Erano prigionieri politici, appartenenti a tutte le forse della Resistenza, ebrei, detenuti comuni, civili rastrellati per le strade come atto di rappresaglia per l’attacco partigiano del giorno prima in Via Rasella: 335 uomini tra i 15 e i 74 anni che furono uccisi dai tedeschi in una cava di pozzolana sulla via Ardeatina il 24 marzo del 1944, «sparandogli a ripetizione un colpo di pistola alla testa».

È a questa umanità ferita che hanno scelto di dare un nome Mario Avagliano e Marco Palmieri, membri dell’Istituto romano per la storia d’Italia e del fascismo, nel volume Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, pubblicato da Einaudi (pp. 572, euro 24) in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’eccidio.

Se quanto avvenne alle Fosse Ardeatine è noto, e anche di molte delle vittime si conoscono storia e vicende, la ricerca di Avagliano e Palmieri ha il merito, da un lato, di rendere a queste esistenze così brutalmente recise la dignità di quanto vissero prima di incontrare la barbarie nazista, dall’altro, di far emergere uno spaccato «dell’intera società italiana del tempo, in uno dei suoi snodi più drammatici e cruciali, tra fascismo, occupazione nazista, guerra civile e Resistenza». Il lavoro degli storici si coniuga così con il dovere civile, ricostruendo nelle 335, necessariamente brevi, voci biografiche del libro «una sorta di Spoon River italiana».

Grazie ad una ricerca enorme, che si è avvalsa di moltissime fonti, tra cui i diari e le lettere dei martiri, dei loro familiari e dei compagni di lotta, le carte di polizia, il Registro matricolare, le schede carcerarie e i documenti raccolti dal Museo Storico della Liberazione, oltre a informazioni e note biografiche fornite nel corso degli anni da Anfim e Anpi, conosciamo quanto è possibile sapere di ciascuna vittima.

Tra loro, ci sono operai, commercianti, professori, avvocati, artigiani e un sacerdote, Don Pietro Pappagallo. La 336esima vittima è una donna: Fedele Rasa, una contadina di 74 anni che morirà dopo essere stata ferita gravemente dai colpi sparati dalle SS mentre si trova nei campi della zona per raccogliere la cicoria.

Allo stesso tempo, Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine invita a riflettere su un elemento, tutt’altro che marginale all’epoca come nella memoria dell’eccidio che è giunta fino ai nostri giorni. Infatti, se solo lo scorso anno la premier Giorgia Meloni aveva dichiarato che i 335 erano stati «trucidati solo perché italiani», dimenticando come in realtà furono arrestati, imprigionati e quindi uccisi perché ebrei, antifascisti e comunque considerati nemici da fascisti e nazisti, gli autori del volume fanno un’importante sottolineatura. Tale da rimettere le cose a posto dal punto di vista storiografico, e ribaltare in qualche modo i termini della questione.

«L’eccidio delle Fosse Ardeatine è rimasto nella memoria come una strage nazista, ma è anche italiana e fascista – scrivo Avagliano e Palmieri – Il massacro avviene in territorio formalmente sotto la giurisdizione della Rsi e la Questura di Roma partecipa attivamente alla selezione delle vittime».

«Ma, soprattutto – aggiungono – , oltre la metà delle vittime è arrestata da italiani, autonomamente o in collaborazione con i tedeschi come basisti, infiltrati, spie o esecutori materiali del fermo, anche grazie a una estesa rete di delatori prezzolati, pronti a “vendere” ebrei e patrioti (rispettivamente 104 arrestati in autonomia e 81 insieme ai tedeschi».

GUIDO CALDIRON

da il manifesto.it

foto: screenshot tv