Joe Biden, i muscoli del rancore

Usa. L'effetto ritorno della Guerra fredda è voluto ed esplicito. Cosa di muove dietro le dichiarazioni del nuovo presidente statunitense
Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Joe Biden

Ci troviamo di fronte ad una strategia vendicativo-muscolare del presidente degli Stati uniti Joe Biden alle prese con un ginepraio non districabile di questioni intere che non riesce a risolvere – non c’è solo la vaccinazione contro la pandemia che va a gonfie vele. Ma l’effetto ritorno della guerra fredda è voluto ed esplicito.

Joe Biden ha rilasciato una lunga intervista su aspetti nevralgici della crisi Usa, dalla tragedia dei migranti lungo il muro allungato da Trump ma voluto da Clinton, con 4mila bambini detenuti dalle guardie di frontiera, il caso Cuomo che destabilizza i Democratici, il nodo del ritiro o no dall’Afghanistan. E proprio nel giorno dell’ennesima strage a sfondo razziale stavolta ad Atlanta, ha sentito bene il dovere di richiamare a raccolta gli alleati atlantici, indicando per l’ennesima volta il «nemico», senza il quale l’Alleanza atlantica non si regge.

Così alla domanda del giornalista della Abc George Stephanopoulos prima se conoscesse Vladimir Putin e poi esplicita: «Pensa che sia un killer?», ha risposto «Lo penso», aggiungendo di averlo messo in guardia perché «pagherà un prezzo» per avere tentato di influenzare le elezioni presidenziali del 2020. Diversamente da quello che tutti hanno pensato, non si riferiva al caso Navalny – tra l’altro ancora vivo nonostante il tentativo di avvelenarlo generalmente attribuito al vertice del Cremlino che ha sempre negato ogni coinvolgimento e ora detenuto in un «campo di rieducazione».

Mall’ultimo rapporto presentatogli dall’intelligence. Che accusa la Russia, e in subordine l’Iran, di avere interferito nella campagna elettorale Usa per sostenere Trump a sfavore di Biden, mettendo così «a repentaglio la democrazia», naturalmente quella americana, mai che si denuncino i filo-americani Paesi dell’Est Europa come la Polonia che mettono a repentaglio la democrazia europea.

Ma qual è la ragione di una accusa così grave, internazionalmente destabilizzante, che appare come occasione di «vendetta» politica, da questo punto di vista poco convincente? Il rischio strumentale e riduttivo che corre Biden è quello di vedere il precipizio della democrazia americana, con l’immagine iconica dell’assalto al Congresso dei suprematisti aizzati da Trump, come un prodotto esogeno e non endogeno. Ma non è stato lui ha denunciare insediandosi alla Casa bianca il «terrorismo interno»? Veniamo all’accusa di interferenza elettorale. Certo il lavoro sporco degli hacker magari c’è stato – ma così fan tutti, sulla verità, però (Snowden riparato in Russia e Julian Assange che langue in carcere qualcosa vorranno dire, o no?). E poi, com’è possibile immaginare che 73milioni di americani, socialmente riferibili alla società abbandonata che chiamiamo la «pancia dell’America» abbia votato per il magnate eversore di Manhattan su indicazione di Putin?

E che la sua attuale forte presa-ricatto sul Partito repubblicano dipenda dal Cremlino? Certo Putin, ex spia del Kgb, non è uno stinco di santo, tutt’altro. Ma il killeraggio vero, se non stragismo, se solo pensiamo alle tante sanguinose guerre americane degli ultimi decenni, ha ben altri protagonisti che invece passano da eroi nell’immaginario e nella storia smemorata di Stati uniti e Occidente. L’Iran, tirato per i piedi dentro la minaccia di Biden, non è forse il Paese che ha visto, il suo numero 2, il generale Soleiman, assassinato da Trump? Senza dimenticare la storia vera di interferenze nelle elezioni russe avviatdalla defenestrazione di Gorbaciov. Nel 1996 senza il massiccio sostegno diretto Usa di Boris Eltsin le elezioni sarebbero state vinte dal Pc russo, ma la democratica America era schierata con il leader che fece bombardare «democraticamente» il parlamento russo. E, nemesi degli avvenimenti, l’erede di Eltsin fu proprio Putin.

E sempre a proposito di interferenze elettorali e non solo, perché dimenticare lo scheletro nell’armadio di Biden, vale a dire il suo ruolo come vicepresidente Usa nella crisi dell’Ucraina del 2014, quando correva con altri leader americani e lo stesso capo della Cia Jan Brennan su piazza Maidan presidiata dalle milizie dell’estrema destra a fare comizi e a sostenere gli schieramenti apertamente antirussi, fin al suo coinvolgimento personale con il figlio Hunter, nominato, senza che sapesse nulla di gas, consigliere di amministrazione della società ucraina per l’estrazione del gas Burisma Holding Ltd, con uni stipendio di 50mila dollari al mese per una carica che ha mantenuto fin all’aprile del 2019, dopo che Biden padre ha iniziato la sua campagna per la Casa bianca. Certo su questo Trump ha speculato in modo sporco in campagna elettorale. Ma con chi vendicarsi ora se è emerso un possibile conflitto di interessi?

Eppure Biden aveva chiamato Putin per telefono solo un mese e mezzo fa per accordarsi sul ripristino del Trattato anti-nucleare Start unilateralmente stracciato da Trump. Ma nemmeno un mese fa, il 19 febbraio, il clima già era già cambiato: nel discorso al G7 il presidente Usa aveva lanciato a sorpresa un anatema: «Russia e Cina sono una minaccia». Un messaggio chiaro: i due Paesi vanno intanto bollati come nemico pubblico e poi vanno separati fra loro; ed esplicito per quei Paesi europei come la Germania che difendono ancora il vitale snodo energetico dello North Stream 2. Nell’anatema di Biden in filigrana non può non leggersi il rancore Usa per la esternità a crisi rilevanti, come l’Afghanistan dove proprio oggi si apre un vertice decisivo, non a caso a Mosca, dopo 20 anni di guerra della Nato, sulla Siria dove la presenza russa venne decisa dal vertice del caminetto tra Obama e Putin nel novembre 2015 dopo il disastro dell’impegno americano, e sulla Libia le cui «figure di merda» – parole di Obama – fatte dagli Stati uniti costarono tra l’altro la presidenza a Hillary Clinton.

Fatto singolare, questa ventata di guerra fredda scoppia dentro la crisi globale della pandemia. Non bastava la geopolitica dei vaccini in corso, con da una parte l’atlantismo esclusivo di Stati uniti e Gran Bretagna che fanno bene, certo, ma per se stessi, quasi una eco dell’ «America first», dall’altro il caos dei mezzi e delle volontà dell’Europa strapazzata dalle multinazionali dei farmaci, e infine la propaganda dello Sputnik, approvato da 50 Paesi; mentre il Wto, e tutto il mondo neoliberista, sbattono la porta in faccia all’unica soluzione possibile: la sospensione dei brevetti per avere i vaccini come bene comune e per tutti. Non ci voleva proprio questo rilancio di ghiaccio bollente e prepotenza che riaccende i conflitti che covano sotto la cenere.

TOMMASO DI FRANCESCO

da il manifesto.it

foto: screenshot

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