XI: “Dacci oggi il nostro capro espiatorio quotidiano”

Un tempo si diceva che il livello culturale ed anche politico di un Paese lo si constatava da come erano in ordine le sue carceri. Ho sempre pensato fosse...
Silvia Romano appena rientrata in Italia

Un tempo si diceva che il livello culturale ed anche politico di un Paese lo si constatava da come erano in ordine le sue carceri. Ho sempre pensato fosse una grande sciocchezza, perché i penitenziari sono una protesi del potere costituito e rappresentano una delle tante parti che fanno il gioco sporco anche per conto di Stati che si presentano “rispettabili“, degni di essere ricevuti nelle grandi assemblee internazionali con i migliori onori. Ogni istituzione che reprime, per sua intrinseca natura, non dirige mai le sue azioni verso la rispettabilità delle regole, ma le scavalca, le deprime, le rende carta straccia, perché – si voglia o no – le regole sono lacci, legamenti ad una sorta di diritto che va rispettato e che classifica, quanto meno, le democrazie “liberali” come tali.

Già, un tempo si diceva proprio così: guarda le carceri di quel Paese e ne conoscerai il livello di civiltà. Domando: guardando Guantanamo possiamo giudicare la democrazia americana e definirla comunque una democrazia? Guardando le sevizie perpetrate dai militari di mezzo mondo, nel corso delle missioni che “portano la libertà” con l’ausilio delle guerre, nei confronti delle popolazioni locali, possiamo dire che viviamo in regimi liberali?

Le mine anti-uomo, i gas usati nelle Guerre del Golfo, ogni sorta di armamento chimico lanciato con questo o quel drone, con missili dalle portaerei o da sottomarini nucleari, sono indice di civiltà? Se lo sono, preferisco la banalità del dirmi estraneo a questo tipo di evoluzione, di costruzione della democrazia liberale nel sistema capitalistico.

Ma, tuttavia, pare che, nonostante le sistematiche torture, il terrorismo fomentato e finanziato per far scoppiare qua e là conflitti da risolvere nello scacchiere internazionale del Risiko planetario alla conquista dei grandi giacimenti di petrolio, degli itinerari preferibili per gasdotti e oleodotti, nella partita imperialista per il dominio economico su vaste aree del pianeta, ebbene nonostante tutto ciò pare che tutte queste nazioni possano ancora essere definite “democratiche“. Al massimo un po’ oligarchiche, ma non sia mai che vi venga in mente di classificarle come dittature o nemiche della libertà.

Rispettano tutte quante le loro costituzioni che si fondano sui sacri principi del moderno liberalismo e che, proprio nel nome della libertà di impresa (individuale), hanno schiacciato ogni tentativo di socializzazione delle produzioni, di emancipazione sociale di un proletariato novecentesco che ha provato a prendere in mano le redini del proprio futuro.

Del resto, se per sembrare più cattivi basta poca cattiveria in più rispetto agli Stati costituiti e rappresentati all’ONU, per essere bravi basta soltanto sembrare meno cattivi degli altri, sempre in punta di diritto: il diritto quasi divino ad essere una nazione e a gestire, mediante questa investitura che un tempo era privilegio e prerogativa dei sovrani assoluti, la sorte tanto della propria popolazione quanto di quella degli altri paesi che disgraziatamente possono trovarsi sul cammino fulgido dell’espansione economica (quindi imperialista) di queste nazioni.

E in queste nazioni il livello di civiltà si lega profondamente al fenomeno religioso non solo come emanazione del potere stesso, ma come coltivazione del consenso dal basso: sui dollari statunitesi, del resto, come sugli stendardi di tanti corpi di armata di ogni paese anglosassone, da secoli campeggia la scritta “In God We Trust“. “Noi confidiamo in Dio“. Quel dio che starebbe dalla parte della giustizia per antonomasia, quindi dalla parte dei giusti e quindi dalla parte delle nazioni che sono le costruttrici della armonia universale di una civiltà che ha un fondamento così non soltanto laico, nel senso più strettamente politico e sociale del termine, ma anche trascendente.

Trascende infatti ogni diritto civile e sociale a riconoscersi in minoranze che vengono trattate come fenomeni sfuggiti alla coerenza nazionale, alla morale pubblica, al buon caro borghese “senso comune“, al tremendo ricorso alla giustificazione onnicomprensiva dell'”opinione pubblica” come elemento fondante di una verità assoluta cui non si sfugge se non dando scandalo: tanto ribellandosi a militarismi d’ogni sorta quanto facendo lo stesso nei confronti di religioni, obbedienze cieche e irrinunciabili, discipline, onori e quanto di altro può offrire il patriottismo moderno declinato nel liberismo feroce di un potere economico che domina ogni potere politico.

La radiografia dell’immaginario collettivo che veniva fuori dall’adesione di una vasta parte della popolazione italiana a questi sentimenti di onore, di patria cultura, di adesione ai princìpi fondamentali non tanto della Costituzione repubblicana quanto della cosiddetta “Civiltà occidentale“, frutto di un esasperato ricorso ad un tradizionalismo autoctono, arte privilegiata della destra d’antan, era già sufficientemente desolante prima che facessero la loro comparsa gli internettiani metodi di anti-socializzazione, i megafoni di giudizio permanente, di tribunali improvvisati sui “social network“.

Adesso le sembianze del ritratto dell'”opinione pubblica” sono passate dalla raffigurazione della desolazione dei pensieri alla dimostrazione che, anche dalla superficialità e dall’approssimazione, dalla semplice e mera osservazione dell’emerso e dall’evitamento dell’indagine sul sommerso (anche per quanto riguarda la condizione lavorativa!) può nascere una sorta di nuova cultura, in antitesi alla verifica dei fatti. Il tutto basandosi sull’amplificazione del pregiudizio mediante un giornalismo che nega sé stesso mentre fa titoli che sono opinioni e non descrizioni di fatti, che sono insulti velati con doppi e tripli sensi, così da potersi appellare non a questo o a quell’emendamento della Costituzione americana ma, visto che siamo in Italia, al grande innamoramento popolare per l’opinione a tutto tondo, senza soluzione di continuità.

L'”opinione unica“, la potremmo definire: al pari del “pensiero unico“, mostra e dimostra che è inutile attorcigliarsi nello studio dei fenomeni antropologico-sociologici per comprendere i comportamenti delle masse, degli Stati e dei singoli cittadini: è più semplice esteriorizzare ogni cosa, privarla del suo collegamento con il resto degli accadimenti, isolare il fatto, la persona che lo rappresenta e farne in quel preciso istante il capro espiatorio su cui riversare quei tanti minuti di bavoso odio che nasconde i peggiori ancestrali retaggi di una umanità che bisogno del “nemico” per poter mediocremente sopravvivere a sé stessa.

In questo contesto si inserisce l’ennesima recrudescenza di vera e propria ferocia mediatica fatta di tante piccole identità represse, frustrate e prive di una cultura sociale, di una coscienza critica, di una visione quindi ragionata delle cause dei fenomeni che siamo costretti a vivere, immersi nell’angoscia per la chiusura totale e le parziali riaperture dovute al Covid-19, calati sempre maggiormente – e altrettanto inconsapevolmente – nel declino morale, materiale e (in)civile di una società dove la rivendicazione dei diritti dei più deboli è schiacciata dalla prepotenza delle nuove voci padronali che riportano le associazioni di categoria dei padroni indietro di decenni rispetto alla (sempre) apparente modernizzazione in stile (almeno in quello…) che parevano aver assunto negli ultimi decenni.

I risultati sono sempre gli stessi: per gestire le fasi occorre spostare l’attenzione delle grandi masse degli sfruttati su fenomeni di costume, su invenzioni di miti di nemici, su presunte invasioni del nostro territorio, ma tutto con il garbo misurato di chi sa anche esercitarsi in una dialettica che lo renda, nonostante tutta la virulenza linguistica che si può adoperare, sempre e comunque accreditabile ai vertici delle istituzioni, degno di correre per la tanto agognata Presidenza del Consiglio dei Ministri fino ad ora mancata per qualche soffio.

Al momento i padroni non sono ancora in grado di staccare la spina al governo Conte bis. L’emergenza sanitaria qualcuno la deve pur gestire e fare un salto nel vuoto sarebbe pericoloso per quei profitti che hanno già visto un ridimensionamento in questi due mesi ultimi.

Ma al momento opportuno, se le forze liberali e liberiste attualmente nell’esecutivo non sapranno formulare un nuovo patto associativo che dia speranze alla nuova Confindustria e alle altre associazioni di categoria del mondo imprenditoriale (visto che nessuna garanzia sociale degna di nota ci si può attendere da governi formati da PD, Cinquestelle e Italia Viva), la sostituzione verrà di conseguenza. La sapranno trovare. Mentre il moderno proletariato fatto di precari, disoccupati, lavoratori e lavoratrici dell’industria e del terzo settore, di partite IVA e di nuovi schiavi in bicicletta si ritroverà ancora una volta senza un punto di riferimento tanto sindacale quanto politico.

Non basterà battere il Coronavirus per creare una nuova società, ispirata dalla pedanteria pubblicitaria del “ripartiamo insieme“, “amiamo l’Italia“: una retorica insopportabile che al momento però fa da canto (e controcanto) a tutto l’odio per chi torna dall’Africa con addosso l'”jilbab“, tipico indumento indossato dalle donne somale e da quelle kenyote al confine con la ex colonia italiana.

Tanti tricolori alle finestre, tanta solidarietà mostrata con le parole di Charlie Chaplin in televisione per reclamizzare questo o quel prodotto in una prospettiva di rinascita mondiale dell’umanesimo e poi, appena un aereo atterra a Roma, appena una ragazza che è andata nel continente nero per aiutare dei bambini orfani, la grande Civiltà occidentale cristiana si trasforma in quella delle Crociate, nella nuova crociata: la difesa della tradizione pseudo-culturale bimillenaria che dalla caduta della Roma imperiale ha dominato la scena europea da un lato con la produzione di una grande cultura e dall’altro con la generazione di conflitti che sono propri di ogni religione, di ogni fondamentalismo, di ogni assolutismo.

Infine c’è un fatto che rientra nel medievalismo dei commenti su Facebook contro Silvia, in tutti gli insulti e in tutte le minacce che ha ricevuto: è una donna. E non è affatto vero che il maschilismo sia soltanto prerogativa degli uomini. Lo rimane fino a che non assume i connotati da un lato di una invidia per la libertà di espressione femminile che non si possiede, che si vorrebbe poter conquistare ma che viene autorepressa in nome dell’integerrimo adeguamento ai valori in cui si è stati – per così dire – “educati“; dall’altro la ferocia femminile contro una donna è propria di una umanità che è abituata dai primordi a confrontarsi non con le diversità ma solo con ciò che sa riconoscere e quindi, attraverso l’esperienza acquisita, sa comprendere come non prevaricante le certezze su cui sono state costruite tutte le paure che vi si celano dietro.

Per quanto riguarda gli uomini il discorso sembrerebbe più facile da affrontare, ma non è così. Quando entrano in campo sentimenti così dirimenti e agli antipodi come amore e odio, empatia e antipatia, vicinanza e lontananza, comunanza e contrasto, è proprio l’evoluzione sociale che deve essere messa in discussione e non la particolarità umana riferita al genere.

E questo, si sa, lo si può fare solamente se progredisce una coscienza critica, anticapitalista, che metta in forse tutte le nostre ambiziose sicurezze di vivere nel “migliore dei mondi possibili“, eterno, imperituro, ultima conquista, definitiva della brevissima esistenza umana su questa terra.

Bentornata Silvia. Ed è già questa frase una rivoluzione in sé, per gli altri, per noi stessi, per te.

MARCO SFERINI

12 maggio 2020

foto: screenshot

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