La supersonica velocità economica delle “riaperture”

A certe osservazioni serve, a volte, una un po’ lunga premessa. Eccola. Errico Malatesta, esponente di spicco dell’anarchismo italiano a cavallo tra la fine del secolo XIX e del...
Matteo Salvini e Roberto Speranza

A certe osservazioni serve, a volte, una un po’ lunga premessa. Eccola. Errico Malatesta, esponente di spicco dell’anarchismo italiano a cavallo tra la fine del secolo XIX e del Novecento, si era voluto cimentare con grande acume, tra una riduzione ragionata e popolare de “Il Capitale” di Marx e una stesura de “Il programma anarchico“, nel definire più compiutamente il concetto stesso di “anarchia“, così tante volte volutamente distorto e negativizzato da una propaganda borghese che mostrava i libertari come dei disperati assassini, degli inveterati bombaroli, dediti solo all’omicidio e alla rapina (un po’ alla banda Bonnot in salsa francese), alla destrezza di coltello e di pugnale, mescolando un mazziniano come Felice Orsini ad un giovane fornaio anarchico di cui qualcuno canta ancora le ballate: Sante Caserio.

Errico Malatesta, parlando dell’anarchia, ne riportava anzitutto l’etimologia, la sua derivazione dalla lingua greca: «Significa propriamente ‘senza governo’: stato di un popolo che si regge senza autorità costituite, senza governo». Proprio anzitempo, prima che il movimento anarchico, comunista e libertario prendesse piede e si formasse internazionalmente un po’ in tutti i continenti, l’anarchia era sinonimo di “disordine“, “confusione“, poiché le si contrapponeva la quinta essenza dell’ordine, ossia il governo, il potere dello Stato, l’organizzazione di una serie di istituzioni demandate a garantire la vita di tutte e di tutti secondo una morale e una direzione socio-economica dettata ovviamente dalla classe dominante, che possedeva i mezzi di produzione e quindi anche il diritto di dettare i comportamenti individuali e collettivi, stabilendo ciò che era bene e giusto per continuare a far funzionare il sistema e, di contro, ciò che invece era sconveniente e dannoso per quel sistema stesso: per il capitalismo, insomma.

Se all’inizio, qualcuno poteva anche in buona fede scambiare l’anarchia per quanto di più terrificante e dannoso potesse capitare ad un popolo, col trascorrere del tempo, almeno per chi si interessava un po’ alla crescita di una coscienza critica personale, appariva chiara la mistificazione che contraddiceva tutto il percorso storico del termine: dalle origini elleniche fino ai giorni della presunta modernità novecentesca.

Le regole, dunque, dall’inizio della società sviluppata in classi distinte e contrapposte per interessi, sono state declinate come essenziali e necessarie per gestire la vita degli esseri umani e le loro relazioni. Ed è indubbio che anche in una futura auspicabile società anarchica, senza più capitalismo, sfruttamento, profitti, classi sociali e poteri costituiti di ogni tipo, dovrebbero esistere quanto meno delle consuetudini che tutelino l’interesse collettivo, che proteggano i più deboli, i fragili, coloro che possono essere oggetto di soprusi, di ingiustizie e di sopraffazioni.

Ma regole e potere non sono esattamente la stessa cosa, come vorrebbe farci credere ancora oggi la morale che discende dal liberismo globale e dalle tante sue declinazioni continentali e nazionali. (E qui la premessa è terminata).

Se ne ha un esempio lampante proprio in questi giorni, anzi in queste ore, appena dopo la conferenza stampa di Mario Draghi e Roberto Speranza sulla strategia delle aperture, sulla “ripartenze” che – secondo il Presidente del Consiglio – sarebbero state valutate con un «rischio ragionato» sulla base tanto dei dati scientifici che riguardano la decrescita dei contagi (nonostante le terapie intensive siano ancora stracolme – ipse dixit, il dottor Rezza, direttore generale della prevenzione sanitaria del Ministero della Salute e membro autorevole del Comitato tecnico scientifico) e sulla spinta propulsiva di una ristabilimento della gerarchia degli interessi che mette al primo punto dell’agenda di governo l’economia con tutti gli affari annessi e connessi e le subordina la salute pubblica.

Draghi sostiene di aver trovato un consenso unanime in seno al governo e di aver proposto comunque una via di compromesso tra l’ala cosiddetta “rigorista” (Speranza, Franceschini, Boccia e Patuanelli) e quella “aperturista” (Giorgetti, Gelmini, Bonetti): i giornali nazionali plaudono trasversalmente. Quelli di destra per la vittoria salviniana sulle velocissime riaperture, a partire già dal 26 aprile; quelli di centrosinistra e filo-draghiani per il contenimento di certi impeti salviniani che – a detta loro – sarebbero stati bloccati. Tutti contenti, dunque. «Mi fido del Presidente del Consiglio», si affretta a dichiarare Boccia e nessuno critica quel potere della grande e media impresa che «è rappresentato dalla Lega» (glossa Giorgetti). Che vince questa partita, lo voglia o no ammettere il PD. La vince insieme a Forza Italia ed Italia Viva: è la linea del potere dell’economia di mercato sulle regole, il primato del mercato.

Potere e regole sarebbero sincretici: ma quali regole possono sposarsi appieno con il potere? Solamente quelle che lo assecondano e che si piegano alle necessità amorali di un sistema economico che non conosce ragione, che per l’appunto s-ragiona e fa spallucce alle rimostranze degli scienziati, considerati ormai dei menagrami, degli uccellacci del malaugurio, dei negativisti. Largo invece ai negazionisti da un lato e agli aperturisti a tutti i costi dall’altro: per entrambe queste categorie è sempre troppo poco ciò che il governo ha stabilito, ma infrange quella prudenzialità che era molto “anarchica” (ossia dettata dal buon senso, dalla ragione scientifica e dalla valutazione dei dati ancora allarmanti sulla circolazione del virus), proprio perché sfuggiva al potere economico e ne intaccava la pretenziosità: quella di rimettere al primo posto, senza se e senza ma, le esigenze del profitto per le grandi imprese per le quali, oltre tutto, si prevede il corposo scostamento di bilancio di ben 40 miliardi di euro. Tutto a debito.

Un debito “buono“, che Draghi ritiene sostenibile all’interno di una nuova autoregolamentazione europea in termini bancari ed economici: «Tutto è cambiato», decreta il Presidente del Consiglio. L’Unione Europea ora si sarebbe accorta di non poter tornare alle regole di prima che, tradotto, vuol dire ai tassi di interesse richiesti sui prestiti pre-pandemia. Addirittura, afferma il superbanchiere, alcuni di questi hanno segno negativo e quindi non c’è da preoccuparsi se il debito pubblico segna un 160% rispetto alla ricchezza nazionale. Saremmo sulla soglia del disastro dai contorni foschi della Grecia ai tempi della Troika, sul baratro del fallimento statale, se non fosse che la pandemia ha mutato gli scenari. Per ora…

E’ evidente che un calendario delle riaperture andava e va pensato. Ma soltanto una settimana l’Italia era dipinta di rosso e arancione e ora tutti gli indici parlano di una diminuzione: dell’RT nazionale, della crescita dei contagi, dei tamponi fatti… Ogni dato viene utilizzato alla bisogna, adeguato resilientemente al tempo che deve essere creato e gestito: la comunicazione è importante. Le vaccinazioni lo sarebbero altrettanto. La campagna è piena di falle, di lacune, di fermate e di riprese e, soprattutto, non è ancora uniforme su tutto il territorio nazionale.

Ad oggi, sabato 17 aprile 2021, i vaccinati con due dosi, quindi i “protetti” dal virus in tutta Italia, su una popolazione di 60 milioni di abitanti sono: 4.332.143. Appena il 7,6% della popolazione (dati reperibili quotidianamente sul sito del Governo italiano: governo.it. Una interessante analisi più particolareggiata fatta dal quotidiano dei padroni (che potete scorrere qui: www.ilsole24ore.com) evidenzia come appena la metà della popolazione ultranovantenne abbia ricevuto il vaccino completo. Mentre la percentuale scende al 42% se si parla degli ultraottantenni. E questi dati dovrebbero rassicurarci sia sulla campagna vaccinale “spedita“, declamata tanto da Draghi quanto da Speranza, e farci accettare il “rischio ragionato” che il governo mette avanti come excusatio non petita?

Il potere è al centro di questa partita. Il potere che per definizione non è anarchico. E siccome l’anarchia è interesse pubblico e collettivo nel rispetto delle differenze e delle esigenze individuali, ne consegue che il potere è l’esatto opposto: è interesse individuale nel non rispetto delle esigenze collettive e pubbliche, di un intero popolo. La battaglia tra le forze politiche che costituiscono il carrozzone della maggioranza di “unità nazionale” si è giocata sul terreno più scottante: quello della rappresentanza del malcontento delle categorie imprenditoriali, soprattutto quelle medie. Ristoratori, bar, esercizi commerciali e piccole industrie locali a trazione familiare vivono una stagione indubbiamente di grande sofferenza. Ma questa non è certamente peggiore di quella di milioni di italiani che stanno scivolando verso una povertà endemica, strutturale e che non hanno avuto e non avranno mai alcun sostegno dal governo, poiché non sono “categorie“, ma solo famiglie legate ad un reddito salariato.

Quando sarà tolto il blocco dei licenziamenti, oltre ad un probabile ritorno di una ondata pandemica di riflusso a causa di queste riaperture troppo veloci, rispettose solo dei diktat economici, avremo a che fare con due tragedie che si interscambieranno e riverseranno sul Paese una crisi veramente epocale: quante centinaia di migliaia di disoccupati si aggiungeranno a quelli che hanno già ingrossato le fila dell’esercito degli espulsi dal mondo del lavoro nell’ultimo anno e mezzo?

Sono domande a cui le regole potrebbero rispondere un poco. Ma le regole vere, quelle sociali, sono troppo anarchiche per il potere. Lo sappiamo. E se qualcuno non lo sapeva, ebbene ora ha tutto il tempo di sperimentarlo: dal 26 aprile in poi, con le velocissime riaperture cui plaudono fino a sperticarsi le mani i leghisti e le destre sul fronte politico, i commercianti su quello economico. I padroni stanno a guardare: per loro sono sempre pronti 40 miliardi di debito pubblico. Ma, mi raccomando, da gestire bene…

MARCO SFERINI

17 aprile 2021

foto: elaborazione redazionale di screenshot

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