Sindrome 1933

Si sente a volte, anzi molto spesso, fare riferimento a determinati periodi della Storia per cercare di creare delle similitudini col presente, per cercare di stabilire se esistano o...

Si sente a volte, anzi molto spesso, fare riferimento a determinati periodi della Storia per cercare di creare delle similitudini col presente, per cercare di stabilire se esistano o no dei nessi che facciano prospettare scenari equivalenti a quelli già accaduti.

Solitamente è un esercizio che si compie in negativo, quando cioè si ha a che fare nell’oggi con persone, fatti, avvenimenti e anche vere e proprie fasi di cambiamento sociale, politico e, quindi, anche economico, che non permettono di presagire nulla di buono in chiave progressista.

Quando si asssiste ad un restringimento del campo di agibilità del singolo essere umano così come della collettività, quando i diritti sociali, civili ed umani vengono messi sotto accusa e letti attraverso la lente deformata del revisionismo storico e dell’alterazione tutta attuale delle vere ragioni scatenanti grandi fenomeni di massa che interessano un po’ tutti i paesi, allora si prova a discernere fino a che punto si è giunti.

E quale sia il “punto di non ritorno“, quello che mai e poi mai si dovrebbe oltrepassare.

C’è una parola per sintetizzare questo metodo di analisi, di sicuro non scientifico perché non segue delle leggi prestabilite da un meccanicismo che esercita una sorta di coazione a ripetere nei confronti della realtà che continua, della vita che prosegue. Questa parola è “analogia“. Ed è, insieme all’anno dell’ascesa al cancellierato per Adolf Hitler la protagonista di un libro di Siegmund Ginzberg dal titolo “Sindrome 1933“, edito da Feltrinelli nel 2019 e riedito nella collezione universale economica l’anno successivo.

E’ un’opera a metà tra il racconto e il saggio, tra la cronaca di novant’anni or sono e quella che invece, nel pieno della cosidetta “modernità occidentale“, si staglia sotto i nostro malfermi piedi, tracciando una via indefinibile per i tanti contorni nebulosi che la circondano e che richiamano, proprio per questo, una serie davvero stupefacente di analogie con l’inizio del dominio nazista sulla Germania e, di lì a poco, sull’intera Europa.

Il raffronto tra passato e presente è la chiave di una analisi che, nonostante possa apparire a tratti cocciuta e persino irriverente, mostra e dimostra come la famosa frase si Marx su storia, tragedia e farsa sia drammaticamente attuale e, per questo, veritiera.

Le analogie che Ginzberg studia non sono stabilite da lui, quasi fossero una sua personale attitudine inserita nel metodo storico, ma, piuttosto, sono delle scoperte, frutto ogni tanto di un guizzo intuitivo, altrimenti di una meticolosa ricerca di quelle congiunture che sia nel 1933 sia in questo secondo decennio del nuovo millennio si vengono a determinare nei corsi e ricorsi degli eventi.

Nulla è lasciato al caso, ma tutto viene a coincidere perché le forze motrici della Storia sono i rapporti di forza sociali, quindi economici e, pertanto, il potere dei governi e l’amministrazione degli Stati si dimenano in mezzo a relazioni che sono già presenti nel tempo e che, salvo capovolgimenti rivoluzionari che stravolgano nettamente la struttura di una nazione o di un continente, di volta in volta vengono interpretati dal regime di turno.

Le analogie, pertanto, sono il fantasma che si aggira per le pagine di un libro dove le vicende di quell’anno ferale sono narrate con una determinazione descrittiva candida ed al contempo risoluta, impossibilitata a prendere le distanze da una emotività che traspare e che è comprensibile espungere dalla narrazione quando si conosce la fine di quella storia o, per meglio dire, il principio di una tutta nuova.

I protagonisti di quegli anni, i nomi eccellenti di filosofi, intellettuali, politici, scrittori, teatranti, attori e scienziati abbondano nel libro, vengono fatti parlare direttamente, come se ci si rivolgesse loro per un’intervista. Bertolt Brecht viene chiamato a descrivere l’ascesa del Führer e la sua fuga dalla Germani dopo che…:

«…il Comediavolosichiama fu sulle labbra di tutti. Quest’uomo eminente già da anni aveva raccolto intorno a sé, in una città di provincia… una quantità di piccoli borghesi, assicurando loro, con una verbosità insolita nel nostro paese, che stava inaugurandosi una grande Epoca. Dopo essersi esibito qualche anno al circo, si guadagnò la fiducia del Presidente del Reich, un generale che aveva perso la Prima guerra mondiale e che lo mise in grado di preparare la seconda…».

Qui Ginzberg mette tra parentesi quadre una nota che avvalora la considerazione dell’analogia come il vero esprit che uniforma i capitoli del saggio sul 1933: Brecht non vuole nemmeno nominare Hitler e allora lo appella con l’epiteto “Comediavolosichiama“. Nelle parentesi quadre delle note dell’autore, Ginzberg scrive: “il riferimento qui è a Hitler, ma, nello spirito del nostro libro il lettore ha ovviamente licenza di mettere qualunque altro nome gli passi per la mente“.

Ecco il potere dell’analogia. La capacità di leggere oggi quello che è avvenuto ieri e di stabilre una interconnessione temporale che attraversa le epoche e che riconosce nel passato i tratti del futuro e in quelli del presente la ripercorrenza di quanto si è già presentato sul e oltre il limitare della Storia.

Naturalmente non è un giochetto di società da poter fare senza alcun criterio. Non basta mettere al posto di Hitler un nome qualunque per vedere concretarsi una analogia davvero tale, con un nesso e un connesso logico ed anche ideologico che ne faccia un metro di valutazione, seppure parziale, di quanto ci accade intorno nella realtà odierna.

Quando si individua una analogia, è sempre bene fare attenzione a derive sillogistiche che condurrebbero a delle false conclusioni, a delle sintesi inappropriate sia con quanto di sociale, politico ed economico facciamo i conti ogni giorno, sia con il raffronto che ci permettiamo nei confronti degli eventi trascorsi.

Ginzberg è molto prudente nello scorrere tutti i fatti che avvennero in quel infausto 1933. Lo è in particolare quando si riferisce al livello di conoscenza di quello che accadeva in Germania proprio da parte dei tedeschi e, non di meno, da parte degli europei e del resto del mondo. C’è chi si è reso conto del potenziale distruttivo del Terzo Reich che sta nascendo. C’è chi, basandosi anche sulla propria esperienza, non esita a denunciare il disastro che sta per investire il Vecchio continente.

Tra i primi c’è Lev Trotzkj che, parlando con lo scrittore e giallista Georges Simenon, tratteggia un carattere distintivo del fascismo nella sua interezza: si tratta dell’inevitabile caduta nella contraddizione tra tensione sociale e contraddizioni di classe. Le dittature totalitarie non sono in grado di eliminare le seconde, ma utilizzano la prima per alimentare uno scontento che serva da leva contro le classi dirigenti borghesi.

Anche se, sia il fascismo propriamente detto, sia la sua variante tedesca, così come quelle spagnola, portoghese, greca, argentina, cilena…, utilizzeranno la retorica della vicinanza al popolo per garantirsi la stabilità sociale e sosterranno l’economia privata per avere il consenso del mondo padronale, di quella classe imprenditoriale che trarrà vantaggi sia dalle guerre sia dai conflitti interni e dal confronto tra gli imperialismi anche più attuali.

«Mi posso sbagliare, – afferma Trotzkj – ormai sono in disparte, ma mi sembra che non ci si renda conto abbastanza dell’estensione di questo pericolo. In una prospettiva non di mesi ma di anni – in ogni caso non di decine di anni – considero come assolutamente inevitabile un’esplosione guerriera da parte della Germania fascista». E, annota Ginzberg, questo il creatore dell’Armata rossa lo detta a Simenon sei anni prima che la Seconda guerra mondiale si affacci al decrepito balcone europeo.

Una lungimiranza cupa, triste certamente, ma pur sempre tale, che richiama l’eco delle parole di Gramsci al Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Rivolto al presidente che gli chiede conto di cosa significhino quelle parole nei suoi scritti, laddove si parla di “impossessamento del potere da parte del proletariato” ma, in particolare, della futura guerra che potrà venir fuori dalle crepe del fascismo, dice:

«Penso, signor generale, che tutte le dittature di tipo militare finiscano prima o poi per essere travolte dalla guerra. Sembra a me evidente, in tal caso, che tocchi al proletariato sostituire le classi dirigenti, pigliando le redini del paese per sollevare le sorti della nazione».

Nel 1933 Gramsci è già in carcere. Morirà quattro anni dopo, distrutto nel fisico ma mentalmente ancora lucido e consapevole del nocumento che il fascismo porterà all’Italia e al mondo. In Germania, ed in particolare a Berlino, la vita sembra scorrere fin troppo tranquillamente. Lo scrive Simone Weil ai genitori, lo mettono nero su bianco i cronisti esteri: Hitler o non Hitler, la quotidianità per ora non sembra così diversa dal passato. Fatto salvo che le squadracce del partito nazista, le SA di Ernst Röhm continuano a seminare il terrore tra gli avversari politici.

E non solo. L’antisemitismo del cancelliere è il programma di governo dell’NSDAP, è la coda velenosa di una ideologia assolutista, dove non c’è spazio per nessuna altra concezione della morale, dello Stato, della scuola, della Germania se non nell’ordine nazista.

Nonostante la Repubblica di Weimar avesse “la più vasta rete di assistenza sociale e sanitaria d’Europa” e nonostante la democrazia avesse dimostrato ai tedeschi che era possibile venir fuori dalla logica dell’uomo solo al comando, dalla monarchia imperiale del Kaiser, per abbracciare un liberalismo moderato, tollerante e dialogante anche con le spinte socialdemocratiche, il malfunzionamento delle istituzioni generò un malcontento ancora più aspro e si sommò alla devastante crisi economica generata dagli effetti del dopoguerra e dalle imposizioni del Trattato di Versailles.

Sopratttto in questo caso, l’analogia con la crisi economica attuale è veramente impressionante: uno dei gangli principali delle congiunture favorevoli alla nascita dei regimi autoritari è il disagio sociale esteso, la povertù incedente, la miseria che si esponenzializza.

Non è troppo camapata per aria la tesi (perché rimane tale, sulla base dello studio dei fatti corroborati dall’intersezione delle fonti e dei riscontri oggettivi dati dai filmati e dalle cronache) che la crisi economica abbia suscitato nella maggioranza del popolo tedesco una induzione ad accettare le più atroci repressioni messe in essere dai nazisti, i più feroci comportamenti delle SA prima e delle SS e della Gestapo in seguito contro tutte le minoranze, sociali, politiche, culturali, contro ogni minima forma di critica e/o di opposizione, contro gli ebrei.

La capacità oratoria di Hitler aveva sedotto molte menti, alcune grossolane e facilone, altre raffinate e tutt’altro che sprovvedute. Albert Speer sarà un nazista della seconda ora (aderirà al partito nel marzo del 1931), ma scriverà nelle sue “Memorie del Terzo Reich” della fascinazione che provò nell’ascoltare Hitler, nell’immaginare una Germania che poteva uscire dalle forche caudine dell’umiliazione, della crisi sociale, della grande dissocupazione di massa (sei milioni e mezzo di tedeschi erano senza un briciolo di lavoro).

La grande crisi del primo dopoguerra mondiale aveva destabilizzato l’economia mondiale, aveva rimescolato le carte nell’Europa dei grandi aggregati plurinazionali e aveva conosciuto il passaggio dall’eredità ottocentesca ad una nuova realtà di Stati nazionali che erano nati apparentemente dal nulla e avevano occupato un posto sulla cartina politica del Vecchio continente delimitando i confini etnici dei singoli popoli.

Ciò non di meno, il nazismo, nel solco del movimento völkisch, riterrà il pangermanesimo da Sacro Romano Impero l’obiettivo intermedio per l’affermazione di una Germania dominatrice dell’intero mondo: con il 1933 arriva al potere un partito che non ha nel suo DNA la convivenza democratica col resto delle idee e delle forze politiche che le rappresentano, ma che, invece, intende spazzare via ogni altra visione, proposta e programma che non sia il suo.

La debolezza marcata degli apparati istituzionali della fragile democrazia weimariana non ebbe bisogno di essere attaccata dal nuovo ordine totalitario che iniziava a muovere i suoi passi militari e imperialisti proprio con la fine del decennio di preparazione (che aveva compreso il fallito putch di Monaco, la carcerazione più che lussuosa e benevolente riservata ad Hitler, la stesura del “Mein kampf” e l’ingrossamento delle fila del NSDAP grazie al patto con i ceti benestanti e con l’alta borghesia renana).

Crollò con la morte di Hindeburg e col compromesso tra Papen e il nuovo cancelliere. Una apparente accettazione delle regole democratiche che durerà meno di un anno.

Dalla fine del 1933 il regime nazista renderà la Germania un riflesso di sé stesso, una immagina speculare di una torsione autoritaria e terrorista legittimata dai pieni poteri, dall’eccezzionalità delle misure da prendere per contrastare l’opposisione interna: quei comunisti, ed anche quei liberali e cattolici, che non accetteranno il seppellimento del tentativo repubblicano dopo l’impero degli Hohenzollern.

«Per marcare la discontinuità con i governi precedenti, la Germania nazista aveva deciso di chiamarsi Terzo Reich. I nazisti si dicevano rivoluzionari». E’ una constatazione apparentemente scontata, perché tutti sappiamo quale appellativo si era dato di sé stesso lo Stato di cui si era impossessato legalmente il regime, e perché forse in molti sanno anche che il nazismo si concepiva come un movimento e un partito capovolgitore della realtà e, pertanto, rivoluzionario nel senso più proprio del termine.

Ma nulla è scontato in questa storia. Nulla è soltanto ciò che appare. La rivoluzione dell’hitlerismo è fatta nel nome dell’esclusività, del pangermanesimo, del razzismo inverecondo, dalla concezione della legittimità per il forte di trionfare sul debole e schiacciarlo. La rivoluzione dei nazisti sarà quanto di più anacronistico potessero allora immaginare i contemporanei: per primi i commentatori e i giornalisti, gli analisti ed anche gli studiosi di questioni socio-politiche.

Sarà una novità per molti, una conferma di fosche previsioni per altri, come Trotzkj, Brecht, Mann. Sarà un enigma, dopo la disfatta nel 1945, dopo la fine di Hitler, dopo la facile fuga per troppi gerarchi in America Latina, all’ombra di altre dittature, alla spavalda luce del sole della protezione di governi che, ancora oggi, si proclamano democrazie ed esempio per il mondo intero.

Dal populismo nazista a quello di oggi, dal nazionalismo del 1933 a quello del 2023. Dall’Europa del suprematismo germanico all’America di quello bianco. Dalla conservazione della razza ariana a quella delle presunte radici cristiano-giudaiche della strettissima attualità italiana (e non solo…). Le analogie sono molte, i confronti altrettanto. Del 1933 bisogna fare tesoro, perché non ritorni mai più un altro anno così. Un altro principio di una lunga, immensa fine.

SINDROME 1933
SIEGMUND GINZBERG
FELTRINELLI
€ 9,50

MARCO SFERINI

2 agosto 2023

foto: particolare della copertina del libro


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