Obiettivo Hitler

Della Resistenza al nazifascismo, almeno qui in Italia, se ne parla, discute e ricorda facendo ovviamente principale riferimento alle attività politiche prima della guerra e a quelle partigiane durante...
Adolf Hitler alla "Tana del Lupo" nel 1944, nella Prussia orientale (Rastenburg). A sinistra si riconosce il conte Stauffenberg e a destra il feldmaresciallo Keitel

Della Resistenza al nazifascismo, almeno qui in Italia, se ne parla, discute e ricorda facendo ovviamente principale riferimento alle attività politiche prima della guerra e a quelle partigiane durante la seconda fase del conflitto che presero campo nel nord del Paese con qualche cenno alle Quattro giornate di Napoli, alle montagne abruzzesi e alla tenacia dei fiorentini e dei toscani tutti.

Si parla, insomma, e più che opportunamente, della nostra Resistenza. E se ne parla sempre troppo poco, con troppe storture e tentativi di revisionismo che sono utili ad una certa parte politica, a chi vuole ancora e soprattutto oggi piegare alle argomentazioni dei sovranismi un passato che si vorrebbe quanto meno parzialmente assolvere, seguendo il dettato per cui se Mussolini non si fosse alleato con Hitler, tutto sommato il fascismo sarebbe pure stato accettabile e non deprecabile come lo disegnavano quei malandrini degli antifascisti della prima ora.

Delle altre Resistenze in Europa, almeno dai libri di scuola, si sa pochissimo. Praticamente nulla. Tanto che il nostro partigianato sembra quasi l’unico ad aver lottato contro gli invasori del Terzo Reich, contro il regime della Marcia su Roma prima e, senza soluzione di continuità, contro quello angustamente grigio, decadente e malinconico che si affacciava sulle acque prospicienti Salò.

La storia degli apparati politici e delle organizzazioni resistenziali europee è molto affascinante invece, perché è ricchissima di episodi e di sviluppi che, oltre ad aver sostenuto lo sforzo di liberazione del continente dall’ombra della svastica e del fascio littorio, hanno, in parecchie occasioni, creato i presupposti affinché certe culture e idee andassero successivamente a supportare i timidi esperimenti democratici necessari alla ricostruzione delle comunità nazionali dopo la tempesta di orrore e morte della guerra.

Ad esempio, di Jean Moulin e del Maquis francese, a meno di non fare ricerche e studi del tutto personali, si sa ben poco nella vulgata quotidiana della storia della Seconda guerra mondiale: persino le reti televisive che si occupano di cultura e, nello specifico, di storia, raramente mandano in onda documentari sulla Resistenza partigiana negli altri paesi europei.

Vale per la Francia ma pure per la Jugoslavia dove, anzi, le quasi uniche notizie che si danno sui partigiani del maresciallo Tito sono veicolate da una riscrittura storica nazionalista che ha fatto della tragedia delle foibe un assoluto con cui condannare la Resistenza slava, eludendo scientemente la sconfitta dei fascisti ustascia croati, i crimini italiani durati un ventennio e quelli nazisti tra il 1940 e il 1945.

Così, spingendoci un po’ più ad est, cosa possiamo dire di sapere della Resistenza sovietica? Le lettere dei condannati a morte ci hanno restituito tutte le emozioni provate dai partigiani poco prima delle fucilazioni, ma molto poco ci hanno detto dell’organizzazione e della tensione sociale e politica che univa quelle truppe messe insieme dalla disperazione prima e dalla necessità poi di fermare l’avanzata di un mostro che avrebbe gettato il mondo nella catastrofe globale e, oltre ad averne fatto un immenso cimitero, lo avrebbe scaraventato indietro di migliaia di anni.

Dunque, delle Resistenze europee, almeno noi italiani, sappiamo poco. Tra le Resistenze di cui sappiamo pochissimo e che, soltanto ultimamente, siamo venuti a conoscere qualcosa di più grazie a film dedicati ai tanti attentati messi in opera contro Hitler, c’è per l’appunto la Resistenza tedesca. Qualcuno fatica persino a pronunciarne il nome, perché la storiografia post-bellica ha fatto molta fatica nel rintracciare una trama tra i molti episodi che si sono verificati in Germania contro il terrore totalitario del Führer.

E’ probabile che ciò sia stato dovuto anche ad una comprensibile prudenza di duplice natura, sociale e storica al tempo stesso, rispetto all’enormità dei crimini perpetrati dal regime nazista e quell’appoggio popolare allo stesso che pareva non consentire di scorgere nessun dissenso singolo e tanto meno organizzato, cercando quindi di maneggiare con cura i nomi, i dati e le testimonianze che trovavano riscontro mano a mano che i tedeschi si riabituavano a parlare liberamente delle loro vite, in particolare, attraverso un giudizio critico sul loro ancora bruciante presente.

Uno dei lavori divulgativamente più efficaci a questo proposito è “Obiettivo Hitler” (Garzanti, “Elefanti Storia“, prima edizione italiana 1996) di un grande storico del nazismo e biografo del dittatore: Joachim Fest.

Il sottotitolo del libro fa riferimento alla “resistenza al nazismo“, legando questa a quella che è stata l’azione indubbiamente a lungo preparata, largamente diffusa tra le alte gerarchie del vecchio Stato borghese tedesco e quelle della Reichswehr di bismarkiana e guglielmina memoria, superata dalla Wehrmacht e dal militarismo pangermanico del Terzo Reich: l’attentato del 20 luglio 1944, la cosiddetta “congiura” o “notte dei generali“.

Il meticoloso metodo di indagine storica di Fest individua tutte le criticità relative ad una strutturazione della Resistenza in Germania: l’asfissiante macchina repressiva del regime aveva impedito qualunque manifestazione di dissenso nei confronti della politica del cancelliere salito al potere con elezioni democratiche, ma grandemente inquinate dalle tante violenze perpetrate dalle SA nei confronti degli avversari politici.

Non che il fascismo in Italia non fosse stato altrettanto spietato nel dispensare olio di ricino, bastonate, incendi di sedi sindacali e case del popolo, creando un clima di terrore molto simile a quello vissuto dai tedeschi a partire dalla seconda metà degli anni ’20. Ma ciò che accade in Germania segna un salto di qualità negativa in questo senso, anche proprio rispetto all’originale tra tutti i fascismi del Novecento.

Tutto – come ha molto bene evidenziato Ian Kershaw nelle sue opere – deve muoversi “incontro al Führer” e, quindi, ad un certo punto non c’è nemmeno più bisogno che Berlino dia direttive su direttive per far applicare uniformemente nello Stato la volontà del capo.

La spontaneità indotta – così la potremmo chiamare con un ossimoro che rende bene quel che provarono milioni di tedeschi che non appoggiarono immediatamente il regime hitleriano – divenne la cifra del comportamento quotidiano: se non si voleva finire in un ufficio della Gestapo sotto interrogatorio per ore, torturati e gettati in carcere, si doveva vivere, lavorare, pensare e comportarsi secondo le disposizioni del partito nazista, secondo il volere di Hitler. Il “principio del Führer” non varrà più, ad un certo punto, solo all’interno dell’NSDAP, ma si estenderà all’intera nazione.

Nel clima di quotidiano terrore vissuto da molti tedeschi, non c’è spazio per il pensiero critico, per l’appunto, per la chiosa che specifica: si deve solo assimilare, non pensare. Si deve soltanto fare e non discutere. Joachim Fest indaga questi aspetti relativamente a tutti quei “nemici interni” che comunque l’hitlerismo ebbe fin da prima che diventasse forma mentis e programma politico del partito che al principio fu di Drexler.

C’è un tratto comune che accompagna le vicende della Resistenza tedesca che, oggettivamente, sarebbe meglio declinare al plurale, perché non vi fu mai veramente una unica regia delle azioni tese ad intaccare il potere del regime. Questo tratto comune è la sfortuna che tende a prevalere persino sulla disorganizzazione e che ha avuto un ruolo fondamentale nell’impedire che il nazismo fermasse la sua corsa e il suo onnivorismo antipolitico, antisociale e incivile ben prima dell’attuazione dei piani di guerra che si venivano scrivendo da prima della stessa Conferenza di Monaco.

I resistenti sono circondati, non hanno grandi margini di manovra per le loro azioni. Ma, tuttavia, una buona dose di sfortuna ne determina il fallimento e aiuta polizia, SS e Gestapo a sventarne i piani, ad individuare quasi tutti i cospiratori e a farne strage. E’ un metodo tipico del nazismo: o tutto o niente. Hitler non conosce, nella sua megalomania, mezze misure. Nessun congiurato viene risparmiato e si amplia così tanto la schiera dei sospetti da includere persino chi non ha mai preso parte a tentativi di influenzamento dell’opinione pubblica o di rovesciamento del governo.

Accade a Georg Elser, ai giovani della Rosa bianca, a Tresckow quando cerca di far esplodere l’aereo su cui il tiranno vola dal fronte orientale verso Berlino; ed accade proprio quel 20 luglio 1944 allorché Stauffenberg collocherà la bomba sotto al tavolo dove Hitler sta visionando le carte con le direttrici di avanzata dell’Armata rossa: un leggero spostamento della borsa che contiene l’esplosivo e il Führer potrà scorgere nell’essere scampato all’attentato un segno divino da comunicare al popolo la sera stessa, dopo aver incontrato un Mussolini scioccato dall’evento.

Il lavoro di Fest si legge come un romanzo di spionaggio e di guerra, come un trattato storico e una indagine veramente capillare sui personaggi, sui fatti e sui contesti che li hanno inclusi, ispirati e condotti purtroppo ad una triste fine.

Si potrebbe pensare che la Resistenza tedesca, proprio per non essere riuscita a strutturarsi, dandosi una organizzazione plurale e unitaria come quella italiana, sia stata praticamente inutile. E’ vero il contrario. Senza quelle azioni non solo non avremmo mai saputo che anche nel totalitarismo più spietato è possibile che crescano e si diffondano dissensi rilevanti ma, prima ancora, la storia avrebbe seguito un corso diverso.

I resistenti tedeschi non sono riusciti ad assassinare Hitler, ma hanno lasciato nei loro connazionali la memoria di tutto questo e hanno anticipato un giudizio sul nazismo che l’immediata attualità del dopoguerra farà suo con Norimberga. Una condanna senza se e senza ma di un regime che ha trascinato la Germania alla rovina completa.

Le speranze che alcuni nutrivano nel 1933 di poter convivere con un nazismo che abbandonasse la violenza come protesi della propria politica, furono deluse prima di subito. I segnali dell’incipiente autoritarismo saranno tutti contenuti già nelle minacciose parole del “Mein kampf” e, morto Hindenburg, cadrà qualunque pregiudiziale sulla coincidenza tra Stato tedesco e potere nazista.

Fest descrive tutto questo davvero con la precisione minuziosa dello storico che vuole farsi pienamente comprendere, soprattutto sapendo di trattare temi tutt’altro che facili e tutt’altro che fuoriusciti dalle problematiche cogenti di fare i conti continuamente con un passato che ritorna in forma di revanchismo politico con troppa frequenza e facilità ogni volta che le strutture democratiche si scontrano con i disagi sociali diffusi.

L’Europa di oggi è tutt’altro che al sicuro da rigurgiti nazionalisti e da avventure autoritarie… Esserne consapevoli forse potrà preservarci dall’alibi del “non potevamo sapere” e, quindi, dalla concretizzazione di nuove combinazioni di eventi così perfette da sfuggire alla prevenzione di disastri epocali. Leggiamo Fest con questo spirito conoscitivo, leggiamolo anche con grande passione per una storia di cui non si mai veramente abbastanza.

OBIETTIVO HITLER
LA RESISTENZA AL NAZISMO E L’ATTENTATO DEL 20 LUGLIO 1944
JOACHIM FEST
GARZANTI
€ 11,00

MARCO SFERINI

15 giugno 2022

foto: particolare della copertina del libro

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