Il pericolo presidenzialista e il voto che salva la democrazia

Che sia o no sfuggita a Berlusconi una, peraltro, già ampiamente nota intenzione politica del centrodestra in merito allo stravolgimento delle istituzioni repubblicane, della centralità del Parlamento a tutto...
Silvio Berlusconi

Che sia o no sfuggita a Berlusconi una, peraltro, già ampiamente nota intenzione politica del centrodestra in merito allo stravolgimento delle istituzioni repubblicane, della centralità del Parlamento a tutto vantaggio del potere esecutivo e della sua con-fusione con quello della Presidenza della Repubblica, è un aspetto del tutto residuale della vicenda che riguarda il tema del “semi-presidenzialismo“.

Già il Movimento Sociale Italiano (ma non solo…) aveva nei suoi programmi il rafforzamento della figura quirinalizia e il suo matrimonio con con quella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, puntando quindi a far venire meno il principio di sostanziale eguaglianza tra i membri del governo, compreso il loro capo che non è mai stato un “primo ministro” ma solamente un “primus inter pares“, ma non certamente come sei considerava Augusto nei confronti, ad esempio, dell’antico Senato romano.

Berlusconi è sincero quando afferma alla radio, di primo mattino, che una volta avuta una schiacciante maggioranza parlamentare col voto del prossimo 25 settembre, una volta ottenuto dalla Meloni l’incarico da Mattarella, una volta formato il governo del centrodestra riunito sotto le bandiere del neonazi-onalismo e del sovranismo, l’esecutivo più nero possibile punterà a fare della Repubblica Italiana uno Stato in cui il bilanciamento dei poteri stabilito nel 1948, venga alterato a tutto vantaggio di alcuni di questi.

Il progetto è il controllo della Magistratura da parte degli organi esecutivi, il restringimento dei compiti parlamentari, per cui alla Presidenza della Repubblica spetterà un ruolo – previsto anche dal programma di governo della Lega salviniana – simile a quello del capo dello Stato in Francia ma dove, almeno formalmente, si cercherà di mantenere la parvenza di un ruolo di garanzia che, oggettivamente, non potrà sparire dall’oggi al domani dopo 76 anni di Costituzione democratica, antifascista e con rigorosa equipollenza tra i poteri.

Se vi capita di prendere in mano il glorioso Atlante Storico Garzanti, che tante generazioni di studenti ha aiutato a comprendere le cronologiche vicende del cammino umano, potrete comparare due tavole che illustrano i rapporti tra i poteri dello Stato italiano sotto il regime fascista e, immediatamente dopo la guerra, con l’avvento della Repubblica. Nella carta che illustra il ruolo del Partito Nazionale Fascista a fianco e dentro le istituzioni del Regno sabaudo, è macroscopica la predominanza del governo sugli altri poteri dello Stato, ridotti ad appendici tanto del potere esecutivo quanto del regime in senso molto più generale.

Poniamo che si riesca a preservare quanto meno il pluralismo delle posizioni, quella democrazia liberale che tanto piace a chi sostiene solamente i diritti costituzionali formali, dimenticando quelli sociali che ne sono fondamento e architrave, avremmo, secondo la controriforma autoritaria delle destre, una Repubblica semi-presidenziale in cui l’elezione diretta del Capo dello Stato sarebbe uno dei punti dirimenti per dimostrare quanto stia a cuore ai sovranisti moderni il rapporto tra popolo e istituzioni.

Se la riforma auspicata da Berlusconi, Meloni e Salvini dovesse prendere piano piano corpo, la teorizzazione del “sindaco d’Italia” (cara anche, per qualche tempo, in certi ambienti del PD e del cosiddetto “centrosinistra“, tanto sul piano locale quanto su quello nazionale) diverrebbe sostanza di un neocostituzionalismo repubblicano sbilanciato tutto verso il rafforzamento dei poteri governativi, così da contendere il ruolo di rappresentante popolare diretto al Parlamento.

Il carattere attuale della Repubblica sta essenzialmente nella assunzione della sovranità popolare, per delega diretta attraverso il voto, da parte delle Camere che, in virtù di ciò, sono la garanzia di democrazia più alta che la Costituzione abbia posto a tutela del bene comune, della comunità nazionale, dell’interità del corpo politico, sociale, civile e morale che chiamiamo Italia nel suo rinnovamento post e antifascista.

Tra il dire e il fare si spera ci possa essere un oceano di contraddizioni che, ancora una volta, si frappongano alla concretizzazione di uno dei tanti progetti di sovvertimento della democrazia repubblicana: non è infatti così immediato quel rapporto meccanicistico che abbiamo descritto all’inizio, ma è un timore che non dobbiamo nasconderci e che, almeno nel primo passaggio elettorale che potrebbe arginarne anche la sola lontana ipotesi, è difficile da fermare vista la vocazione neocentrista del PD che ha escluso, nella illogicità del Rosatellum, quella competizione tra i poli che avrebbe invece potuto esservi.

E’ evidente che, almeno dalla parte democratica e impropriamente progressista dell’alleanza liberistico-draghiana tra Letta, Bonino, Di Maio e Cottarelli, ci si possa aspettare di tutto ma non una proposta di stravolgimento della Costituzione in senso marcatamente presidenzialista.

La stabilità dei mercati esige governi decisi al tutto e per tutto nella tutela dei privilegi imprenditoriali e finanziari, ma non per questo al prezzo di un cambiamento così radicale e così ossessivamente legato ad una eredità ideologica che riporta alla mente il ventennio fascista prima e i tentativi di colpo di Stato nel dopoguerra, in quella “notte della Repubblica” dove le trame nere pullulavano con la benedizione di apparati deviati dei servizi segreti e di altri importanti strutture che avrebbero invece dovuto vigilare sulla sicurezza nazionale.

Questa volta le forze della sinistra di alternativa, come Unione Popolare, non possono essere accusate pretestuosamente di voler contribuire, con il rifiuto delle alleanze, alla vittoria delle destre. Questa veramente infamante, ignobile accusa, ripetuta contro Rifondazione Comunista e contro altre liste formatesi nel corso delle legislature precedenti, è caduta, crollata davanti alla drammatica incapacità del PD e di Letta di trovare un punto di incontro tra la necessità di rimanere forza realmente rappresentante delle esigenze del libero mercato e forza apparentemente rappresentante il mondo del lavoro e del disagio sociale.

La spinta neocentrista, che è divenuta sempre più palese col trascorrere delle settimane, con la competizione tra PD, Calenda, Renzi, Di Maio, Bonino e la stessa Forza Italia (oltre alla quadruplice frattalistica lista di Lupi, Toti e Brugnaro), non ha fatto che confermare la linea esclusivista che Letta ha scelto per rappresentare una parte minoritaria della società italiana: quella confindustriale, quella del ceto medio, escludendo milioni e milioni di lavoratori, pensionati e persone che oggi, più che giustamente, si rivolgono a Conte e ai Cinquestelle come ultimo approdo progressista di un fronte sociale che non è stato possibile costruire.

L’ostracismo lanciato contro i Cinquestelle ha negato in partenza qualunque forma di presunta competitività del governo del Paese da parte di un “campo largo” che, invece di essere fondato sulle sragioni antisociali dell’agenda Draghi, avrebbe potuto trovare la sua ragione d’essere su un rilancio di un progetto di unità delle forze moderate e radicali del progressismo italiano.

Tutte ipotesi, nessuna speranza in merito. Non c’era da farsi troppe illusioni, almeno dopo che il PD aveva sostenuto per anni e anni progetti di consolidamento dell’economia privata a discapito di quella pubblica, erodendo i diritti sociali e facendosi alfiere di quelli civili per potersi così mostrare come la parte evoluta, culturalmente avanzata e moderna di una linea di progresso altrimenti introvabile nello scenario di una politica italiana analfabeta di ritorno in quanto a uguaglianza, pace e libertà.

Ma questa competizione con la destra estrema e sovranista non ha pagato in termini elettorali e nemmeno in una ricerca di un ruolo egemonico in seno a quello spazio centrista oggi occupato abilmente dal dinamico duo Calenda – Renzi.

Così, l’auspicio di poter fermare una controriforma semi o del tutto presidenzialista, capovolgente le fondamenta costituzionali della Repubblica, si è infranto grazie allo spazio aperto dal centrosinistra a quelle politiche di falcidia dei diritti sociali che, un tempo, avremmo chiamato orgogliosamente “stato-sociale” e di cui oggi non rimane nemmeno la timidissima ombra su nessun muro dei palazzi del potere e sulle case di milioni di italiani costretti a rientrare nelle classificazioni ISTAT sulle “nuove povertà“.

Ma non tutto è perduto. Gli appelli al voto utile verranno fatti, perché saranno l’unica speranza per il PD di superare anche di un solo consenso il partito di Giorgia Meloni, ma non garantiranno nessun effetto positivo conseguente, perché il Presidente della Repubblica dovrà tenere conto delle coalizioni in campo e sappiamo tutti quale sia la maggioranza parlamentare che purtroppo si prospetta…

Il quadro politico ci consegna, pertanto, una situazione in cui la proporzionalità del voto diventa importante tanto quanto l’uninominalità delle candidature: se le forze anche minori, come Unione Popolare, avranno la possibilità di entrare in Parlamento (quindi se supereranno il 3% dei voti), mantenendo la loro assoluta estraneità dal partecipare a coalizioni posticce o meno di “unità nazionale“, potranno prendere in considerazione un difesa comune della Costituzione, convergendo di volta in volta su proposte che mettano al riparo il Paese da una conversione della Repubblica da parlamentare a semi-presidenziale.

La centralità del Parlamento deve rimanere intatta e così la Costituzione che deve invece trovare applicazione proprio in quelle parti in cui è stata maggiormente bistrattata.

Ogni voto conta e, oggi più che mai, serve esprimerlo con la convinzione delle proprie idee e non per contrarietà, sulla scia di appelli che chiedono una fiducia per battere quelle destre a cui la strada è stata spianata dalla rovina sociale del Paese, dalla distruzione dei beni comuni e dello stato-sociale che, pur con tante difettazioni ci aveva preservato da quella disperazione che avrebbe alimentato gli istinti rabbiosi di un sovranismo pronto ad alimentare lo scontro “nella classe” (il povero contro il povero) e non certo “di classe” (il povero contro il ricco).

Il 25 settembre dobbiamo ricordarci che la difesa della Repubblica democratica e parlamentare si fa votando le forze antifasciste e antiautoritarie ma, soprattutto, votando quelle che dell’antifascismo e dell’antiautoritarismo fanno un vero presupposto per una lotta sociale, per un ripristino dei valori di uguaglianza, di pace e di libertà che non possono essere delle variabili del mercato.

MARCO SFERINI

13 agosto 2022

foto: screenshot

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