Senza sinistra

«Combattete per i vostri diritti, ma fatelo con grazia». Questo è l’epitaffio scritto sulla lapide che adorna la tomba di Gianni Borgna. Un intellettuale nel vero significato del termine:...

«Combattete per i vostri diritti, ma fatelo con grazia». Questo è l’epitaffio scritto sulla lapide che adorna la tomba di Gianni Borgna. Un intellettuale nel vero significato del termine: uno che l’intelletto lo ha adoperato per sviscerare, disarticolare, disaminare ed entrare nella profondità cavernosa di dilemmi che si sono rivelati pluridecennali, praticamente “storici“.

Da giovane era stato segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) di Roma e poi era divenuto capogruppo del PCI alla Regione Lazio. Gli avevano dato, proprio nel Partito, l’incarico che più gli si confaceva: responsabile cultura e spettacolo. Ed infatti, per tutta la vita, il suo impegno politico si accompagnò al gentile accostamento a quella cultura che impedisce alla lotta di diventare qualcosa di barbarico, di esclusivamente antropomorfo.

Per lui la questione della giustizia sociale si doveva affrontare circospettivamente, tenendo in dovuta considerazione – qui seguendo le più che giuste influenze marxiste – i rapporti di forza non solo tra le classi, ma tra i poteri stessi: tra il piano strutturale di una economia in continua evoluzione e ormai globale e il piano sovrastrutturale di tutto quello che il capitalismo influenzava direttamente o meno.

Un anno prima di morire, già provato da una malattia che non gli ha dato scampo, Borgna scrive un piccolo saggio con un titolo che è il frutto di un’amara considerazione iniziale, analitica e finale su come oggi siamo ancora “Senza sinistra” (Castelvecchi, 2013, prefazione di Giacomo Marramao). Un po’ per farmi piacere e un po’, sicuramente, per canzonarmi benevolmente, me lo regalò il mio compagno di allora.

Lo lessi cercando di mettere da parte i pregiudizi che sapevo di poter incontrare riga per riga, pagina per pagina. Non sono stato e non sono neutrale in queste discussioni e, tanto meno, se devo provare a pensare sempre utilizzando la mia critica (della critica critica…) senza reprimermi troppo, perché credo sia giusto anche mantenere un pizzico di presunzione – sapendo di stare esercitando questa specie di diritto – per non abbandonarsi troppo alla fascinazione del facile convincimento di “non averci pensato prima“.

Non c’è peggiore istigatore alla mutevolezza istrionica delle opinioni se non la tentazione di “ripensarci” quando si incontra un dubbio. Invece, bisognerebbe coltivare proprio il dubbio e non saltare a conclusioni che, solitamente, lasciano l’amaro in bocca e il vuoto nel cervello.

Ho riletto il saggio in questioni alcuni giorni fa e ho ripercorso, come in un déjà vu, un momento della mia esistenza già vissuto. Pari pari, senza sbavature di sorta. Una identificazione claustrofobica a tratti, piacevole per altri, in cui, seppure ormai dieci anni dopo, ho ritrovato tutte le antipatie e le consonanze, le differenze di giudizio sulla storia della sinistra in Italia e la condivisione di giudizi su singoli protagonisti della stessa.

Un generoso, masochistico travaglio che mi sono imposto e, per questo, non ho da addebitarne gli effetti di sofferenza quasi mistica che ho provato. Battute a parte, il saggio di Borgna è interessante ancora oggi, anche se si tratta ormai di un libro fuori dal tempo: la caratteristica degli “instant books” è proprio quella di essere completamente coevi al loro tempo e di lasciare molto poco al lettore del futuro.

Fondamentalmente perché chi dovesse leggere, per esempio, dopo questo articolo, il piccolo saggio di Borgna, avrebbe probabilmente bisogno di ripercorrere la storia d’Italia e d’Europa degli ultimi lustri per poterlo comprendere pienamente. In particolare se si tratta di giovanissimi lettori che hanno un bagaglio culturale e socio-politico che data da quindici anni circa ad arrivare all’impietoso oggi.

Per chi è un po’ più attempato come il sottoscritto, la lettura risulta invece abbastanza facile e scorrevole. La prima cosa che lascia stupiti – non fosse altro per il contrasto che ne viene con la figura di Gramsci tanto amata da un intellettuale come Gianni Borgna – è il giudizio ultrapositivo su Palmiro Togliatti.

Dalle prima pagine del saggio, è questa la pietra angolare che si incontra come inizio dell’analisi sull’assenza di sinistra in Italia: quella pervasività tra popolo e socialismo, tra cultura ancestrale dell’Italia divisa dalle condizioni economiche che uno statista come “il Migliore” aveva saputo comprendere e farne un terreno fertile di evoluzione tanto della politica del PCI quanto dei rapporti che i comunisti tenevano con le altre forze politiche e sindacali.

Ispirare ad una comunità larghissima, che andava dal movimento propriamente comunista a quello più latamente inteso dell’operaismo italiano fino a lambire il ceto medio di allora, degli anni ’50 e ’60 della ricrescita economica del nostro Paese, un “essere comunisti” che voleva dire molto di più dell’essere soltanto, genericamente “di sinistra“.

Questo Borgna ritrova nella oggettiva grandezza di Togliatti: un uomo su cui la Storia ha gettato chiari di luce nettissimi e coni d’ombra altrettanto grandi. Il suo rapporto con Stalin, lo stalinismo e il sovietismo è stato, per le differenze che si potevano riscontrare con l’esperienza italiana, quel cuneo di critica spesso malevola – e pregiudizievole – che ha segnato la biografia comune che si racconta del segretario del PCI.

Più che opportunamente, nel saggio si fa riferimento alla Svolta di Salerno, al rimando della decisione sulla questione istituzionale al dopoguerra, all’opera nella Costituente, all’articolo 7 sul Concordato con la Chiesa Cattolica, all’amnistia per tanta parte di un popolo che era stato fascista e che lui, da ministro di Grazia e Giustizia, aveva capito di non poter condannare alla damnatio di una eternità che avrebbe nuociuto, in primis, alla ricostruzione sociale, civile e morale dell’Italia ridotta in macerie.

Poi Borgna passa, dal panegirico togliattiano, a quello che è il fil molto poco rouge di tutto il testo: la critica ad un Partito Democratico che per lui (ricordiamolo: scrive nel 2013) ha scelto, nel compromesso con le molto più energiche forze del centro cattolico (in quanto ad esercizio dell’egemonia interna), di seguire un percorso tutt’altro che riformistico; una ridefinizione degli spazi geopolitici che vede il veltronismo (cui l’autore è abbastanza intrinseco) ben presto lasciare il passo ad una ambiguità che finirà presto.

E finirà con il posizionamento del PD al centro di un centrosinistra che, tuttavia, non impedirà a quel popolo del vecchio PCI che ancora seguiva (e in parte segue) i democratici, di identificarvi la “Cosa“, ciò che era nato dalle ceneri del grande partito e che, con molta complicità giornalistica, si lasciava intendere fosse la prosecuzione dello stesso e, anzi, come si spinge a sottolineare più volte Borgna stesso, voleva rappresentare una sinistra ancora più riformatrice (e riformista).

La tesi di Borgna è che, coniugando il titanismo organizzativo del PCI con una ricerca dell’unità a sinistra con ciò che rimaneva del PSI, forse, anticipando i tempi del berlusconismo stesso, si sarebbe potuto dare vita ad una innovazione socialista e democratica anche in Italia oltre che in Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Spagna.

A chi tentò di salavaguardare quella sinistra di alternativa, comunista ma antistalinista, antifascista e democratica, libertaria ed ecologista dando vita al Partito della Rifondazione Comunista, Borgna non riserva nessuna attenzione degna di nota. Se ne fa cenno brevemente e sempre in chiave negativa, così come se ne parlava al principio, negli anni ’90, quando si dipingeva il PRC come un ferro vecchio, arrugginito e dalle tinte grigio-bianche dei capelli portati dalla maggioranza del gruppo dirigente.

Sarà un errore anche questa marginalizzazione di una parte importante del movimento prima e del partito poi di un popolo comunista che era stato lasciato allo sbando, sedotto da parole di modernità che intendevano cogliere – e su questo Borgna ha pienamente ragione – con notevole ritardo, e aggrappandosi ai precipitanti avvenimenti dell’Est europeo, il momento storico per inventarsi un campo maggioritario e dell’alternanza in cui muovere i primi passi di una socialdemocrazia di seconda mano.

Il saggio è particolarmente interessante quando raffronta la situazione italiana ed europea del primo decennio del nuovo secolo con quella americana e queste con quella asiatica e viceversa. Il fenomeno della globalizzazione viene letto con l’ambivalenza della compatibilità tra crescita e decrescita: perché la critica di Borgna al capitalismo è una critica non senza se e senza ma, bensì riformistica e, pertanto, contiene dei limiti di tollerabilità degli effetti di tutto ciò che viene reso globale.

Se il mercato ha dei limiti, e se presenta con il liberismo il suo aspetto più violento, non si prende questo come elemento dirimente e condizionante tutto il resto (ricordate….? Struttura, sovrastruttura, economia, finanza, Stati, potere politico….), ma gli si affianca tutta una serie di presunti risvolti positivi che, nonostante tutto, si possono ricavare dalla torsione moderna del capitale su scala mondiale.

Ciò non toglie che, nel suo insieme, la globalizzazione sia da Borgna critica aspramente e, soprattutto, in relazione ad una politica di sinistra in Italia che non è tale proprio per l’ambiguità di quel PD di allora, molto meno distinguibile come forza moderata, progressista e riformatrice di quello che può ancora diventare il partito ereditato da Elly Schlein.

Se la conclusione che l’autore esprime dieci anni fa lo fa esprimere in termini di assoluto “allarme” per la sinistra in Italia, è interessante notare oggi come le condizioni strutturali per una riaffermazione di una vasta e radicata coscienza critica nei confronti del mercato non siano mutate al punto tale da permetterci di affermare che la traversata nel deserto è finita o che, quanto meno, si vede qualche piccola oasi ristoratrice.

E’ probabile che il ritardo storico, che riguardava la resilienza del progressismo italico nei confronti tanto dell’esternità alla politica del Bel Paese quanto le questioni più prettamente nazionali, si sia accumulato e abbia sedimentato una serie di storture che hanno seguito il corso dei tecnicismi governativi prima e dei populismi poi; per approdare, infine, ad una considerazione intempestiva sulla necessità di una domanda di sinistra da soddisfare nuovamente ma con una sinistra vera.

Da Borgna mi dividono non soltanto le valutazioni storico-politiche sul ruolo del PCI nella storia d’Italia, ma anche le conclusioni tratte riguardo quella che avrebbe dovuto essere la nascita di una sinistra socialista e democratica con accanto un’altra sinistra, magari capace di essere unificante e non settaria, capace di dialogare e non di condannare solamente.

Difficile però poter attribuire questi stereotipi alla sola Rifondazione Comunista che, proprio nei primi anni di vita, veniva accusata dalla dirigenze del PDS prima e dei DS poi di essere la causa del malfunzionamento di quel bipolarismo che, altrimenti, avrebbe garantito chissà quale stabilità al regime della governabilità in salsa americana (di cui il veltronismo caro a Borgna è stato uno dei principali sostenitori).

Per troppo tempo la sinistra moderata, quella che avrebbe dovuto rappresentare la continuità col “riformismo” del PCI, ha guardato a sinistra soltanto opportunisticamente, cercando di imbrigliare l’alternativa sociale, facendo del centrosinistra un luogo geopolitico reinventato dopo la fase tangentopolizia per arginare la minaccia antidemocratica berlusconiana e di destra.

Il risultato è stato: più privato e meno pubblico, meno diritti e più doveri, compensazioni eccessive per le imprese e restringimento del potere di acquisto dei salari, liberismo al posto del liberalismo, centrismo al posto della sinistra.

Qui la critica di Borgna ritorna severa e doverosamente si staglia contro la classe dirigente di un PD che, negli anni del renzismo, ha privato i democratici della loro parte progressista, spostando a destra le politiche di un partito che – in teoria – si richiamava ancora alla tradizione del comunismo e del socialismo italiano (nonché del democristianesimo sociale).

Leggere “Senza sinistra” a dieci anni dalla sua uscita, come libro quasi storico (ma non storicistico) è un antidoto utile per evitare di cadere nella trappola di considerare oggi archiviata l’ambiguità bipolare del PD, dando per scontato che il scorso schleiniano sia la pagina voltata, il capitolo chiuso di una sinistra (moderata) pressoché il contrario di sé stessa.

SENZA SINISTRA
GIANNI BORGNA
CASTELVECCHI, 2013
€ 12,00

MARCO SFERINI

16 agosto 2023

foto: screenshot


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