La nuova corte di Versailles e l’imminente economia di guerra

Nello specifico, essere in una “economia di guerra” vuol dire adattare tutti i parametri della propria vita ad un regime straordinario in cui l’esistenza di tutti e di ogni...
Versailles, Mario Draghi ed Emmanuel Macron

Nello specifico, essere in una “economia di guerra” vuol dire adattare tutti i parametri della propria vita ad un regime straordinario in cui l’esistenza di tutti e di ogni settore produttivo è finalizzata al contenimento delle ripercussioni che la guerra stessa ha su un Paese. Vuol dire contingentare gli approvvigionamenti, vedere aumentare l’inflazione vertiginosamente con rincari da urlo per quanto riguarda le materie prime, i beni di primissima necessità, ciò che, in sostanza, ci è essenziale ogni giorno per tirare a campare.

A questo punto, tenta di rassicurarci Mario Draghi, non siamo ancora giunti, nonostante il conflitto in Ucraina si stia espandendo verso ovest e lambendo i confini dei paesi dell’Unione Europea. Ma in un mondo globalizzato gli effetti della guerra prima o poi arrivano.

Non soltanto quelli che le sanzioni comminate alla Russia ci rimanderanno indietro come boomerang, ma pure quelli che si verranno a creare nella ristrutturazione dell’economia stessa: se prima guardavamo ad est per il gas con cui scaldarci e fare elettricità, per il grano con cui fare il pane e per l’olio con cui friggere le patatine da sgranocchiare sul divano davanti ad un bel film, adesso toccherà rivolgersi di più all’Algeria (e magari anche agli USA) per fare una doccia calda, al Canada per continuare ad avere la consueta produzione di prodotti dell’arte bianca e ad altri paesi non ancora ben individuati per piluccare montagne di croccanti stuzzichini.

Se gli effetti di un progressivo ingresso in una economia di guerra fossero soltanto questi, benché imponenti se sommati oltretutto all'”economia pandemica” e a quella che deve fare i conti con i capovolgimenti climatici, si potrebbe ancora ragionare sull’opportunità dello scostamento di bilancio che un po’ tutti vogliono nella maggioranza.

Ma, se si spulciano un po’ più da vicino le cifre sciorinate dal Presidente del Consiglio, ci si accorge che la discussione tra i 27 della UE tenutasi a Versailles (davvero una grande intuizione quella di tenere nel luogo simbolo di più conflitti europei e mondiali una conferenza che discute anche della guerra ucraina…) ha trattato certamente di una rimodulazione continentale dell’economia, di una considerazione di un adeguamento delle risorse su scala transnazionale, ma in particolare l’accento è stato posto sull’aumento delle spese militari e sull’accelerazione per la riorganizzazione delle forze armate di ogni paese a sostegno della NATO.

Attualmente l’Italia spende circa 26 miliardi di euro all’anno per il proprio esercito, la propria marina e la propria aviazione: una spesa che tiene conto di quello che riguarda questo comparto posto – almeno secondo la Costituzione – a difesa della nazione e non ad offesa di altri popoli. Rispetto al 2021 – ci dicono i dati ufficiali del governo – nonostante la crisi pandemica e la necessità di aumentare la spesa sanitaria, vi è invece stato un incremento in logistica e armamenti pari ad 1,35 miliardi di euro. Una politica, questa del rimpinguamento delle bellicose casse, approvata un po’ da tutte le forze politiche, tranne i soliti, testardi pacifisti della sinistra a sinistra del nuovo centrosinistra giallo-rosa.

L’incontro dei 27 a Versailles ha tracciato come linea di condotta comune un ulteriore aumento di questi comparti economici, considerandoli prioritari vista la minaccia russa ai confini del territorio della NATO.

La cosiddetta “difesa comune” non è, infatti, rappresentata dal tanto citato, auspicato e declamato “esercito europeo“, ma sempre e soltanto dall’Alleanza atlantica. In fondo, esercito continentale o no, la NATO non andrebbe ad occupare un posto come residuato bellico della Storia, ma resterebbe sempre di stretta attualità, come deterrente difensivo rispetto alle minacce che potrebbero venire nei confronti del mondo occidentali dai nemici delle democrazie liberal-liberiste.

Quindi, se anche all’Italia toccherà fare la sua parte, la vera “economia di guerra” la si potrà tastare con mano prima di tutto con la spesa militare che passerà dagli attuali 70 milioni euro al giorno ad una cifra che si potrebbe aggirare sui 110-120 milioni. Giusto, giusto un “piccolo” aumento in una fase in cui lo stato-sociale è sempre meno “stato” quasi per niente “sociale“, dove la recrudescenza del Covid-19 non è affatto archiviata e dove non si punta in alcun modo a diminuire il divario sociale tra le classi ma ad aumentarlo con i fondi del PNRR destinati quasi esclusivamente all’imprenditoria claudicante.

 A soffermarsi poi sugli effetti diretti che l’economia di guerra avrà nel quotidiano di ognuno di noi, c’è da essere davvero poco fiduciosi nella tenuta sociale del Paese, nella resistenza all’impatto che tutto questo avrà nei prossimi mesi sulle nostre tasche, sul nostro morale, sulla coesione di una comunità messa a dura prova con la frattura creata dai fronti pro/contro mascherine, pro/contro vaccino, pro/contro Green pass.

Invece che investire su una tassazione dei grandi profitti fatti in tempo di pandemia da determinati settori produttivi e ora in quello della produzione di armi, oppure mettere in discussione le aliquote dell’IVA su tanti prodotti e beni di vera prima necessità, nonché su quelle materie prime che ci servono per sopravvivere, per spostarci, Draghi e i 26 restanti capi di governo della UE fanno dell’enorme investimento sulle spese militari l’asse portante, il fulcro su cui poggia il resto della futuribilissima economia di guerra per ora soltanto paventata come eventuale conseguenza del protrarsi del conflitto.

Accanto ad un impoverimento sociale marcerà, nel vero senso della parola, una controcultura incivile che fingerà di ispirarsi ai valori costituzionali, così come è già avvenuto in passato per guerre in cui abbiamo partecipato sostenendo che erano interventi di tutela di popolazioni vessate da autoritarismi che necessitavano di un interesse particolare da parte dell’Occidente per non squilibrare il fronte democratico che pretende di rappresentare. Non di meno, pochi giorni fa, il Parlamento ha approvato il decreto del governo sull’invio di armi all’Ucraina, zigzagando tra il consentito, il lecito e il non proibito dalla Carta del 1948, ricevendo l’approvazione di esimi costituzionalisti.

Accanto all’economia di guerra, prospettata come la “quasi certezza” che ci attende nei prossimi mesi, si strutturerà un regime del costo della vita che punterà tutte le sue armi sul contributo diffuso, sull’aumento delle imposte indirette piuttosto che sulla sua compressione: accise sui carburanti, IVA e altre tassazioni indifferenziate colpiranno la già povera composizione dei salari e delle pensioni.

La pace propriamente detta è l’auspicio comune, ma non può mai veramente venire se si punta a fondarla su un ampliamento delle diseguaglianze, su un futuro di incertezza sociale, su un costo da far pagare sempre e soltanto alla grande massa degli indigenti, dei precari e dei lavoratori che a mala pena sopravvivono pur non dovendo stare attenti agli allarmi aerei, alle bombe che scoppiano, alle pallottole che fischiano nell’aria. Almeno non ancora…

MARCO SFERINI

12 marzo 2022

foto: screenshot

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