Tornare alla “normalità”? Peggio di una seconda pandemia

La domanda non vuole essere provocatoria (o forse sì, ma non nella sua primigenia intenzione): siamo certi che questa democrazia digitale e sostanziale, che abbiamo contribuito a costruire negli...

La domanda non vuole essere provocatoria (o forse sì, ma non nella sua primigenia intenzione): siamo certi che questa democrazia digitale e sostanziale, che abbiamo contribuito a costruire negli ultimi trent’anni, sia davvero quella libertà che ora andiamo cercando, per ritornare alla “normalità“?

O meglio ancora: è questa la vita che davvero speriamo di tornare a vivere? Fatta di velocità supersoniche nelle comunicazioni, nello svolgersi delle notizie, nell’accavallarsi dei pensieri e dei commenti che sono veri e propri torrenti in cui si sciacquano i peggiori sudici panni dell’odio e della malversazione di parole che diventano clave, bastoni, armi improprie con cui percuotere qualunque sentimento che voglia trovare nell’umanità l’umanità stessa che le dovrebbe essere congeniale e naturalmente disposta…

Stiamo scambiando da troppo tempo la libertà di espressione, di parola e di critica per il diritto autocelebrativo di tante qualità interpretative, del tutto arbitrariamente poste sull’altare di un oggettivismo inesistente, ritenute al pari di inossidabili verità proprio perché soggettive e, pertanto, degne di note. Impossibile relativizzare a tal punto la singolarità opinabile dei concetti scritti e del dialogo da mostrarne tutti i suoi limiti: oggi pare prevalere il revisionismo antisociale, incivile (e persino immorale) sulla concretezza dei fatti, sull’evidenza dei tanti problemi che si affacciano sul nostro mondo piccolo, eppure così tanto immerso nella enormità della globalizzazione.

Abbiamo fatto di questa voglia di commentare qualunque cosa un monumento sacrilego alla cultura, un idolo da adorare per farlo somigliare alle fattezze delle statue ai grandi poeti d’Italia, ai padri della nostra lingua, ai busti eretti per gli scienziati e gli scopritori di qualunque cosa vi possa venire in mente. Statue mute che non possono nemmeno voltarsi per ritrarre lo sguardo dagli orrori lessicali che si leggono, dagli strafalcioni che si sentono ma, prima di tutto, dal tratto scabrosetto di penna o da quello digitante di tastiera che sono la trasmissione di una cattiveria che non si doma con il ragionamento.

Almeno apparentemente. Almeno nell’immediatezza di quella velocità che impongono i botta e risposta su Facebook, le twittate continue e i post su Instragram. Bisognerebbe essere, come si usa dire in termini giornalistici, “sempre sul pezzo“, pronti a battere e controbattere e, del resto, non si può nemmeno sciupare la vita quotidiana a rispondere a mucchi di odiatori, campioni del pregiudizio e del disprezzo, fenomeni da baraccone che incitano le masse in questo senso dalle televisioni, dalle radio e che, per fortuna, si riescono ancora nettamente a distinguere da chi invece prova a rimanere veramente umano.

Tuttavia risulta molto complicato districarsi nella giungla della comunicazione del nuovo millennio, in particolar modo lungo undici mesi di pandemia, così insopportabili, così eterni da definirli un “tunnel” di cui a stento si fatica a vedere l’uscita, lo spiraglio di luce in fondo.

Già, perché la velocità dei cambiamenti dettati dal Covid-19 ha quasi superato quella della frenesia digitatrice delle tastiere che servono non più ad esprimersi in un italiano appropriato (il che non guasterebbe, a volte, anche per fermarsi a riflettere su quanto si sta provando ad affermare, invece che lasciare nei propri scritti e messaggini copiose quantità di refusi da battitura quanto di veri e propri erroracci grammaticali che fanno venir meno i sentimenti…), ma a sfogare veri e propri istinti da primordio primitiveggiante.

Un ancestralismo intriso di tante e tali repulsioni e cattiverie, così evidentemente disposte le une a ridosso delle altre, in una cascata di commenti che si possono trovare facilmente sui profili di ogni politico o giornalista che esprima una opinione, per così dire, “divisiva“. La caratteristica comune a tutte queste forme di comunicazione è l’impersonalità: una sorta di “distanziamento telematico” che è profondamente antisociale e incivile, che decivilizza e rende quel tanto di egoismo che un po’ tutti deteniamo, in eredità dalla storia ultramillenaria del genere umano, quota di maggioranza nella destrutturazione di una empatia che invece dovrebbe esserci propriamente naturale come forma di collegamento istintivo verso i nostri simili e dissimili.

Giudicare, insultare, condannare su Internet è la specialità acquisita da molti che ne hanno fatto un vero e proprio talento al contrario. Verrebbe da pensare che, se persino un corposo 39% di italiani (secondo un sondaggio odierno fatto per il Corriere della Sera da Pagnoncelli) non è per niente stufo di rispettare le distanze, ciò non sia dovuto esclusivamente ad una ligia aderenza alle disposizioni sanitarie anti-Covid, ma pure ad una voglia di isolamento, di “socialità selettiva” che un tempo si sarebbe chiamata “riservatezza” o “scostamento“, che oggi può intendersi come complessa sfera di una “privacy” che finisce per somigliare ad un ermetismo involutivo, un chiudersi in sé stessi per difendersi – in qualche maniera – dalla cacofonicità del mondo.

Suoni, frastuoni, strepiti, urla di sofferenze che non si vogliono sentire: da quelle dei migranti che lasciano mondi infestati dalle più grandi tragedie (che preferiamo minimizzare o non vedere, pensando che “distrarsi” sia lecito perché “sano” per la nostra mente e per le ripercussioni psicosomatiche che ne deriverebbero!) a quelle di chi muore negli ospedali, senza poter nemmeno lamentarsi, intubato, senza una persona cara accanto.

E’ più facile la polemica riduzionista e negazionista: è semplice, non richiede grande sofferenza interiore, nessuno sforzo cerebrale, nessuna emozione ricavata da un ritaglio di pezzi di vita che se ne vanno dietro una maschera per l’ossigeno. Un prodotto di una natura depredata dalla specie “eletta“, noi umani.

E’ più facile negare o addurre sempre giustificazioni volte a preservarci, a discapito di tutto e di tutti: l’egoismo torna, ciclicamente, si ripresenta sotto mentite spoglie, si concede biecamente alla politica che ha una tradizione xenofoba, razzista, omofoba, antisociale nell’essere campione di un finto interesse per i più deboli e disagiati. E nella disperazione più sconsolante, dalle ore passate ad inveire contro i poveri che sarebbero nemici dei poveri, tralasciando il vero nemico di classe, gli italiani sperano nel ritorno alla normalità.

Ma ritornarvi sarebbe peggio dell’affrontare una nuova pandemia. Voglia spasmodica di sapere, conoscere; commozione per i risultati della scienza e per il lavoro collettivo di una umanità che si preserva non nell’odio ma nella comunanza delle sofferenze; voglia di dubitare e non di certificare i propri dettami come verità assolute; critiche ispirate non dallo scontro ma dal confronto, sono tutte speranze sicuramente “buoniste” che possono aiutarci ad uscire tanto dalla pandemia quanto dalla normalità che l’ha preceduta.

E’ un bel sogno. Quello dell’anormalità, della separazione netta dal passato prossimo che è un ritorno, per ora, ancora ad un ben triste presente.

MARCO SFERINI

24 dicembre 2020

Foto di StockSnap da Pixabay 

categorie
Marco Sferini

altri articoli