L’idea di Dio nella dicotomia critica tra religiosità e fede

La religiosità è prima di tutto un atteggiamento individuale nei confronti di un culto oppure è un sentimento, una forma di devozione nei confronti di una divinità? La domanda...

La religiosità è prima di tutto un atteggiamento individuale nei confronti di un culto oppure è un sentimento, una forma di devozione nei confronti di una divinità? La domanda non è un trabocchetto, un tranello di un agnostico che si diverte a canzonare chi ha una fede e, quindi, qualcosa che, dentro di sé percepisce come molto più di una semplice fiducia in un essere supremo, in una dio.

La domanda è, dunque, sincera. Quando siamo religiosi, lo siamo perché aderiamo prima di tutto alla pratiche di un culto o perché mettiamo avanti a tutto il trasporto verso la figura rivelata o meno di un Creatore (di una entità, dunque, da cui prende inizio tutto ciò che è esisto, esiste ed esisterà)?

La risposta rischia, a differenza della domanda, di essere troppo protesa al soggettivismo; la fede è, come spesso si sente dire, un “fatto privato“, qualcosa di estremamente intimo che si può anche scegliere di vivere in assoluta autonomia, con riti che ogni credente può interpretare a suo modo e, non per questo, essere biasimato per il fatto di non seguire la maggioranza di coloro che aderiscono ad un culto piuttosto che ad un altro.

Per cui è molto difficile poter arrivare ad una verità in merito o, per lo meno, anche solamente avvicinarvisi. Il punto che si voleva evidenziare era semmai la tentazione tutta umana di credere prima in una religione piuttosto che in un dio. Di anteporre quindi la familiarità con una fede piuttosto che con un’altra per nascita in un luogo, per tradizione, per cultura comune, allo stesso concetto di Dio (con la di maiuscola).

Se Dio può prescindere da ciò che gli esseri umani dicono di lui da migliaia di anni, allora religione, religiosità e fede possono essere considerate non come un tutt’uno, ma come aspetti semmai interdipendenti ma non necessariamente simbiotici, sovrapponibili e sommabili in modo meccanicistico.

C’è un tema dibattuto a lungo dai teleologi e anche dai teologi: che esista o meno un fine in tutto ciò che ci circonda, nell’interezza imperscrutabile dell’universo, se ci caliamo nel microcosmo della nostra Terra, nella numinosa necessità umana di ricercare una ragione, un significato alla propria esistenza nonché a ogni cosa che ontologicamente è presente intorno a noi ma che non ha magari coscienza della sua esistenza, rimane il quesito su quale sia la “verità” su Dio.

Per un attimo ammettiamo che Dio esista. Quale religione lo descrive, lo interpreta, ne diffonde la volontà, la parola? Se stiamo al piano della logica, esiste una realtà, quindi esiste una verità. Anche se scindiamo la materia fino al quark, e quindi pensiamo che l’unico sia suddivisibile tante volte e, pertanto, non esista una sola verità, ma tante che formano quindi una specie di infinitudine da frattale, siamo portati a sintetizzare, a scegliere, a cercare certezze.

L’infinito non fa per noi che, infatti, siamo confinati nel nostro corpo, che siamo confinati nella nostra razionalità a cui sfugge praticamente tutto quello che non è antropocentrizzabile, comprensibile nei limiti oggettivi che ci caratterizzano. Quindi la riduzione all’unicità è per noi animali umani quasi una necessità nel confronto col resto dell’esistenza. Eppure i greci e i romani, nonché molte antiche popolazioni mediorientali, africane, asiatiche ed americane, erano politeiste.

Il monoteismo, nonostante venga comunemente fatto nascere con le grandi religioni “universali” rivelate, è presente già nel mazdeismo persiano; mentre il buddismo affida alla Legge della Vita la regolazione di una armonia universale che mette l’essere vivente al centro di tutto e, infatti, rispetta – come fanno i teosofi – tanto gli animali non umani quanti quelli umani e li pone su un piano di uguaglianza che altri culti, soprattutto occidentali, non considerano.

Se crediamo in una religione o se crediamo in Dio non è quindi una finezza accademica o una discussione pedantemente oziosa, perché molto spesso la religiosità assume i connotati di una condivisione sociale per il singolo che, in questo modo, non viene escluso dalla comunità e se ne sente pienamente parte.

Mentre la fede può, e non a rigor di logica soltanto, prescindere dall’organizzazione della fede stessa in un determinato culto. Ancora diverso è quel “senso del sacro” di cui parla Pasolini e che si riferisce ad un trasporto fantastico dell’animo umano verso la potenza estasiante della Natura, la maestà della sua armonia, la capacità di suscitare sentimenti di piccolezza in noi, tali da farci commuovere e impaurire al tempo stesso.

La critica che Marx fa alla religione è proprio questa: non è necessaria nella misura in cui ci viene insegnata da altri nostri simili per poter vivere felicemente. Se diventa tale, vuol dire che questo bisogno non riguarda una emozione libera, interiormente indipendente dalla morale comune e dalle inibizioni della società e del potere, e che si rivolge a qualcosa di trascendente.

Se crediamo soltanto perché così ci sentiamo più paternamente accuditi da una speranza cui diamo, come molti, il nome di Dio, è perché l’atavico timore della morte ci atterrisce e non comprendiamo la finitudine nostra davanti al perpetuarsi, tuttavia mutevole, di ogni cosa che ci sopravviverà. Una montagna arida esisterà sempre più di qualunque vita umana e animale. Farà parte della vita, ma non avrà mai autocoscienza.

L’impossibilità tanto di dimostrare tanto l’esistenza quanto la non esistenza di Dio, ci lascia forse anche liberi dal peccato ma non dal turbamento. Chissà come ragioneremmo se non dovessimo morire mai. Chissà se ci porremmo il problema dell’esistenza di Dio in funzione della speranza di un’altra esistenza dopo la morte…

Si diceva, poco sopra, della molteplicità dei culti e quindi, della domanda retorica, a cui però non si può sfuggire, sulla veridicità degli stessi. Se Dio è uno, o comunque se la Vita è una, intesa come il tutto che esiste (creato o sempre esistito, a questo punto importa relativamente), allora ciò che si dice di Dio tra gli esseri umani non può avere due, tre, dieci, cento verità.

Per antonomasia, la verità è una. Se esistono due verità, allora la verità sarà l’esistenza delle stesse due verità. Potremmo continuare all’infinito, ma qui si che cadremmo nell’onanismo mentale rappresentabile con la ciclicità a spirale di un frattale. Molto più concretamente, la questione della molteplicità religiosa è un argomento così dibattuto perché consente ai detrattori di tentare la dimostrazione della falsità dei presupposti di ogni culto e, parimenti, permette ai credenti di sostenere un innatismo deistico nell’essere umano.

Potremmo stare qui a scrivere per migliaia di righe tesi a favore e tesi contro il vero o il falso nelle religioni e delle religioni stesse. A volte ci sono esperienze del passato, arrivate a noi in forma di aneddoto, che valgono molto di più di migliaia di parole e congetture.

Guglielmo di Rubruk, navigatore francescano (e viceversa) che aveva fatto un po’ come Marco Polo, e si era addentrato nell’estremo oriente oltre i confini del mondo conosciuto, scrive nelle sue “notizie di bordo” che venne inviato nel 1255 alla corte di Möngke, grande capo mongolo e nipote di Gengis Khān, per conto del papa e dell’imperatore Sartach.

La sua missione era tentare la conversione del sovrano mongolo al Cristianesimo. Una impresa tutt’altro che facile. Ma il monaco si fece ricevere e spiegò al potente re che il Cristianesimo era l’unica religione vera e che, quindi, non poteva non essere abbracciata come vera fede in Dio. Per tutta risposta Möngke Khan gli rispose come avrebbe risposto un imperatore filosofo, alla stregua di Marco Aurelio: «Come Dio ha dato alla mano diverse dita, così dà agli uomini vie diverse».

Non conosciamo la fine di questa vicenda, per lo meno non nello specifico riguardo al rapporto tra il dominatore mongolo e il francescano errante. Ma la risposta che il frate riceve lascia aperta ogni ipotesi su unicità e molteplicità tanto delle religioni quanto delle verità che esse esprimono. Se tutto, infatti, è riconducibile a Dio, allora ogni religione, se ne potrebbe desumere, è tale per sua emanazione.

Del resto, si può anche interpretare il quasi oracolare pensiero del Khan come una smentita della veridicità assoluta da ricercare in una sola religione, sminunedo così l’alto valore attribuito al Cristianesimo come unica via verso la fede. La fede vera. Molto più semplicemente, absit iniuria verbis, le religioni sono e rimangono un prodotto umano, per quanto possano essere state ispirate da una sorta di ascetismo primordiale, tanto indietro nel tempo quanto appunto irrintracciabile come loro primigenia verità storica.

Tutto ciò, sottolineiamolo ancora, prescinde dall’esistenza di Dio, di un essere inconoscibile e che, se pensato come creatore dell’Universo, quindi di tutto ciò che ne fa parte, che lo costituisce in quanto tale, può essere molto più facilmente percepito nella dimensione fantatica di ciò che prescinde anche da noi umani: in tutto quello che non è creazione nostra, ma che abbiamo trovato arrivando in questo mondo.

Ecco dove affonda il “senso del sacro” pasoliniano quando si prova ad immergere la Natura in una distopia metafisica, facendoci permeare da una attrazione che sfugge al consueto, all’abitudine, al normale, entrando così nella dimensione dello stupore come un qualcosa che ci accosta al grande mistero dell’esistenza nostra e dell’esistente, dell’essere un po’ parminedeo.

Interessante, poi, è il sincretismo religioso, la compenetrazione tra le fedi, lo scambio culturale, filosofico e teologico che si ricava dai tantissimi condizionamenti strutturali (in senso marxiano) che determinano il cambiamento delle fede in virtù del mutamento politico degli Stati. Non c’è bisogno di spendere molte parole su un fenomeno come il “Cuius regio, eius religio” che diviene norma con la Pace di Augusta del 1555.

Il tema della mondialità religiosa, quindi delle religioni considerate “mondiali” per il loro esplicito carattere che, mutuando il concetto cristiano, potremmo latamente definire in quanto “ecumenico“, si rivolgono all’interezza umana attraverso un messaggio derivato dalla divinità e che portano e trasmettono come la verità rivelata e incontestabile su cui si fonda per l’appunto la fede altrettanto vera, distinta dalla miscredenza altrui, è quindi un tema piuttosto interessante da analizzare.

Il dialogo tra le fedi, in questo senso, assume un ruolo di incontro tra differenti culture, ma su muove anche su un piano di confronto teologico per comprendere quali affinità si possono trovare rispetto alle divergenze piuttosto evidenti tra culto e culto. Il problema, quindi, è più che altro spostato su un terreno critico, per cercare di dirimere le incomprensioni secolari, gli anatemi e le scomuniche reciproche e provare, quindi, a fare in modo che la religiosità dei popoli sia vissuta in altro modo rispetto al passato.

Qui si apre anche la questione del rapporto tra fede e potere, se vogliamo rinnovata e attualizzata, ma comunque mai scomparsa: per la Chiesa cattolica apostolica romana, per le fedi islamiche che si fanno teocrazie di Stato, per l’ebraismo che è l’ispirazione del movimento sionista fondatore di Israele come nazione del “popolo eletto“. E tutto ciò rimanda ad una serie di sottoquestioni tutt’altro che secondarie: quanto, ad esempio, le religioni cambiano fin dentro sé stesse per adattarsi ai tempi?

Quanto diverso è il rapporto tra razionalismo e fideismo nella società del nuovo millennio? Perché anche da queste domande dipendono risposte che vanno a formarsi sull’analisi concreta dei rapporti di forza oggi esistenti e che, sempre di più, riguardano pure una buona parte della popolazione mondiale che non aderisce a nessuna religione pur magari avendo comunque un “senso del sacro” che le deriva dalla Natura, dall’universalità misteriosa dell’esistente.

Sono tutti quesiti che rimangono aperti e lasciati alla continuità degli studi che saranno intrapresi da generazioni che faranno i conti con nuovi complessi temi sulla preservazione della specie umana sul pianata, sulla questione animale tanto nei confronti nostri  (in quanto animali umani) quanto nei confronti dell'”ipotesi-Dio“, mediante la quale pare sempre molto facile spiegare tutto e, allo stesso tempo, insinuare sempre nuovi dubbi.

Dubbi atavici che i teologi hanno risolto con l’assoluto amore di Dio per le sue creature e, quindi, il conferimento di un libero arbitrio in cui non vi è volontà di intervenire per modificare le scelte dell’umanità su sé stessa e sul resto del mondo. Dubbi che, più che altro, sono elementi critici utili per rimarcare la finitudine della razionalità umana nel raffronto con l’infinitudine dell’irrazionalità metafisica celeste.

In sostanza: ognuno creda secondo coscienza, senza farsi troppi preconcetti, senza scrupoli accadamico-filosofici, senza prevenzioni teologiche, senza tentare giustificazionismi se devia dalle rigide regole dei catechismi e delle dottrine. Se una Ratio esiste in tutto questo, nell’essere e nell’esserci, nel mondo, nell’Universo, è inconoscibile.

Le religioni sono un nostro costrutto. Se non esistessimo noi, loro non esisterebbero. Ma forse la Ratio sì, visto che la materia continuerebbe a comportarsi come si è comportata per miliardi di anni prima della nostra sciagurata comparsa su questo povero pianeta.

MARCO SFERINI

24 marzo 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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Il portico delle idee

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