Le destre perdono, ma la sinistra non vince

Non si può sintetizzare quasi mai una competizione elettorale nelle poche parole di un titolo e nemmeno, forse, in un editoriale, viste le tante complicazioni che il voto esige...
Giorgia Meloni ed Enrico Michetti

Non si può sintetizzare quasi mai una competizione elettorale nelle poche parole di un titolo e nemmeno, forse, in un editoriale, viste le tante complicazioni che il voto esige come forma e sostanza, diritto e dovere democratico per amministrare la cosa pubblica.

Se questa norma non scritta, regola deontologica della professione giornalistica, è valida in tanti contesti e in tanti momenti della vita del Paese, questa volta siamo davanti all’eccezione che la conferma, perché non è difficile fare dei titoli che rendano bene il passaggio autunnale di elezioni amministrative che, pur interessando sei milioni soltanto di italiani, mostrano un cambio repentino di umore della popolazione, una empatia che si è incrinata tra strati sociali medi, operai e sottoproletari e sovranisti, destre in generale.

La sconfitta della Lega e di Fratelli d’Italia è plateale. Nemmeno fa tanta eccezione Trieste dove, nonostante le manifestazioni d’area portuale contro il certificato verde e la nomea di “capitale dei No pass“, il sindaco uscente Piazza prevale sul candidato del centrosinistra per duemila voti appena. Ma tanti bastano perché nelle prime dichiarazioni si parli di “ripartenza dal confine orientale“. Per carità, meglio evitare di inserire nell’analisi politica tutte le problematiche che quella frontiera vive da oltre un secolo e che sono, ciclicamente, terreno di scontro storico, politico ed anche etico.

Torino e Roma, dopo Milano e Napoli, dopo tanti altri capoluoghi che tornano al centrosinistra, sono l’asse su cui si infrange l’ambiguità di una coalizione di destra che si è presentata divisa all’elettorato. Magari non nei singoli contesti locali, ma si sa, tutte le strade portano a Roma e, non tanto la partita tra Michetti e Gualtieri, quanto quella tra Meloni e Salvini e tra quest’ultimo e Draghi, ha giocato a sfavore di una rappresentazione di coesione e di unità, separati in casa tra governismo e opposizione.

Il clima di collaborazionismo tra neofascisti e destre istituzionali sul selciato romano calcato dalle proteste No vax e No Green pass, le lacerazioni interne alla Lega, la dicotomia ormai evidente tra l’ala salviniana tutta tesa a consolidare il neonazionlismo sovranista, abbandonando definitivamente il baricentro nordista invece coccolato da Giorgetti e Zaia, hanno allontanato e disilluso buona parte della platea del Carroccio, così come le contraddizioni neofasciste sono state la bestia nera (ogni riferimento a cose, persone e partiti politici è del tutto casuale ma anche molto azzeccato e apprezzabile) degli italici fratelli. L’occasione per vittimizzarsi la si trova sempre, ma i dati assoluti dei votanti parlano chiaro.

L’astensionismo la fa da padrone in tutti i comuni: non c’è una sola realtà locale dove si registri una inversione di tendenza in questo caso. Segno evidente che la lontananza tra i cittadini e le istituzioni si è venuta acuendo e registra oggi un cambio di passo epocale rappresentato dal fatto che oltre la metà degli italiani non vota. Questo significa consegnare gli strumenti della democrazia indiretta ad una minoranza, seppure ampia, della popolazione e vivere la delega politica con un retrogusto di esclusività negativa, di avvilimento complessivo tanto del processo partecipativo (e fa sorridere chiamarlo così, nonostante si debba continuare necessariamente a farlo) quanto dell’impegno concreto nel sociale, nel quotidiano.

La separazione tra la nostra vita giornaliera e la sua espressione istituzionale, che vive di tempi diversi rispetto alla velocità con cui ci accadono i fatti personali e quelli di una ristretta cerchia comunitaria, si manifesta in tutta la sua straordinaria e desolante evidenza nel non ritenere più determinante l’operato delle amministrazioni locali; ma, si può starne certi, le caratteristiche negative che non possiamo eludere oggi e che anzi dobbiamo analizzare a fondo, si riproporrebbero similmente in un voto per l’elezione del Parlamento della Repubblica.

Forse le vittorie del centrosinistra possono anche sorprendere a destra, entusiasmare al centro e galvanizzare altri luoghi della politica moderata e riformista: ma tutto sono tranne che affermazioni della sinistra.

I giornali nazionali, quelli grandi e potenti, utilizzano questo termine per significare che ha vinto un campo progressista, la parte opposta ai sovranisti, quel liberalismo sociale che i commentatori vorrebbero separare dal liberismo economico che è tanta parte del programma politico-istituzionale del centrosinistra. Se si accetta questa riscrittura dei confini ideali e di un certo pragmatismo di facciata che si perde poi nella banalizzazione dei concetti, tipica di qualunque campagna elettorale, si finisce con lo smarrire anche tutta una strumentazione critica che rimetta al suo posto significati e significanti.

Libera interpretazione di quello che avviene non vuol per forza dire assumere un atteggiamento superficiale nel mostrare ciò che palese: il centrosinistra e la sinistra di alternativa non sono la stessa cosa, anzi sono sempre più incompatibili fra loro, nonostante le eccezioni di alleanze in alcune città liguri e toscane.

Se da un lato l’onda lunga del populismo di destra affanna oggi e segna il passo, dall’altro la linea di Letta esce premiata da questo voto: sembra quasi che gli elettori spingano per un ritorno al vecchio centrosinistra o, comunque, se non proprio nella forma e nella impossibile riproposta della sostanza dell’Ulivo prodiano, quanto meno nella cornice di una alternanza di governo che segua lo schema semplificato di un asse tra PD e Cinquestelle.

Il residuale ruolo che si sono ritagliati i pentastellati al primo turno è divenuto persino ininfluente nei ballottaggi per far vincere questo o quel candidato del centrosinistra.

Sulle formule e sui contenitori si discuterà a lungo: sicuramente anche dalle parti de “il manifesto” dove, anticipando di qualche mese i tempi, il dibattito è iniziato e costringe alla riproposizione di argomenti a favore e contro le alleanze, nel nome della salvezza nazionale da quelle destre che, ad oggi, sono al governo col centrosinistra sotto il grande manto draghiano.

Ma, ribadiamolo, se la destra perde, la sinistra non per forza, purtroppo, vince. Enrico Letta può vantare un successo oggi che è, per l’appunto, l’affermazione di una linea politica liberale sul piano del diritto e liberista sul piano dei doveri cui sono chiamati i cittadini: doveri economici, ripartizione delle spese nazionali non sulla base di una proporzionalità dovuta anche dalla crisi pandemica, ma in base alle esigenze del mercato e della grande finanza. Il PNRR è lì, monito presente e convitato di pietra di tante discussioni televisive, a ricordarci che il primato dell’impresa e il punto di vista capitalistico sono la cifra con cui governano tanto le destre quanto il centrosinistra.

Curioso è un ultimo, ma non meno importante dato: le uniche due vittorie la destra le ottiene in Calabria e a Trieste con due candidati di Forza Italia. Se lo si può, forze con un certo grado di azzardo, considerare un dato, ebbene significa che le scelte dei candidati sindaci di Torino, Milano, Roma e Napoli sono state tutte sbagliate e che lo sbaglio è tutto di Salvini e Meloni, mentre Berlusconi e Tajani possono, se non altro, dal regno della residualità in cui si trova Forza Italia, vantare questo binomio nord-sud che non può, obiettivamente, dirsi del tutto casuale.

La sinistra di alternativa non riesce invece a farsi largo tra queste proposte in campo e, anche laddove ottiene delle percentuali che oltrepassano lo zero virgola, non elegge nessun consigliere. Almeno nelle grandi città del Paese. Replicare con la necessità di una nuova stagione di alleanze col centrosinistra è facile sul piano dialettico e tattico. Ma se si vuole impostare una strategia di più lungo corso, bisogna convincersi che senza la costruzione di una alternativa sociale al liberismo sovranista delle destre e a quello fintamente sociale del centrosinistra, non ci sarà mai una nuova opportunità per la riaffermazione di quei valori di uguaglianza e solidarietà che non possono essere subordinati ai dettami del mercato e del grande capitale.

E’ importante battere le destre, ma è ancora più importante battere tutte le pulsioni liberiste che serpeggiano nella società e nella politica italiana. Sotto qualunque bandiera, sotto qualunque colore.

MARCO SFERINI

19 ottobre 2021

foto: screenshot

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