Uno spettro si aggira per palazzo Chigi: il diritto di sciopero

Uno dei tópoi fondamentali su cui la nostra Costituzione prende proprio sostanza ed esce dalla sua formalità di Carta, seppure con la necessaria “C” maiuscola, è quello che riguarda...
Matteo Salvini

Uno dei tópoi fondamentali su cui la nostra Costituzione prende proprio sostanza ed esce dalla sua formalità di Carta, seppure con la necessaria “C” maiuscola, è quello che riguarda la democrazia diretta, quindi la partecipazione della popolazione alla costruzione della vita sociale, civile, politica, morale ed economica dell’intero Paese.

A questa non si contrappone, ma si complementa la democrazia rappresentativa. Insieme, le decisioni prese tanto dall’insieme della comunità nazionale quanto quelle assunte dai suoi rappresentanti eletti, danno seguito a quel complesso groviglio di norme che regolano l’esistenza di ciascuno e di tutti.

Al governo tocca la funzione di esecutore della volontà popolare e di regolatore del buon funzionamento dell’architrave istituzionale dentro il contesto più ampio della repubblica come punto di sintesi tra la sovranità popolare e la rappresentanza e le funzioni statali.

Così dovrebbe essere riguardo a tutti gli ambiti in cui si esprime ogni giorno la vita stessa di ogni italiano, di ogni cittadino, di ogni persona. Ma così non è. Perché, ad impedire che la democrazia diretta possa trovare la sua natura e giusta esplicazione, intervengono una serie di fattori contingenti che sono retti per lo più da interessi economici di non poca portata.

Succede, quindi, che i diritti più elementarmente basilari per il sostentamento della democrazia e la sua perpetuazione come essenza stessa della Repubblica italiana, siano sottoposti ad una serie di controlli preventivi che ne limitano il godimento da parte dei soggetti che ne sono attivamente e passivamente detentori.

Anche sulla parola “diritto” occorrerebbe soffermarsi un po’ di più, e non solamente sul piano del diritto costituzionale o del lavoro, ma proprio come elemento comprovante determinati rapporti di forza e interpretazione degli stessi nella società capitalistica tutt’ora esistente.

Molte volte un diritto è tale perché soddisfa interessi contrapposti pur sembrando una conquista della classe sociale più debole, disagiata e dipendente da una economia che accresce i capitali di poche decine di migliaia di persone a fronte della miseria dilagante per, invece, decine di milioni di altrettante persone.

Il diritto, storicamente preso, è un punto di partenza che non si contrappone necessariamente ai doveri ma, come nel caso del raffronto tra democrazia diretta e rappresentativa, viene a stabilire una ambivalenza che si nutre reciprocamente l’una delle qualità dell’altra.

Il diritto di sciopero, dunque, così come regolamentato dalla nostra Costituzione, ha le caratteristiche di un diritto ovviamente fondamentale e, in quanto tale, essenza stessa del rapporto democratico tra la partecipazione ai processi decisionali del e sul mondo del lavoro da parte delle maestranze così come da parte dei capitalisti.

Proprio in questa dualità oggettivamente data dal confronto di classe, si affianca al diritto all’astensione collettiva dal lavoro una sorta di concezione quasi aprioristica dello stesso, uguale e contraria. L’elemento di conquista sociale del diritto all’esercizio dello sciopero diventa anche un paradigma per gli avversari delle lavoratrici e dei lavorati che, in questo modo dimostrano la bontà del sistema capitalistico. Quasi la sua perfezione.

Una perfezione ipocritamente buonista che affonda nella narrazione di un ormai compresa legittimità di un diritto che diventa elemento dialettico fra le classi e, pur non volendolo, regola non solo i rapporti salariali tra chi presta la propria forza-lavoro per averne un salario e chi la acquista per trarne profitto, ma finisce inevitabilmente con il temperare alcune spinte all’autodeterminazione e al sovvertimento dei rapporti di forza stessi.

Il diritto di sciopero è una conquista che va difesa e ampliata, una pietra angolare del minimo sindacale (è proprio il caso di dirlo) per poter continuare a vivere in una società che metta un argine alle prepotenze del mondo dell’impresa (che è, poi, anche parte del mondo della grande finanza speculatrice) e che dia alla democrazia quel tratto sociale che non può non avere per dirsi realmente tale.

Tuttavia, se il diritto di sciopero è tutto ciò, ed è un punto di non ritorno per la classe lavoratrice e per tutti gli sfruttati moderni, per un mondo della precarietà in cui, ancora troppo spesso, questo diritto è male regolamentato, peggio gestito e troppo spesso accantonato e non riconosciuto, diversa deve essere l’analisi sullo sciopero in quanto strumento di lotta.

Lo sciopero, di per sé, è l’espressione di una società tutt’altro che vitale e progressiva. E’ il sintomo di una crisi costante e continuativa di una serie di rapporti socio-economici che sono squilibrati, a tutto vantaggio, ovviamente, di chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione.

Dopo una felice parentesi di statalizzazione di grandi comparti produttivi o, comunque, di partecipazione statale delle industrie nevralgiche per l’Italia del secondo dopoguerra, la teorizzazione liberista delle privatizzazioni come propulsione di una nuova stagione da boom economico, ha preso il sopravvento e ha fatto innamorare di sé anche una larga fetta di sinistra compatibilista.

La nuova fase del capitalismo in crisi su scala globale ha ristretto i cordoni delle borse, ha individuato nella grande massa dei consumatori (e quindi delle lavoratrici e dei lavoratori salariati) il punto debole di una catena da rinforzare: per mettere al sicuro le rendite da profitti e dividenti aziendali, padroni e finanzieri hanno messo sotto attacco le libertà sindacali, quelle associative di un mondo del lavoro costretto a ritenere la precarietà un bene necessario.

Dopo la derubricazione dell’intagibilità del posto fisso a chimera dell’oggi, ad utopia ormai del passato e controsviluppista, il secondo diritto puntato dal mirino del liberismo e dai governi amici è stato proprio il diritto di scioperare così come si era strutturato grazie alla Legge 300 (“Statuto dei lavoratori“) e alla successive, particolari, estensioni a sempre nuove categorie produttive.

Se, da un lato, lo sciopero è l’evidente regimentazione di una contraddizione tra capitale e lavoro, ed è una necessità cui la società borghese di un tempo ha dovuto piegarsi per considerare la “pace sociale” come clausola obbligatoria per ottenere il maggior quantitativo di profitti con il minimo scontro possibile con la controparte salariata, dall’altro la sua assenza corrisponde ad una mancanza di conflitto da parte dei lavoratori contro il capitale.

Quando malediciamo chi sciopera, inveiamo contro chi si astiene dal lavoro per otto ore e su scala generale, quindi intercategoriale e nazionale, magari senza saperlo e senza rendercene conto, stiamo dicendo che la lotta per il miglioramento delle condizioni sociali di ciascuno e di tutti è da stigmatizzare, da condannare.

Dimentichiamo che i lavoratori rinunciano al loro salario, che lo fanno per conquistare nuovi diritti e che, nel fare questo, restano comunque sempre costretti entro il perimetro di un regime economico che non gli darà mai la piena possibilità, come un po’ aulicamente scrivono i Costituenti nella Carta del 1948 all’articolo 36, di vivere «una esistenza libera e dignitosa».

Certo, la Costituzione è una norma ed esprime un principio che deve essere tradotto concretamente nella realtà mediante il cambiamento sia politico sia sociale; non può quindi realizzare di per sé stessa le condizioni che rendano questi mutamenti tangibili e vivibili dalla stragrande maggioranza della popolazione. Ma è importante che la norma venga preservata.

Perché se si arrivasse a mettere in discussione il diritto di sciopero, si finirebbe col pensare che si può anche mettere in discussione lo sciopero stesso come baricentro di un equilibrio tra le parti in lotta, a tutto svantaggio – si intende – di chi lavora e ha meno possibilità di resistenza quando un contrasto si protrae nel tempo.

Quando il ministro Salvini minaccia la precettazione per lavoratrici e lavoratori che aderiranno allo sciopero generale indetto da CGIL e UIL per cinque giornate a partire da venerdì 17 novembre, settorializzato per aree geografiche, non fa altro se non tentare di reprimere un diritto che rimane insopprimibile, lo voglia o meno il governo delle destre o qualunque governo altro.

Se il governo tenta di arginare lo sciopero e di impedire al sindacato di svolgerlo pienamente, non fa altro che mostrare tutta la necessità di un conflitto di classe che, nei fatti, esiste e non può essere fermato con una direttiva della Commissione di garanzia (di nomina governativa) né tanto meno con la precettazione.

Tentare di nascondere le ragioni del conflitto sociale non metterà al riparo padroni e governo dalla sempre maggiore ondata di malcontento per una crisi economica che investe i settori davvero dirimenti per quell’esistenza libera e dignitosa sancita dalla Costituzione. Non siamo soltanto molto lontani da questo orizzonte: stiamo andando proprio nel senso opposto.

Salvini, la Lega ed il governo fanno le prove tecniche per un superamento del diritto di sciopero? Sembra improbabile nel contesto più largo di una Europa che non tollererebbe la limitazione di una garanzia così storicamente data da secoli di lotte, di conquiste sociali che, per opportunismo, sono diventate anche emblema di un liberalismo democratico che non smette – perché non può farlo – di considerare la divisione di classe come foriera di sviluppo universale.

Ma, se il governo non può arrivare al punto di fermare gli scioperi e costringere i sindacati ad abdicare al loro ruolo nella società civile, può tentare di ridimensionarne l’impatto in un contesto di forte crisi.

Il superamento del diritto di sciopero è solamente possibile in una società in cui vengano meno le ragioni per cui lo sciopero si produce come strumento di rivendicazione dei diritti di chi non ha diritti.

Tanto più esteso sarà il diritto di sciopero, tanto più si creeranno quelle condizioni sempre più consolidate per arrivare ad una nuova strutturazione dei rapporti di classe, della forze in campo e, quindi, solo per questa via si potrà pensare di ritenere lo sciopero qualcosa di ormai superato. Altrimenti, ogni tentativo di frenare l’azione sindacale altro non sarebbe se non mera repressione.

Le parole di Salvini sono gravissime. Un ministro della Repubblica dovrebbe rispettare il sindacato e dialogare con le parti senza esprimere giudizi politici laddove c’è bisogno di pareri tecnici: se è o se non è generale lo sciopero dichiarato tale; se è o non è entro i crismi legali la protesta che si mette in atto. Ma attendersi questo dal segretario della Lega è come sperare di vedere domani sorgere il sole ad ovest.

Siamo nella tragicommedia di una farsa di governo: si impoveriscono i settori sociali, dalla scuola alla sanità, dal lavoro alle pensioni, dalle infrastrutture alla cura del territorio e si danno maggiori finanziamenti ai più ricchi, li si tutela con quel vero e proprio scempio che va sotto il nome di “flat tax“, si condona tutto l’incondonabile, non si lotta contro l’evasione fiscale.

Il costo delle materie prime cresce, i beni di consumo hanno prezzi a volte anche triplicati rispetto a pochi mesi fa, ed il governo pensa di garantire meglio padroni, speculatori e finanzieri impedendo agli scioperi di fare il loro corso? Il diritto di sciopero non è soltanto un presidio democratico che protegge i lavoratori dalle angherie del capitale. Oggi può tornare ad essere un grimaldello rivoluzionario.

Nel senso pragmatico del termine: all’inizio di una nuova presa di coscienza del livello di sfruttamento cui sono sottoposti i lavoratori salariati oggi.

La redistribuzione della ricchezza va rimessa al centro della questione sociale e, con essa, tutti i diritti che lo sciopero vuole rendere più necessari ancora, imponendone il riconoscimento a chi, altrimenti, non muoverebbe un dito per renderli tali.

«Bisogna lavorare, non scioperare!», sentenziava Silvio Berlusconi all’epoca del suo primo governo, nell’ormai lontano 1994, a favore di tutte le telecamere possibili. Il governo Meloni prosegue coerente nella linea tracciata dal fondatore del centrodestra. Con molta coerenza. Molta davvero.

MARCO SFERINI

14 novembre 2023

foto: screenshot ed elaborazione propria

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