La tattica tecnica e la strategia politica di Giorgia Meloni

Punto tecnico e punto politico. Se ne prevarrà uno sull’altro, oppure se Giorgia Meloni troverà una quadra in tal senso nella composizione del prossimo governo delle destre, è un...

Punto tecnico e punto politico. Se ne prevarrà uno sull’altro, oppure se Giorgia Meloni troverà una quadra in tal senso nella composizione del prossimo governo delle destre, è un tema non secondario e per niente equidistante dalle contestualità politiche che stanno determinando una frattura a distanza tra la leader di FdI e Mario Draghi proprio in merito al cronoprogramma del PNRR.

L’eredità del portato della grande massa di denaro elargita (e investita…) dall’Europa nei confronti dell’Italia rischia di avere i connotati sempre più evidenti dell’ipoteca preventiva sul costituendo esecutivo.

Qui si smaschera, finalmente, la bugiarda presentazione del PNRR solo come una grande, benevola e maternissima cura, del tutto disinteressata, di una UE che ricerca la coesione tra gli Stati membri, sull’onda della crisi pandemica e tutta dentro la crisi bellica che, invece, sta allontanando i governi sulla base di interessi nazionali.

Le contraddizioni legate ai particolarismi, essendo l’Unione Europea un aggregato confederale economico-finanziario, un polo continentale di un capitalismo altrimenti incapace di fronteggiare la grande concorrenza globale cinese e statunitense, si fanno vive nel momento in cui i mutamenti politici si uniscono al perdurare dell’instabilità generale: il peso militare e politico della NATO non è un fattore trascurabile in tutto questo.

L’Alleanza Atlantica è sul terreno ucraino non con propri uomini ma certamente con tanti, tantissimi propri mezzi e con un finanziamento da parte americana (e non solo) della difesa ucraina dall’aggressione russa. Ai singoli Stati dell’Unione viene chiesto di adeguare i propri bilanci con un allineamento della spesa militare al 2% del PIL complessivo e questo, oggettivamente, è una pesantissima intromissione militarista e imperialista negli affari interni dei singoli paesi.

Persino il governo spagnolo di Sanchez ha strappato, come compromesso su un forte aumento della spesa sociale, ai propri alleati di Unidas Podemos, la promessa di sostenere quella percentuale di spesa pubblica sul riarmo.

Le dichiarazioni di Stoltenberg lasciano ben poco margine di manovra e sono l’eco della volontà di Washington di proseguire nel conflitto, nonostante le minacce di Putin di testare delle “armi atomiche tattiche” per iniziare a mostrare muscoli più possenti rispetto a quelli esibiti fino ad ora.

L’Italia di Giorgia Meloni, quella di un goverrno che si regge comunque su una minoranza di consensi che non si vedeva dagli anni ’60 del secolo scorso, tanto a partecipazione alla tornata elettorale quanto a raccolta di consensi per la coalizione delle destre, non potrà che essere quella di un esecutivo che seguirà i dettami tanto di Bruxelles e Francoforte quanto della NATO e degli USA.

Di tanto in tanto, la Presidente del Consiglio dei Ministri troverà utile concedere qualche soddisfazione a quella, non certo minuscola, porzione di elettorato trumpiano e sovranista che l’ha votata e che continuerà a seguirla se e solo se terrà fede ai “valori” di quel trittico su cui ha fondato parte della sua campagna elettorale e della sua ascesa in questi anni: i diritti civili saranno sacrificati sull’altare della compatibilità con le politiche europee in merito alla tenuta e alle garanzie sui diritti sociali.

Questo significa, quanto meno per il mondo del lavoro e del disagio diffuso, delle nuove povertà e dell’emarginazione crescente, che il lato reazionario meloniano ispirerà le politiche che riguarderanno i grandi temi etici e politici del singolo e della collettività, dalle differenze alle minoranze, mentre l’altro lato, quello liberista, mescolerà tecnici e fidati membri di partito nella gestione delle pratiche economiche che riguarderanno ogni aspetto della vita del Paese.

La difformità con il governo Draghi, se queste paiono essere le sfacciatissime premesse dell’esecutivo di Meloni, veramente si assottigliano di ora in ora, di giorno in giorno mentre si avvicina la data di convocazione del Parlamento e di avvio del percorso istituzionale di adeguamento al voto popolare.

La scaramuccia sul PNRR, perciò, sembra più che altro un gioco tattico e propagandistico della leader di Fratelli d’Italia: un mettere le mani avanti, un vittimistico piagnisteo per convincere preventivamente il proprio fresco grande elettorato della impossibilità da parte del governo di mutare le carte in tavola.

Siccome nessuno vuole passare per il peggioratore (o peggior attore, se volete…) nella fase autunnale di una certificazione dell’aumento dei costi primari di sussistenza, delle anche più elementari e necessarie spese quotidiane, il battibecco tra Meloni e Draghi è utile alla bisogna. Ognuno può così rivendicare di aver servito da un lato, e di voler servire dall’altro, una Italia che pare precipitare nell’ulteriore immiserimento di altrettanti milioni di persone senza che nessuno se ne assuma apertamente la responsabilit.

Ora, non fosse altro perché al governo – seppure per “ordinaria amministrazione” – c’è ancora l’ex banchiere centrale europeo, verrebbe da dire che Meloni tutti i torti non li ha quando afferma che erediterà una situazione non facile. Ma, gli alibi si fermano qui, ad uno stop perentorio.

Perché saranno proprio le prime decisioni che il suo esecutivo prenderà sulla legge di bilancio e su eventuali scostamenti in merito, a far capire – si spera – agli elettori della fiamma tricolore che cambierà qualcosa soltanto per i benestanti, per coloro che – in perfetta sintonia col dettato liberista – sono i motori della “modernità” e, quindi, i soli “produttori della ricchezza nazionale“.

Al mondo del lavoro il governo di Giorgia Meloni non potrà riconsocere il diritto di ridurre l’orario a parità di salario, di far pagare molte più tasse a chi è ricchissimo e quasi niente per chi davvero non ha niente da dare.

E ancora, non potrà riconoscere diritti sociali che derivano da diritti civili e viceversa: sostegni alle famiglie che non siano quelle del trittico conservatore “dio, patria e famiglia” sì, ma tradizionale; oppure sgravi fiscali per tutte quelle partite IVA che sono più che altro lavoratori in proprio, privi di una vera e propria azienda e che, nonostante questo, pagano spesso più tasse delle piccole e medie imprese.

Il dualismo tra conservatorismo liberista e reazionarismo trumpiano anticivile non potrà non essere l’asse di equilibrio su cui Meloni tenterà di far vivere e sopravvivere il suo governo che dovrà barcamenarsi tra le tensioni interne alla coalizione, le inevitabili contraddizioni che nasceranno in seno ai gruppi parlamentari e tutte le occasioni di cui, giustamente, dovrà approfittare l’opposizione per impedire alla leader di Fratelli d’Italia di devastare questo Paese e portarlo sempre più vicino al privato e sempre meno aderente ad una espansione dei diritti civili.

Rischio doppio quindi, soprattutto se l’Europa dovesse fidarsi quasi incondizionatamente dell’abile gioco meloniano di tenuta del potere.

A differenza di Salvini (ed anche di Berlusconi), nonostante il momento in cui ottiene le redini del governo italiano sia estremamente complicato e pericolosamente scivoloso sul piano dell’insuccesso veloce e, quindi, facile allo scontro col proprio popolo di rifermento, Giorgia Meloni sta imparando ad adattare il suo lato nazionalista con quello del compromesso istituzionale tanto interno quanto, soprattutto, estero.

Questa capacità di resilienza può essere il fulcro attorno al quale far ruotare una condivisione di interessi anche molto differenti tra loro ma, indubbiamente, che non contempleranno mai la difesa del lavoro, del pubblico come espressione dell’intesse sociale e dei diritti civili. Forma e sostanza lotteranno fra loro per garantire a Meloni di essere lei quella sintesi politica, organizzativa, programmatica e, quindi, di garanzia della stabilità economica (padronale e imprenditoriale).

Quale sarà il tipo di dialogo che avrà con i sindacati? E con le associazioni di categoria? E con quelle sociali, culturali e politiche che si ispirano ad una Costituzione repubblicana antifascista e fortemente democratica? La risposta è affidata al tempo, ma non è difficile prevedere che, sulla base dell’andamento delle politiche economiche, la risposta meloniana al mondo dei diritti sociali e civili sarà adeguata: più complicata sarà la tenuta del liberismo dominante, più sacrifici verranno chiesti alle classi più deboli e disagiate.

A cominciare dall’abolizione del reddito di cittadinanza… La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni? Qui non vi sono nemmeno quelle al prossimo orizzonte del governo di estrema destra che una minoranza maggioritaria degli italiani ha voluto.

MARCO SFERINI

6 ottobre 2022

Foto di Gianni Crestani da Pixabay

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