Diversi anni fa in un breve libro dedicato a Luciano Ferrari Bravo, Toni Negri tracciava il ritratto del «cattivo maestro», in opposizione a quello «buono», rivendicando in un certo senso orgogliosamente quello stesso ruolo che il partito comunista italiano, la magistratura e la stampa tutta gli avevano cucito addosso in occasione di quella gigantesca montatura giudiziaria che fu il processo 7 aprile.

A differenza del buon maestro che è, spiegava in quel testo, mosso (a cominciare da Platone fino a Hegel) dall’ammirazione per l’ordine sistematico, per l’armonia, per la perfezione del già compiuto, il cattivo maestro è invece mosso dall’indignazione.

Nel senso spinoziano di «odio per colui che fa del male a un altro». Ma è motivato anche dalla ricerca spasmodica e appassionata di ciò che ancora è incompiuto, potenziale, annidato nelle pieghe di ogni tempo, sempre pronto a rompere le gerarchie e rovesciare i rapporti di potere. Quel che pressappoco abbiamo chiamato, anche nelle circostanze più avverse, rivoluzione comunista.

Bon, questo incompiuto Toni Negri lo ha ricercato, fino all’ultimo respiro con entusiastico ottimismo, tanto nelle crepe degli assetti globali del capitalismo mondiale, assiduamente studiati insieme a Michael Hardt, quanto nella concretezza di situazioni specifiche e singole lotte, indagate e ascoltate con lo strumento dell’inchiesta. Mai in solitudine, sempre coltivando un’idea collettiva del lavoro teorico e una certa ossessione per l’organizzazione, fonte di frequenti rimproveri rivolti alla pigrizia e all’impegno disordinato dei suoi molti amici e compagni.

La galleria dei cattivi maestri, nella cui scia Negri volentieri si collocava, partiva da Socrate e, passando per Machiavelli e Spinoza, giungeva a Nietzsche. Maestri, scriveva allora, senza discepoli perché maestri di libertà.

Vero fino a un certo punto, ma quello che Toni intendeva valorizzare con questa definizione era l’apertura senza steccati né recinti dottrinari su un futuro che nessuno poteva prescrivere o predisporre, la presa di distanza dagli attrezzi ormai logorati del socialismo e della sinistra per forgiarne di volta in volta di nuovi all’altezza delle contraddizioni del presente. Ricercando gli spunti in ogni fremito della vita sociale, in ogni conflitto sia pure embrionale o problematico.

Dove c’è azzardo non c’è dogma né dottrina e il suo pensiero, così come la sua vita tanto ricca quanto travagliata, di azzardi trabocca.

Ma, come normalmente accade con le scommesse non tutte vanno a buon fine e talvolta ci si fa male. Toni non era un uomo prudente, né mai ha invitato qualcuno alla prudenza. Nemmeno è stato, tuttavia, quell’avventuriero senza scrupoli che i suoi avversari e i suoi persecutori hanno voluto dipingere.

La paranoia giustizialista dell’inchiesta sfociata nel processo 7 aprile non poteva accontentarsi del semplice «cattivo maestro» e dichiarò Toni Negri il «grande vecchio» a capo di tutta la lotta armata degli anni Settanta in Italia. Un grottesco quanto fragile castello di carte generato dall’incapacità dello stato di immaginare le sue controparti e chiunque ne avversi il monopolio del potere, se non a propria immagine e somiglianza.

Pur divertito negli ultimi decenni l’intellettuale italiano più conosciuto al mondo, l’astio e lo strascico di quello stereotipo hanno continuato a riaffacciarsi sulla scena mediatica assai più di una seria discussione delle sue tesi. Spesso con indecenti semplificazioni, ostracismi e riesumazione di accuse da tempo rovinosamente franate.

Questo solo in Italia, mentre nel resto del mondo i suoi scritti venivano letti, apprezzati e discussi in innumerevoli lingue con la serietà che meritavano. Secondo la sua stessa definizione di cattivo maestro Toni Negri non si lascia dietro né una «scuola» né un metodo, ma un patrimonio di concetti e di analisi, di esperienze comuni di lavoro e di discussione dalle quali molti possono attingere senza un ordine, senza una direzione di marcia obbligata, alla ricerca, se possibile, di nuovi azzardi e impertinenze.

A un certo punto Toni si dedicò alla scrittura di testi teatrali, piuttosto brillanti, alcuni messi in scena. Gli dissi allora che sarebbe stato ricordato come drammaturgo minore a cavallo tra Novecento e Duemila. Si fece una grossa risata sulla presa in giro. Sapeva bene che non sarebbe stato così.

MARCO BASCETTA

da il manifesto.it

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