40 anni fa la scoperta delle liste della P2: l’anti-Stato

La lista degli appartenenti alla P2 fu scoperta il 17 marzo 1981, nella fabbrica “La Giole”, di proprietà di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi presso Arezzo, durante una perquisizione...
Licio Gelli

La lista degli appartenenti alla P2 fu scoperta il 17 marzo 1981, nella fabbrica “La Giole”, di proprietà di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi presso Arezzo, durante una perquisizione ordinata dai magistrati Colombo e Turone, durante le indagini sul presunto rapimento di Michele Sindona.

Il “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica Propaganda 2 (P2), scritto probabilmente nel 1976 dal maestro venerabile Licio Gelli insieme ad alcuni “consulenti” esterni ha rappresentato il vero punto “politico” al riguardo degli obiettivi della Loggia.

Il testo del piano fu sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino nel doppiofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, la figlia, che rientrava in Italia da Nizza. Qual’era in definitiva l’obiettivo della P2: scomporre e ricomporre in una sintesi più avanzata, di vera e propria “rottura” nel rapporto tra società e politica per ricomporlo in una sintesi autoritaria; questo era il senso del Documento sulla “Rinascita Nazionale”.

La difficoltà più grande che si è incontrata nel cercare di produrre un progetto politico di alternativa all’interno della vicenda politica italiana, nel corso dei decenni che ci troviamo immediatamente alle spalle a partire almeno dagli anni’70 del XX secolo, ha riguardato l’impossibilità di riconoscere quella che era la “contraddizione di fondo”: il cosiddetto “oggetto del contendere”.

Si trattava e si tratta della “questione democratica”, o meglio ancora della “questione della qualità della democrazia”, posta attorno al nodo dell’attuazione o dell’arretramento dei principi contenuti nel nesso implicito che lega la prima e la seconda parte della Costituzione repubblicana.

Sull’ “arretramento” puntava il documento di Gelli e molti passaggi, in verità, sono stati attuati nel corso degli anni. All’epoca il tema “dell’attuazione” fu, invece, affrontato principalmente dal Centro di Riforma dello Stato, presieduto da Pietro Ingrao.

Furono prodotti materiali di riflessione molto importanti, fino a elaborare un progetto sufficientemente compiuto di riforma dell’architettura dello Stato che non divenne però mai oggetto di confronto politico concreto, restando il PCI fermo a una rigida suddivisione nel rapporto tra struttura e sovrastruttura e delegando l’agire sul terreno della politica sempre e comunque, all’impronta della “doppiezza” togliattiana (almeno sino all’intervista di Berlinguer sulla “questione morale”, del resto poi rimasta inascoltata e disattesa o al più intesa con criteri moralistici, si era rimasti fermi all’autonomia del politico e alla tattica).

Per questo filone derivò poi la linea dettata, a suo tempo, da Massimo D’Alema “del paese normale”, ennesimo tentativo di legittimazione “nazionale” del partito nato nel 1921 che, pure, aveva cambiato nome, simbolo, pelle.

Un’analisi sviluppata in ritardo, quella del “paese normale”, perché nel frattempo, ed è questo il punto che intendevo toccare, era sorta un’altra opzione – ben più importante e pericolosa di quella dell’interclassismo nazional-popolare della DC (nella quale albergavano, comunque, spunti autoritari da Tambroni al “gaullismo” di Fanfani).

Era sorta, infatti, un’opzione dichiaratamente di destra, insieme destrutturante e autoritaria, che prendeva le mosse sul piano teorico dal dispositivo destrutturante al riguardo della consistenza giuridica dello Stato di origine nietzschiana incrociato con l’ipotesi assolutistica di Carl Schimtt.

Raccogliendo quegli spunti teorici cui ho fatto appena cenno l’obiettivo era appunto quello già richiamato: scomporre e ricomporre in una sintesi più avanzata, di vera e propria “rottura” nel rapporto tra società e politica: questo il senso del Documento sulla “Rinascita Nazionale”.

Quel documento, sulla “Rinascita Nazionale” apparentemente ricolmo d’indicazioni pragmatiche (molte delle quali, via, via, attuatesi con grande precisione) rimane, a mio giudizio, la pietra miliare al riguardo del progettarsi e dell’attuarsi dell’avventura di destra in Italia.

Un’avventura in corso da molti anni ( pensiamo ai meccanismi dell’informazione o a quelli del rapporto tra Governo e Parlamento) portato avanti con grande determinazione e intuito dalla particolare destra populista uscita dalla crisi del sistema dei partiti degli anni’90 e raccoltasi attorno alla figura di Silvio Berlusconi, interprete della indispensabile maschera dell’esasperazione del personalismo: personalismo giunto al punto in cui, in ogni elezione svolta tra il 1994 e il 2008 la posta in palio è sempre stata rappresentata dal giudizio sulla “persona”, causando così guasti gravissimi proprio sul piano della configurazione stessa degli attori politici.

Da lì si è poi discesi da un lato all’interpretazione dell’antipolitica e dall’altro al sorgere del populismo sovranista. Il PCI aveva, inizialmente, intuito la portata del pericolo che veniva dal raccogliersi attorno alle istanze della P2 dell’insieme della destra e del “perbenismo italiota”: il convegno di Arezzo, organizzato appunto dal CRS, nel 1982 con le relazioni di Stefano Rodotà e Giuseppe D’Alema (padre) riuscirono a porre la questione in termini dai quali si sarebbe potuti partire per porre il tema dell’alternativa sul giusto terreno della “qualità della democrazia”.

La scelta finale, però, fu diversa: quell’idea proprio del “paese normale”, della necessità di superare la doppiezza e di porsi nell’ottica di una “fertile accettazione” dell’egemonia capitalistica (“lo sblocco del sistema politico”): non vi fu contrasto, a questo proposito, non emersero proposte alternative e Rifondazione Comunista provò due volte a porsi sul terreno del governo, nella prima occasione in maggioranza e la seconda direttamente al Ministero, non avendo altra arma in mano che un curioso intreccio tra massimalismo psiuppino e movimentismo lottacontinuista.

Intanto il progetto della destra andava avanti e scavava nel profondo, destrutturando – appunto – il sistema politico, quello informativo e riducendo ai propri disegni la stessa struttura industriale del Paese ed egemonizzando quella finanziaria, ridotta a scorribande per “raider” come troppi episodi ci hanno dimostrato.

Si è inquadrata in questo tentativo di destrutturazione complessiva la riforma della Costituzione portata avanti dal PD a segreteria Renzi: tentativo sconfitto dal voto referendario in circostanze sulle quali dovremmo comunque interrogarci, a distanza di cinque anni, sulla differente confluenza del voto “contro” e del voto “per” (intendendo come “per” ancora una volta una proposta di attuazione costituzionale che sicuramente in quel voto risultò minoritaria ma che comunque non fu raccolta e considerata).

Il fatto è che, nel frattempo, PDS, DS, PD, sono rimasti fermi all’idea della “governabilità”, di un acritico scimmiottamento pedissequo della “spettacolarizzazione” di una politica sempre più priva di contenuti, fino a concedere spazio ad altri soggetti che, come nel caso del Movimento 5 Stelle, arrivati ad accumulare consenso esasperando e sfruttando il concetto di “democrazia diretta” e comunque organici al disegno di “arretramento e destrutturazione costituzionale”.

Si sono così commessi errori che , in apparenza, abbiamo giudicato clamorosi, come quelli riguardanti la mancata legge sul conflitto d’interessi o il varo della Bicamerale ma, soprattutto, l’idea del “bipolarismo temperato”, e in questo, della vocazione maggioritaria: errori che non erano tali, se inquadriamo bene il tema, ma frutto di un effettivo fondamento teorico al quale il PD oggi appare ancora abbarbicato.

Oggi il quadro è ancora cambiato :ci troviamo di fronte all’emergere di una logica deterministica applicata alla politica e sviluppata in forma “imprenditoriale”.

Ciò sta avvenendo per quale scopo? Forse la soddisfazione per un intreccio di lobbies (inclusa quella ambientalista) oppure per partecipare al governo delle strutture della tecnologia avanzata che pretendono di assumere l’egemonia culturale nella modifica delle condizioni di vita delle persone o ancora per realizzare una sorta di “ibernazione” di un ceto politico che ha assolutamente bisogno di essere “coperto” mediaticamente al fine di mantenersi competitivo nella somma delle proprie diverse articolazioni di potere.

Tra soggetti, movimenti, lobbies più o meno mascherati lo scopo rimane quello di affermare una propria concezione del potere come sovrapposizione di semplice comando su di una società sfibrata dall’egemonia dell’individualismo competitivo (situazione resa ancora più complicata dall’emergenza sanitaria)

Il potere è ormai inteso come partecipazione alla governabilità quale fattore esaustivo dell’agire politico, escludendo così retroterra ideale, partecipazione, rappresentanza politica (e articolazione della rappresentanza). Il M5S ha rappresentato l’interpretazione più autentica di questa idea “esclusiva e insieme sostituiva” del potere in perfetta linea con il progetto di “scomposizione” piduista e il PD si è affrettato a tentare di adeguarsi.

E’ evidente come questo stato di cose abbia aperto un varco a destra di rilevanti dimensioni. Varco che abbiamo definito “populismo” adesso provvisoriamente coperto dal governo Draghi. Un’operazione di temporanea copertura che non potrà sventare i pericoli insiti nella stessa natura della destra italiana.

In sostanza cosa sta avvenendo:

1) affermazione dell’autonomia dell’imprenditorialità politica in funzione lobbistica nell’esercizio del potere;
2) sviluppo della forma di “recitazione della democrazia”;
3) pericolo vero: affermazione di un populismo capace di incrociare una dimensione di insorgenze sociali al riguardo delle quali è finora mancato uno sviluppo di analisi seria e concreta.

Per la sinistra si tratta finalmente di affrontare questi livelli della questione. Un tema riguardante la profonda crisi democratica che sta attraversando il sistema politico italiano e che non sarà risolta dal ritorno dell’alternanza, del “bipolarismo temperato”, del sistema elettorale maggioritario. Bisognerà prenderne atto cercando finalmente di comprendere che ci troviamo in una situazione specifica rispetto alle difficoltà emergenti nelle diverse sfumature del modello di “democrazia liberale”.

E’ di piena attualità il punto di attacco insito nel documento di Gelli: attuazione o arretramento del dettato costituzionale?

FRANCO ASTENGO

foto: screenshot

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Il novecento

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