Le vere ragioni (“di classe”) della crisi di governo

“La comprensione delle ragioni della crisi di governo“. Potrebbe essere questo il titolo di un pamphlet di non facile lettura, perché provare a spiegare i motivi per cui il...
Matteo Renzi

La comprensione delle ragioni della crisi di governo“. Potrebbe essere questo il titolo di un pamphlet di non facile lettura, perché provare a spiegare i motivi per cui il governo Conte bis sta per concludere l’esperienza iniziata nell’estate del 2019, in piena pandemia da coronavirus e con una potenza di fuoco economica mai vista prima per affrontare proprio i disagi recati al Paese dal Covid-19, è impresa davvero ardua se ci si affida alla mera superficie e superficialità degli eventi cronachisticamente elencati dai giornali e dalle televisioni.

Bisogna ben scavare, cara vecchia talpa, ed andare in fondo al pozzo dove la melma degli interessi privati emerge tutta quanta ma si lascia intrasentire, giusto per maleodorare quel tanto da non essere direttamente percepita dalla popolazione che invece ha bisogno di spiegazioni meno articolate e, quindi, viene cullata nel mito della non spiegabilità delle ragioni della crisi.

Renzi non è impazzito ed è anche troppo elementare e cialtronesca la definizione della crisi del governo come “crisi al buio“: le tenebre esistono soltanto per chi non ha quel tanto di malizia classista che consenta di individuare le vere ragioni delle forzature innestate da Italia Viva nelle ultime settimane nell’agenda di governo. Un esecutivo che si può non approvare e che si può criticare legittimamente – come facciamo su queste pagine web fin dalla sua nascita dopo l’esperienza del governo Conte uno, quello giallo-verde – ma cui bisogna riconoscere almeno il merito di non essersi sottratto con artifizi alla dura prova della crisi pandemica.

Siamo d’accordo: l’arrivo del Covid-19 ha sorpreso e lasciato tutte e tutti interdetti, per primi scienziati e medici, per secondi il governo e le istituzioni della Repubblica e per terzi i cittadini che in parte l’hanno tentato di comprendere attraverso una selezione accurata di informazioni e che, invece, in ben altra parte l’hanno schernito, sottovalutato e pensato come un complotto internazionale.

Ma, pur avendo sorpreso tutti, il coronavirus avrebbe potuto essere un elemento deflagrante per un governo e far cadere molto tempo prima il Conte bis. Perché, dunque, solamente dagli ultimi mesi del 2020 e in questo inizio di 2021 si è scatenata l’offensiva della pattuglia di Italia Viva nella maggioranza? Cosa è cambiato? Perché Renzi accumula ora una serie di sassolini nelle scarpe ed è pronto a tirarli tutti fuori, andando sempre più indietro nei giorni, nei mesi e rimproverando al governo comportamenti che – a suo dire – il suo partito avrebbe dovuto sorbirsi, ingoiare come rospi indigesti?

La ragione dell’insofferenza renziana è apparentemente soltanto politica: per quanto si possano fare paragoni impropri – come ne ha ragionato Romano Prodi intervistato da Giovanni Floris – con la situazione creatasi nel 1998 tra Rifondazione Comunista e il Centrosinistra de “l’Ulivo“, visto che allora le ragioni per ritirare la fiducia stavano veramente in una mancata adesione del governo a politiche sociali promesse e poi scritte nel programma di “desistenza“, si può stabilire un parallelo sulla “rappresentanza degli interessi”.

Nel 1998 Rifondazione chiedeva che la manovra di bilancio includesse misure a favore dei lavoratori, che si guardasse con uno spirito collaborativo alla riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore a parità di salario e che si operasse una riforma del sistema sociale (pensioni incluse) come compensazione quanto meno per l’ondata di privatizzazioni dei grandi settori strategici dell’economia del Paese, del pesante arretramento del pubblico davanti all’avanzata dell’interesse padronale. Il famigerato “pacchetto Treu” era passato anche con i voti comunisti ed era stato un duro colpo alla presenza esterna in maggioranza per il PRC. La crisi del 1997 rientrò e si rimandarono i conti con le anime centriste e liberali del governo.

I conti non vennero mai fatti e quella sciagurata riforma del mercato del lavoro aprì praticamente le porte alle peggiori diseguaglianze nella stipula dei contratti, creando di fatto il moderno precariato che abbiamo conosciuto in questi decenni nelle forme più devastanti e neo-schiavistiche possibili.

Così, il governo Prodi entrò in crisi e cadde. Per ragioni, quindi, legate alla difesa da parte di Rifondazione Comunista del proprio mondo di riferimento: quello delle lavoratrici e dei lavoratori, quello dei moderni proletari, dell’indigenza generalizzata e dell’avanza delle nuove povertà strutturali.

Oggi, in questo 2021, anno secondo della pandemia da Covid-19, le ragioni per la caduta del governo Conte bis sono esattamente opposte: la forza che intende togliere il suo sostegno ad un governo per niente di sinistra e molto di centro (con venature populiste ben riconoscibili) è un partito che è stato individuato dai confindustriali e dai padroni come la spina nel fianco da muovere, da agitare per bene nelle carni vive di un esecutivo che ha nelle sue mani un piano di ripresa dell’Italia (il famoso “Recovery fund“) che esclude il ricorso allo strumento del MES cui, peraltro, nessun paese europeo ha per il momento attinto.

Italia Viva difende anche una posizione politica, ma soprattutto fortemente ideologica: una posizione liberista, filo-padronale in tutto e per tutto, l’esatto opposto delle ragioni per cui Rifondazione Comunista nel 1998 tolse la fiducia al governo Prodi I.

PD, Cinquestelle e LeU sono concordi nella redistribuzione delle enormi risorse provenienti dall’Unione Europea (222 miliardi di euro che salgono a 310 se si considera la programmazione del bilancio statale per il quinquennio 2021 – 2026) che si spalmano su sei piani di intervento pubblico: 20 miliardi al comparto sanitario; 68,9 miliardi ad ambiente ed ecologia; 46,18 miliardi all’ammodernamento tecnologico e digitale per pubblica amministrazione, turismo e cultura; 32 miliardi per le reti infrastrutturali di comunicazione; 28,5 miliardi per istruzione e ricerca (dove sono compresi ben 11 miliardi di sostegno alle imprese private in tal senso) e, infine, 27,6 miliardi per il lavoro, la coesione sociale e le famiglie.

Italia Viva, che pure vanta per sé stessa il lavoro che ha portato all’implementazione, ad esempio, della cifra destinata alla sanità (su pubblico e privato andrebbe aperto un capitolo a parte…), sostiene che ciò non basta, non è sufficiente e che bisogna ricorrere al MES. Un debito ulteriore sulle spalle delle generazioni a venire, di cui non vi è affatto bisogno, visto che buona parte delle cifre sciorinate poco sopra è già a debito, mentre un’altra parte è a fondo perduto.

Le ragioni vere della crisi di governo sono tutte nella suddivisione di quelle cifre che Confindustria e il padronato in generale avrebbero voluto direttamente investite, nella loro stragrande maggioranza, nell’impresa privata senza altri oneri, senza nessun costo sociale da pagare, ma ripianando la flessione dei profitti causata da una crisi pandemica che è tanto egualitaria nel diffondersi in tutti gli strati sociali, quanto diseguale nelle conseguenze che provoca.

Conseguenze che sono inversamente proporzionali alle condizioni di vita e di sopravvivenza di ciascuno: i ricchi imprenditori non fanno certo la fila per ore ai centri di sussistenza della Caritas, non ingrassano le fila dei nuovi poveri che emergono da una classe anche media (commercianti, piccoli imprenditori e tante partite IVA, pensionati, disoccupati, precari…) che discende i gradini dell’indigenza verso un pauperismo che è anche causa della pandemia ma che, a ben vedere, ha le sue radici nelle politiche liberiste di destrutturazione del sociale messe in essere nei lustri scorsi.

Ecco dove stanno le ragioni della crisi di governo: nella saldatura tra rappresentanza politica dei grandi poteri economici confindustriali e padronali con il desiderio di riemersione di un ex Presidente del Consiglio, sconfitto più volte anche a colpi di referendum (e che aveva giurato e stragiurato: «Se perdo [il referendum del 2016 sulle modifiche costituzionali inerenti il Senato della Repubblica] non mi vedrete più. Se vince il NO, finisce la mia storia politica») per ricostituire un’area di centro(destra) liberista a tal punto da sostenere con ostinazione le ragioni dei falchi padronali.

La punta dell’iceberg è poi il chiacchiericcio retorico, inverecondo sul bene che si vuole al Paese, sulla inascoltabile e patetica fermezza di valori che sarebbe propria di Italia Viva nel «rinunciare alle poltrone, altro che chiederne altre», sul richiamo quasi eroico ad una coerenza ed un etica che, anzitempo, già nel 2016 facevano dire ai renziani di essere i veri salvatori della patria nel voler stravolgere la Costituzione, abolire il Senato e fare del governo il centro decisionale delle istituzioni repubblicane.

E’ importante saper riconoscere la propaganda dalle vere ragioni della crisi politica. Non sarebbe nemmeno troppo difficile farlo se il punto di osservazione fossero le dinamiche di classe e non politici tatticismi creati per nascondere la vera posta in gioco: centinaia di miliardi contesi tra pubblico e privato.

Sulle insufficienze delle politiche governative del Conte bis grava la composizione di una alleanza eterogenea il cui asse sociale è tanto insufficiente quanto quello dell’opposto interesse padronale e finanziario: l’esecutivo scontenta un po’ tutti e non in grado di far prevalere nettamente un interesse completamente pubblico. Del resto, la lotta nella maggioranza si è spostata dalla dialettica tra forze socialdemocratiche (LeU) e forze liberali e populiste (PD e Cinquestelle) a quella tra la parte più destrorsa dello schieramento che oggi, davanti all’ipotesi di un coinvolgimento di democristiani alla UDC e di ambienti di Forza Italia, finisce per cadere nella trappola dell’irrilevanza e della trascuratezza tanto parlamentare quanto elettorale.

MARCO SFERINI

13 gennaio 2021

foto: screenshot

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