Hitler

Le grandi opere meriterebbero sempre la possibilità di essere universalmente comprese, di poter divenire patrimonio di tutta l’umanità. Se ne dà sempre, o quasi, l’opportunità alle arti figurative: pittura,...

Le grandi opere meriterebbero sempre la possibilità di essere universalmente comprese, di poter divenire patrimonio di tutta l’umanità. Se ne dà sempre, o quasi, l’opportunità alle arti figurative: pittura, scultura, architettura, disegno, fotografia, cinema.

L’approccio diviene di massa nel momento in cui una immagine rimbalza da occhio ad occhio, da mente a mente, da conscio ad inconscio e pervade tutta una cultura popolare diffusa.

Più o meno, forse in misura leggermente minore, tutto questo avviene anche con i libri: soprattutto con quelli che sono ascrivibili alla categoria dell’epica, della mitologia, del trascorrere del tempo che non passa in, per l’appunto, altre immagini che restano nel corso dei secoli come simbologie eclatanti di intere civiltà.

Basti pensare ad Omero o a Virgilio: Ettore, Paride, Andromaca, Achille, Odisseo, Enea, Anchise, fanno parte di una cultura diffusa fin dai primi banchi di scuola e, quindi, sono il substrato di tanta altra parte della formazione che ognuno di noi ha ricevuto da quando si trovava alle elementari (dicasi anche “scuola primaria“) fino a quando è approdato ai piani di studio universitari.

Le grandi opere servono a questo: non solo per determinare il grado evolutivo di una società, il suo saper cogliere nel passato le proprie radici, ma anche nel saper discernere ciò chi era bene e ciò che era male. oprattutto i greci operavano questa auto-psicoanalisi ante litteram mediante la grande mitologia di cui sono stati i creatori: la metafora, l’antropomorfizzazione del culto religioso e, al contempo, la deificazione di una fisicità umana sgravata dai pesi che portiamo ogni giorno, tratti precisi della finitudine umana.

La grandezza di una cultura, e quindi quella di un popolo nel corso dei secoli, è valutabile nella sua produzione anche culturale, nel suo modo di attraversare l’esistenza e nel permettere agli altri di trapassarla il meno dolorosamente possibile.

Le grandi opere sono, quindi, lenitive, curative e terapeutiche non solo dell’ignoranza manifesta, ma guardano in prospettiva oltre la generazione cui si rivolgono: si proiettano al di là della ristretta e limitata linea della brevità di una singola esistenza come cifra giudicante, ma regalano lo studio approfondito ad ulteriori approfondimenti.

Una ricerca costante, incessante, inesauribile, perché i pensieri evolvono, magari anche grazie ad ulteriori scoperte storiche e, alla fine, queste sono possibili solo se si scava a fondo, se la Storia la si rende così minuziosamente particolare da poter dire di averne compreso almeno un tassello dell’enormità che rappresenta.

A questo schema interpretativo dei dodici anni di potere nazista, di grande e potente sovvertimento delle fondamenta borghesemente intese di una umanità certa del suo liberalismo, almeno fino ad allora, risponde la grandissima opera di uno dei più grandi storici britannici che abbiamo già incontrato in questa rubrica quando, nel settembre del 2021, ci siamo occupati di “Hitler e l’enigma del consenso“.

Parliamo, per l’appunto, di Ian Kershaw. Ma questa volta ci occupiamo del suo capolavoro: la monumentale biografia sul dittatore austriaco naturalizzato tedesco (“Hitler“, Bompiani 2016 (collana “Tascabili“) in due volumi che sono la quinta essenza del metodo storiografico. La ricchissima bibliografia, la circonstanziazione meticolosissima di ogni singolo riferimento, l’incrocio altrettanto puntiglioso delle fonti vecchie e nuove, fa di questa opera non una semplice trattazione anche articolata della vita di Adolf Hitler: è qualcosa di più.

E’ un’epica al contrario: non elogia e non inganna con facili disillusioni il lettore, con condanne aprioristiche. Incasella perfettamente tutto dentro gli accadimenti e sfugge alla tentazione di offrire il destro ad accuse di apriorismo, di prevenzione, di antistoricità o di presa di posizione politica. Gli epiteti stigmatizzanti contro Hitler non mancano, ma sono sempre connessi ad un racconto che è condotto attraverso la dimostrazione della correlazione tra parole di oggi e fatti di ieri.

Kershaw non regala nulla all’ipotesi, non si lascia sedurre da periodi ipotetici della realtà o dell’irrealtà. La Storia qui si fa perché la si vuole effettivamente fare e (di)mostrare come comprensibile, fin dentro i più piccoli particolari, alla più grande vastità di pubblico, di lettori e di studiosi e studenti possibile.

Come già era capitato di sottolineare, parlando dell’enigma del vastissimo consenso hitleriano presso il popolo che fu di Goethe, Federico il Grande, Bismarck e Mann, oltre che di Brecht ed Einstein, solo apparentemente Hitler è un mistero: in realtà, siamo in grado in ogni momento di ricostruire i motivi per cui il nazismo andò al potere, esercitò il controllo su decine di milioni di tedeschi convincendoli che solo il ritorno di un nuovo “impero” (“reich“), con a capo un “duce” (“Führer“) avrebbe permesso all’eterno sogno di grandezza germanico di realizzarsi compiutamente.

Kershaw, prima di ogni altra cosa, ci dimostra che tutto è spiegabile attraverso la ricostruzione cronologica e logica di tutti gli avvenimenti che, stretti in una particolare e determinante congiuntura, hanno determinato le condizioni per l’avvento del NSDAP in Germania dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, l’avvento della Repubblica e il tentativo rivoluzionario del ’19 che si opponeva al movimento völkisch.

Hitler non è frutto del caso, perché la Storia, quindi il presente che si tramuta in passato e attende sempre di guardare al futuro, non fa nulla al di fuori delle precise regole di causa ed effetto: ad ogni azione, esattamente come in chimica e fisica, corrisponde una reazione.

Se nei processi chimici e fisici possiamo scientificamente affermare di sapere cosa produrrà l’unione tra l’elemento X e l’elemento Y, nella complessità sociale, economica, politica e culturale dell’umanità ha, giocoforza, un ruolo l’estemporaneo, il non prevedibile ma, tuttavia, non può non avere un peso ancora più di rilievo ciò che è consequenziale e che, quindi, proviene da una somma di fattori ben riscontrabili e studiabili.

Kershaw mette sotto la lente delle sue riflessioni introduttive come, fin dal principio, ancora prima di diventare il nuovo condottiero del Terzo Reich, Hitler fosse stato osservato «sotto molte luci diverse, spesso in netto contrasto fra loro».

Ciò a dimostrazione che le svariate opinioni che si avevano in Germania fin dagli anni ’20 su questa specie di imbianchino perdigiorno, che aveva trovato una svolta nella sua vita con l’occasione del primo conflitto mondiale e che, proprio lì, aveva conosciuto la sua vocazione nazionalista ed antisemita, erano opinioni legittime anche quando minimizzavano la portata dei discorsi virulenti del futuro Führer.

Chi ha considerato Hitler come un innocuo giovanotto innamorato prima dell’arte e poi della potenza di un pangermanesimo dilagante, fondamentalmente coincidente con il capestro del Trattato di Versailles, è al pari e all’opposto al tempo stesso di chi lo ha demonizzato, affidandogli, senza volerlo, una sorta di investitura messianica del male. Cosa che, nei fatti, si è poi rivelata effettivamente tale, ma da un punto di vista ovviamente molto laico e per niente trascendentale.

Ian Kershaw, lungo tutta la sua opera, più volte interviene ricordandoci come «l’intera sua esistenza [di Hitler, si intende] fu assorbita dal ruolo che seppe recitare alla perfezione: il ruolo del Führer». Il potere che ebbe gli fu consegnato da elezioni democratiche e da una propensione all’obbedienza in larga parte figlia di un militarismo, di una disciplina tipici prussiani, soltanto in parte era opera dello stesso Hitler.

La Germania, un paese colto, industrializzato, capitalisticamente avanzato, piombò nel baratro del nazionalsocialismo non per disgrazia e nemmeno perché il fato ellenicamente inteso come destino ineluttabile l’aveva chiamata ad essere la protagonista di questa sciagura.

Una serie di concomitanze, già ricordate, funzionarono da grimaldello della Storia, contro la storia stessa del popolo tedesco, e unitamente a tante sottovalutazioni del pericolo che tedeschi ed europei stavano per correre, permisero ad Hitler ed al suo partito di avere sempre più ampi spazi da occupare.

La biografia scritta da Kershaw ci implora, pagina dopo pagina, di ridare alla Storia il suo ruolo e così, quindi, agli accadimenti.

Hitler non è un prodotto accidentale degli eventi. Non è una maledizione capitata per caso in seno all’umanità. E’ il prodotto di una serie di circostanze che, intersecatesi e incontratesi, hanno potuto dare luogo alla più grande tragedia disumana che la Storia ricordi in un così breve lasso di tempo: dodici anni soltanto per strutturare un regime omicidiario e criminale che, direttamente e indirettamente, costrinse il mondo a registrare tra il 1933 e il 1945 più di 60 milioni di vittime.

La lunga ricerca storiografica, sociologica e politica (nonché economica) trattata da Kershaw nel corso di trent’anni, con moltissimi altri studi sulla Germania nazista e sul periodo che va dal primo al secondo dopoguerra novecentesco, si ritrova in una biografia che si legge come un romanzo e che, quindi, anche il meno vicino studente o appassionato di Storia alle vicende del Terzo Reich può scorrere senza pensare che sia troppo complicata o difficile per lui.

Per approfondire tutto ciò che ruota attorno ad Hitler, compresa la sua cerchia di cortigiani, servitori, ministri e comandanti militari, nonché i singoli aspetti della vita europea e germanica dell’epoca, si può attingere sempre da opere dello stesso Kershaw che, tra l’altro, ha condotto studi molto interessanti sulla Resistenza tedesca al nazismo, sull’opposizione interna, tanto articolata quanto ampiamente sconosciuta nei manuali scolastici.

Leggendo l'”Hitler” dello storico britannico si potranno incontrare tutta una serie di personaggi che agli occhi del racconto possono sembrare delle comparse sulla scena ma che, invece, sono molto importanti per comprendere anzitutto i tratti caratteriali del giovane e del più maturo Adolf Hitler.

Dal padre Alois alla madre Klara, dal suo amico Kubizek alla nipote Geli. Dagli amici del partito ad Eva Braun. Sono proprio queste figure a permettere allo storico, ed anche a noi, di inquadrare la figura di Adolf e quella del Führer in un unico tragico abisso dell’umanità, impedendoci una mitizzazione negativa che farebbe di Hitler quel “mostro” estraibile dal nostro contesto di esseri umani per poterci assolvere dal senso di colpa di essere, tutto sommato, simili a lui.

Il comprensibile desiderio di farne “altro da noi” non trova, però, giustificazione alcuna sul piano storico: Hitler era un uomo e quelli che hanno “lavorato incontro al Führer” per compiacerlo e anche per compiacersene, erano parte del popolo tedesco e di una umanità che non pensava proprio di avere in sé stessa le potenzialità sadiche, ciniche e bare che il cancelliere mise in pratica una volta giunto al potere, facendo del suo paese adottivo un grande Stato del terrore, un enorme campo di concentramento, un abissale campo di sterminio.

Disumanizzare Hitler è il favore che possiamo fare ad un revisionismo storico che imperversava e imperversa ogni volta si parla dei crimini del nazismo e, quindi, sostanzialmente, del nazismo stesso. Sostenere che Hitler è stato un accidente della Storia, un caso fortuito che non si ripeterà è esattamente ciò che Ian Kershaw si propone di evitare e ci propone di evitare: comprendendo come sia stato possibile tutto questo.

Comprendendolo attraverso il lavoro di indagine da lui fatto e che, come grande opera, anche e soprattutto in questo senso, ci regala la possibilità di mettere da parte fin da subito le scorciatoie semplicistiche, le banalizzazioni e i liquidazionismi riduzionistici. Soprattutto del male. Del nostro male.

HITLER
IAN KERSHAW
BOMPIANI (ED. TASCABILI, 2016)
€ 25,00

L’edizione completa della biografia “Hitler” di Ian Kershaw si trova presso Bompiani nei due volumi: “Hitler 1889 – 1936” e “Hitler 1936 – 1945“.

MARCO SFERINI

1° marzo 2023

foto: particolare della copertina del libro

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