La “guerra tiepida” di Biden e Putin: il riposizionamento degli imperi

Il Subcomandante Marcos invitava un tempo gli zapatisti del Chiapas e tutti gli anticapitalisti del mondo a «camminare domandando»: interrogarsi sempre, quindi, mentre si lavora socialmente e politicamente per...
Vladimir Putin e Joe Biden

Il Subcomandante Marcos invitava un tempo gli zapatisti del Chiapas e tutti gli anticapitalisti del mondo a «camminare domandando»: interrogarsi sempre, quindi, mentre si lavora socialmente e politicamente per far avanzare le proprie istanze, le idee di cambiamento del mondo. A distanza di quasi trent’anni, la differenza con un democratico liberale (e liberista) come Joe Biden rimane abissale. Per lui gli USA possono continuare a «camminare masticando chewing gum»: una metaforella per significare che con la Russia di Putin si può dialogare su specifici temi, ma il nuovo corso americano non rinuncia a capovolgere i rapporti di forza, iniziando dalle formali (mica poi tanto) relazioni diplomatiche. Un messaggio al mondo, insomma: iniziando dagli americani stessi. Il capitalismo rimane una certezza.

Dietro il più risoluto biasimo morale nei confronti del presidente russo, c’è la dichiarazione di una “guerra tiepida“, un avvertimento sull’avvenuto cambiamento di passo tra gli Stati Uniti d’America di trumpiana e sovranista memoria e il nuovo corso di Biden. Dietro l’affermazione di killeraggio direttamente rivolta a Putin, c’è un notevole effetto propagandistico per gli americani, per riaffermare la difesa delle libertà civili, argomento preponderante nella campagna presidenziale del 2020, e rivolto pure all’esterno, principalmente a Russia, Cina e Unione Europea: l’America cosiddetta democratica sta ridefinendo i suoi parametri di amicizia internazionale.

La gara è anche fra chi deve apparire meno autoritario e chi invece più democratico. Ma, andando oltre le apparenze necessarie alla comunicazione verso le masse popolari, per preparare il terreno alle future azioni contro Putin e le sue mire in geo-tattica politica, l’intervista di Biden alla ABC non è tutto quel che sembra. L’impatto è forte, indubbiamente. Un presidente americano che definisce il suo omologo russo «un assassino senza anima», non lo si ricorda nella recente storia della Repubblica a stelle e strisce. Forse perché veniamo da quattro anni di ipersovranismo, di ammiccamenti con lo storico nemico…

Eppure dai tempi della “Guerra fredda” ad oggi non sono mancati affatto i contrasti tra Washington e Mosca: quelli più parolai, che sono rimasti alla fine lettera morta su qualche battitura di titolo di giornale, pur avendo fatto il giro del mondo, non si contano. Si va da Nikita Krusciov da un lato fino a Ronald Reagan dall’altro. Qualcuno ha tentato di minimizzare le rispettive minacce, soprattutto in momenti di cruciale importanza per i destini della cosiddetta “pace nel mondo“. Altri hanno volutamente esasperato i toni, per capire fino a che punto si sarebbe spinta la tensione nucleare e se qualcuno bluffasse nel tentare di varcare la soglia del possibile e avvicinarsi sempre più pericolosamente a quella del probabile.

L’intervista di Biden alla ABC non è un insieme di quelle famose gaffes che sono tipiche dell’ex vice di Obama alla Casa Bianca: sono tutte parole ben ponderate, che seguono rapporto dei servizi di intelligence sulle intromissioni russe nelle elezioni presidenziali e su tutti i tentativi fatti per screditare (almeno così pare) gli affari del figlio di Biden in Ucraina. La Cina rimane fuori da questo cerchio magico di complottisti anti-americani, ed è – secondo molti analisti e studiosi di varia estrazione culturale e politica – il segnale più chiaro ed evidente che gli USA la considerano l’unica potenza “legittimata” a gareggiare con lo zio Sam sul piano tanto economico quanto militare.

Gli imperi moderni si scrutano, si studiano e sembrano darsi appuntamento sul campo di battaglia quasi cavallerescamente, se non fosse che milioni di vittime umane, animali e persino il destino ambientale della nostra casa-Terra è tragicamente nelle mani di questi cinici avversari che fanno di tutto per essere considerati dei buoni padri di famiglia in occidente e dei ligi servitori del partito in oriente.

Biden mette a segno un punto tanto in politica interna quanto estera: dimostra al popolo americano di voler tenere fede ai patti, palesando la via del non ritorno al precedente regime, sospettato (con ragione) di essere acquiescente nei confronti del sovranismo putiniano. Ciò non fa dell’attuale presidente USA un campione della democrazia: o meglio, può essere considerato tale se per “democrazia” si intende quel tipo di democrazia, fondata sul liberismo, sulla differenza di classe che non viene attaccata da nessuna riforma anche soltanto accennata, ma che viene circoscritta in un perimetro della tolleranza da parte dei ceti più deboli e indigenti mediante timidissimi ricorsi all’aumento delle tasse per i ricchi.

Nello Stato campione del capitalismo novecentesco, candidato ad esserlo – con la rivaleggiante potenza cinese – anche nel nuovo millennio, una maggiore aliquota fiscale per i grandi possidenti è certamente sorprendente e può far gridare alla grande ispirazione sociale del presidente Joe Biden. La sovrapposizione dei piani è una immediata conseguenza: la difesa dei libertà e dei diritti civili è il primo argomento per iniziare la campagna contro un regime oppressivo che avvelena i propri oppositori, li bastona, li incarcera e non può pretendere di essere accettato nel club dei concorrenti legittimi per la spartizione delle ricchezze mondiali.

D’altra parte, la Russia di Putin è uno Stato oggettivamente autoritario, a differenza degli Stati Uniti d’America che lo diventano in tutto e per tutto quando devono difendere il loro primato economico, nonché quello militare e imperialista nel mondo. Nella Russia moderna, l’oligarchia è il sistema politico in cui cresce la corte del nuovo zar e il presidente quasi eterno (ma ancora molto lontano dai record stabiliti dalla dinastia nordcoreana) e le differenze anche storiche con gli USA la espongono ad un processo senza soluzione di continuità sull’impossibilità di dirsi tentata dopo il passaggio storico, sociale e politico dallo zarismo al socialismo reale, ad abbracciare i valori occidentali della democrazia propriamente detta: liberale per retaggio del passato, liberista per applicazione nel presente.

La “democrazia americana” è storia pluricentenaria e, pur con tutte le contraddizioni che la distinguono, ad iniziare dalla sua espansione “coast to coast” con lo sterminio genocida dei nativi indiani, con l’apartheid e lo schiavismo dei neri e la guerra civile combattuta per ragioni economiche e formalmente per ragioni umanitarie ed egualitarie,  con le repressioni novecentesche contro asiatici e comunisti, può avanzare la pretesa di annoverarsi tra i campioni della stabilizzazione pacifica del mondo: nonostante il Vietnam, le guerre del Golfo, i colpi di Stato della CIA in Africa e nel “giardino di casa” (l’America Latina), Cuba compresa.

La ricerca di una terza via sarebbe utile, necessaria e anche molto stimolante nella costruzione di una nuova Internazionale del mondo del lavoro, per l’ipotesi di una società che sfugga tanto all’oligarchia autoritaria (e capitalista) di Putin quanto alla finzione democratica americana, intrisa di liberismo, per niente sfuggente al comodo giaciglio del mercato globale da cercare di dominare in ogni modo possibile. Biden non rappresenta il cavalier servente dell’umanità oppressa dai tiranni e Putin non è, solo per il fatto di essere oggetto degli attacchi americani, un campione di chissà quale nuovo socialismo.

La partita per la riconsiderazione dei confini di penetrazione economica nel mondo è nuovamente aperta: ammesso che sia mai stata chiusa o considerata “stabile“. La crisi dei sovranismi è tutt’altro che finita, ma indubbiamente Biden sta capitalizzando ora gli effetti di un alto gradimento in patria e lo esporta così come, non molto tempo fa, gli americani “esportavano la democrazia” a suon di proiettili al fosforo bianco in Iraq prima e di bombe a grappolo nell’Afghanistan talebano poi…

Sembra un gioco così grande, inarrivabile per delle forze della sinistra comunista e progressista dell’Italia e dell’Europa di oggi… Forse anche per quelle americane e russe che guardano ad un socialismo dal volto umano e che non spendono tempo in feticismi del passato ma che si proiettano, come qualche decennio fa chiedevano gli zapatisti, nel nuovo millennio camminando sì, ma domandandosi sempre se la strada sia quella giusta.

Sembra un gioco enorme, titanico in cui entrare e provare a fare la partita. Ma lo è poi davvero così grande?

MARCO SFERINI

18 marzo 2021

foto: elaborazione propria – screenshot

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