Lenin, vittoria e sconfitta

Si lanciò su un treno contro la storia per fare la Rivoluzione d’Ottobre. Se ne andò il 21 gennaio 1924. Ormai paralizzato, viveva a Gorki, in una dacia circondata dalla neve

Gennaio 1918, fu straordinariamente freddo a Pietrogrado, un vento nero piegava le ginocchia e di notte Gesù Cristo andava in pattuglia insieme a dodici guardie rosse. Eppure il 73esimo giorno dopo la presa del Palazzo d’Inverno Vladimir Il’ic uscì dal suo ufficio allo Smol’nyi, bevve champagne e si mise a ballare sulla neve. Realtà o leggenda? In questi casi, si sa, vince la leggenda. I bolscevichi avevano tenuto un giorno in più della Comune di Parigi, il primo assalto al cielo.

Quel Lenin che balla, scarica la paura per lo scampato pericolo e la felicità per avere afferrato al volo l’occasione offerta dalla congiuntura. Per miracolo, iniziativa soggettiva e circostanze si erano «riscontrate» e la rivoluzione aveva «fatto presa», contro ogni regola sugli stadi che avrebbe dovuto attraversare.

Già nell’aprile 1917, scendendo dal treno piombato alla stazione di Vyborg, aveva dichiarata chiusa la fase democratica della rivoluzione: si era entrati in quella della conquista del potere da parte degli operai e dei contadini poveri, dei Soviet come organi dell’insurrezione, del rovesciamento del Governo provvisorio per la costruzione di una repubblica sul modello della Comune di Parigi.

Si esigevano la fine immediata della guerra e la nazionalizzazione delle banche e della terra. Se il Partito ci stava, bene, altrimenti ne avrebbe fatto un altro. I compagni sgomenti mugugnarono e alla fine ci stettero.

Era una svolta a 180 gradi dettata dalla nuova congiuntura mondiale e dal movimento delle masse, che bruciava ogni ordinata transizione per tappe, mentre la forma soviet costituente e il dualismo di potere scavalcavano di fatto la forma partito del Che fare?. La stesura di Stato e rivoluzione nel rifugio finlandese dopo la crisi di luglio lo ratifica e la sua «messa a terra», dopo la sconfitta del putsch combinato di Kornilov e Kérenskij, sarà la presa del Palazzo d’Inverno.

Una mossa formale e incruenta in cui ancora una volta si combinano il ruolo dei Soviet, il potere carismatico di Lenin e l’accodamento del gruppo dirigente del Partito: doveva accadere né un giorno prima né un giorno dopo, secondo il giusto allineamento dei pianeti.

Ancora più drammatica sarà, un mese dopo il ballo sulla neve, la decisione, contro la posizione di Bucharin e Trockij (nonché degli alleati social-rivoluzionari di sinistra) di accettare le devastanti condizioni territoriali ed economiche imposte dalle Potenze Centrali per la pace di Brest-Litóvsk. Stavolta c’è poco da festeggiare, però la Rivoluzione è salva. Ancora oggi il neo-zarista Putin non gli perdona la dissoluzione dell’Impero e l’aver posto le condizioni per l’indipendenza ucraina.

In ogni contraddizione di classe, alla principale se ne sovrappongono numerose secondarie e ci sono momenti-chiave che una guida politica deve saper cogliere al volo per infrangere lo stato di cose vigente.

Lenin impara rapidamente che non basta che la rivoluzione faccia presa e duri, a prezzo di dolorose rinunce e rapidi aggiustamenti (la cessione delle terre ai contadini senza nazionalizzazione), ma che la logica della guerra civile militarizza il nuovo regime e rinvia ogni ipotesi di collettivizzazione delle forze produttive ed estinzione dello Stato: il comunismo di guerra è un’economia di sopravvivenza e la dittatura del proletariato si tinge di tutti i colori giacobini da sempre presenti in Lenin.

I contadini, l’80% della popolazione, appoggiano i Rossi contro i Bianchi, ma al socialismo non ci pensano proprio e nascondono il grano quando arrivano le squadre di requisizione per approvvigionare le città.

La guerra civile Lenin l’ha vinta nel 1921 ma ora arriva la sfida più rischiosa. L’eccezione ha sconvolto le regole (fu giusto ballare sulla neve), ma non fonda in automatico una nuova regola stabile.

La Rivoluzione non ha sfondato a occidente, i bolscevichi controllano solo le città spopolate, la produzione è crollata, i nuclei di classe operaia sono dispersi nei compiti dell’amministrazione e della repressione, i contadini stanno ricostruendo una borghesia ben più radicata di quella zarista, i soviet da organi di potere costituente sono ridotti a strumenti di gestione amministrativa, mentre a comandare è di nuovo il Partito, con il divieto di correnti interne.

Con la Nep Lenin fa una pausa nel processo di nazionalizzazione della proprietà privata e nel sistema del razionamento e requisizioni, reintroducendo una moneta agganciata all’oro e legalizzando la commercializzazione delle eccedenze agricole e il piccolo commercio e artigianato.

Prefigura un sistema di economia mista a direzione proletaria – come a parti inverse, sotto egemonia capitalistica, nella Germania di Weimar – o azzarda l’esperimento, secondo Toni Negri, di unificare spontaneità democratica e razionalità strumentale.

Misure di «sopravvivenza» ma anche strategia di rallentamento nel passaggio al comunismo. Si tratta di modificare la cultura della società, di persuadere ed egemonizzare, non più di schiacciare le armate controrivoluzionarie e liquidare le resistenze con il terrore. La sovradeterminazione fluttuante delle contraddizioni, non incorporando nessuna predestinazione a causa dell’aleatorietà degli incontri, include la possibilità del fallimento.

Lenin vide questo pericolo e l’idea di prendere tempo per rafforzare il tessuto produttivo e culturale è più di un espediente temporaneo, sebbene egli resti il giacobino che non aveva esitato a usare i metodi più spietati di repressione.

Cento anni fa, il 21 gennaio, Lenin, da tempo paralizzato, muore nella sua dacia di Gorki, ancora in uno scenario innevato. La Nep gli sopravvivrà pochi anni e malgrado l’Urss si consolidi in grande potenza industriale e militare con la collettivizzazione staliniana, il progetto comunista si blocca e nel giro di pochi decenni il sistema sovietico degenera e si dissolve.

Solo con l’interruzione brutale della Nep si fa in parte vero il giudizio del giornalista e scrittore sovietico Vasilij Semenovic Grossman: la vittoria di Lenin divenne la sua sconfitta.

AUGUSTO ILLUMINATI

da il manifesto.it

foto: Wikipedia


SCHEDA. Cent’anni fa moriva il leader bolscevico

Martedì 23 gennaio a Roma, negli spazi della sala conferenze della Fondazione Lelio e Lisli Basso (via della Dogana Vecchia 5, ore 16; oppure in streaming sul canale YouTube) un appuntamento dal titolo «Lenin, a cento anni dalla morte» per discutere della sua figura: «Trattare Lenin come un classico della politica. Smettere di imbalsamarlo fra dogmi o anatemi», come si legge nella presentazione del pomeriggio che prevede interventi di Stefano G. Azzarà, Étienne Balibar, Luciano Canfora, Luciana Castellina, Rita Di Leo, Giacomo Marramao, Jutta Scherrer. Introduce Maurizio Locusta.

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