«Ho solo detto una cosa ovvia e scontata» si lamenta alcune ore dopo Silvio Berlusconi, mentre ascolta le polemiche degli avversari e sente il gelo degli alleati. Non ha del tutto torto dal punto di vista tecnico, ma dal punto di vista politico ha fatto un pasticcio. Ha risposto di sì alla radio che al mattino presto gli ha chiesto se nel caso di approvazione della riforma semi presidenziale, che il centrodestra propone, il capo dello stato Mattarella si dovrebbe dimettere.

Di quella riforma però ci sono solo vaghe tracce nel programma di centrodestra, con una lunga e incerta strada davanti, mentre l’avviso di sfratto al presidente della Repubblica è arrivato subito. A campagna elettorale appena cominciata. Un incidente per il centrodestra e un regalo inaspettato per il Pd. Che infatti ci si tuffa sopra con una valanga di dichiarazioni sempre più allarmate che attribuiscono a Berlusconi niente di meno che il progetto di andare lui al Quirinale, sull’onda di un presunto consenso popolare.

Propaganda anche questa. Mentre la gravità della dichiarazione del vecchio Cavaliere sta proprio nel suo non essere fuori dal mondo. L’introduzione del semi presidenzialismo nel nostro ordinamento equivarrebbe, infatti, a uno stravolgimento della Costituzione. Dopo il quale è più che legittimo immaginare un avvicendamento nei ruoli. L’introduzione di una forma di governo verticistica nel nostro sistema – sistema per il quale oggi neanche il presidente del Consiglio dei ministri è un capo ma solo un primo tra pari – si avvicina parecchio a una revisione della forma della Repubblica.

Se, tra tutti gli anni che ci vorranno, il centrodestra vittorioso dovesse effettivamente arrivare a condurre in porto una riforma costituzionale del genere – e bisognerà vedere se da solo o in compagnia (in questa legislatura hanno presentato proposte sull’elezione diretta sia rappresentanti del Terzo polo che del Pd) – non solo Mattarella che è al secondo mandato, ma qualunque altro capo dello stato eletto dal parlamento non potrebbe fare finta di niente.

E non farebbe finta di niente – a questo Berlusconi non ha pensato – innanzitutto il presidente del Consiglio, o la presidente, in carica, che naturalmente aspirerebbe a spostarsi nel posto dove si è trasferito il potere effettivo di governo, al Quirinale. Meloni, in altre parole, difficilmente pensa al presidenzialismo come atto di generosità e altruismo verso qualche altro, magari anziano, leader.

Proprio sul semi presidenzialismo, peraltro, gli alleati del centrodestra avevano litigato a marzo scorso, quando dopo la complicata rielezione di Mattarella, Meloni aveva deciso di spingere sulla sua proposta di riforma. Fu fermata alla camera dalle assenze di Forza Italia.

Vero è che quella proposta era un capolavoro di confusione, prevedeva un presidente della Repubblica eletto a suffragio universale, lanciato nella sfida elettorale, ma ancora incredibilmente organo di garanzia super partes. Non solo, accoppiava a questa figura con pieni poteri, compreso quello di nominare il capo del governo e tutti i ministri, la novità della sfiducia costruttiva in parlamento, cioè in pratica la negazione della sua discrezionalità.

Su tutte queste contraddizioni e sull’ambiguità dei suoi propositi, la presidente di Fratelli d’Italia è fin qui riuscita a stendere il velo di una campagna elettorale dal profilo basso. Ragione per cui le uscite sgangherate di Berlusconi le danno doppiamente fastidio, visto che nei suoi piani al Cavaliere andrebbe riservato un ruolo poco più che ornamentale nella coalizione.

«Non voglio polemizzare con Berlusconi ma è prematuro oggi discutere del caso di Mattarella», dice a metà giornata Ignazio La Russa, in una dichiarazione studiata dal partito per far trasparire la rabbia ma provare a chiudere il caso. «L’idea di una presidenza con il cartellino di scadenza – aggiunge – non è la più adatta. Non critico Berlusconi, ma crediamo che frapporre elementi di discussione non aiuti il raggiungimento dell’obiettivo comune». L’invito – cerca di stare in silenzio se ci riesci – è chiarissimo. E arriva nella villa in Sardegna dove si trova Berlusconi proprio quando alla porta si presenta Salvini. Per una visita «di lavoro».

ANDREA FABOZZI

da il manifesto.it

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