rispetto alle indiscrezioni. Nel 2022 si passa da Quota 100 a Quota 102 innalzando la sola età dai 62 ai 64 anni: i 10 mila lavoratori (un cinquantesimo dei pensionandi nel 2022) che potranno utilizzarla decideranno se farlo. «Opzione donna», lo strumento che consente di andare in pensione in cambio di un ricalcolo completamente contributivo dell’assegno con taglio del 30%, viene prorogata al 2022 ma l’età per utilizzarla viene alzata di due anni in modo punitivo: dagli attuali 58 a 60 per le lavoratrici dipendenti, da 59 a 61 per le autonome. Nel 2020 «opzione donna» è stata utilizzata per il 2% dei pensionamenti delle donne.

Quanto all’APE sociale, l’anticipo pensionistico dai 63 anni per i lavoratori con mansioni usuranti, l’elenco delle categorie viene allungato – nell’«Allegato A» – di 23 categorie rispetto alle 27 suggerite dalla commissione del ministero del Lavoro guidata da Cesare Damiano. Si va dai «professori di scuola primaria e pre-primaria», «tecnici della salute», «operatrici della cura estetica» più molte categorie di autisti e magazzinieri e facchini.

«È stato usato il criterio della gravosità», rivendica in conferenza stampa il ministro Andrea Orlando anche se niente è stato previsto per i lavoratori precoci e per gli esodati rimasti a dieci anni dalla riforma Fornero.

Previsto poi un lungo articolo sull’Inpgi, l’ente previdenziale dei giornalisti, da anni a rischio fallimento. Dopo mesi di voci e mancate decisioni, il governo decide il «trasferimento» sotto l’Inps della sua gestione principale dei lavoratori dipendenti mentre rimane all’Inpgi quella dei lavoratori autonomi. Dal primo luglio «la funzione previdenziale svolta dall’Inpgi, in regime di sostitutività delle corrispondenti forme di previdenza obbligatoria, è trasferita, limitatamente alla gestione sostitutiva, all’Inps che succede nei relativi rapporti attivi e passivi» con passaggio del calcolo delle pensioni da giugno 2022 con il sistema pro rata dell’Inps – meno favorevole – per le nuove pensioni. Molte polemiche nella categoria che perde una storica autonomia previdenziale con «possibile conseguenze sulla libertà di stampa», sollevata da molte correnti del sindacato dei giornalisti Fnsi.

Da parte sindacale la decisione sulla reazione avverrà sabato. Al momento Cgil, Cisl e Uil sono convinte sia necessario dare un segnale anche memori delle infinite polemiche che gli accompagnano dal 2011 quando per la riforma Fornero fecero solo tre ore di sciopero. La richiesta era di discutere una «riforma» e la discussione è quanto meno rinviata. Probabile dunque una mobilitazione che passerà da assemblee nei luoghi di lavoro, senza dimenticare l’attivo dei sindacati dei pensionati già fissato per il 17 novembre.

MASSIMO FRANCHI

da il manifesto.it

foto: screenshot

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Economia e società

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