Una prospettiva “naturale” per il comunismo

Friedrich Engels, Rosa Luxemburg ed Antonio Gramsci hanno provato, in diverse fasi temporali di evoluzione del movimento comunista, ad inserire ragioni nella lotta anticapitalista che poggiassero su uno sviluppo...

Friedrich Engels, Rosa Luxemburg ed Antonio Gramsci hanno provato, in diverse fasi temporali di evoluzione del movimento comunista, ad inserire ragioni nella lotta anticapitalista che poggiassero su uno sviluppo veramente globale e non soltanto “umano” ma animale e naturale.

Scrive Engels ne “La dialettica della natura” del 1876:  «L’animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza».

In una breve frase, forse senza rendersene pienamente conto, Engels sintetizza quello che oggi a molti pare un abominio perché mette in discussione il rapporto di asservimento della natura, quindi di tutti gli esseri viventi e senzienti che non siamo noi, agli umani stessi. Si chiama critica antispecista, perché riconosce l’uguaglianza tra le specie nella loro più assoluta biodiversità che è – lo riconoscono ormai tutti gli scienziati – la grande ricchezza del nostro pianeta.

Gramsci, facendo riferimento proprio ad Engels, scrive a riguardo dell'”oggettività del mondo esterno” nei “Quaderni del carcere“, Quaderno 11 (XVIII) – § (34): «L’esperienza scientifica è la prima cellula del nuovo metodo di produzione, della nuova forma di unione attiva tra l’uomo e la natura. Lo scienziato-sperimentatore è [anche] un operaio, non un puro pensatore e il suo pensiero è continuamente controllato dalla pratica e viceversa, finché si forma l’unità perfetta di teoria e pratica».

Il capitalismo moderno trascina con sé lo sviluppo della scienza che, infatti, dalla data convenzionale di inizio (1760) a quella di passaggio verso un nuovo salto dinamico (1840) velocizza ogni lavoro, accresce esponenzialmente la produzione e lo fa a tutto scapito del proletariato che vede concentrare sempre più sforzo manuale (e mentale) nelle ore di lavoro che non si riducono mai a otto… La lotta di classe è sempre stata unita alla lotta per l’emancipazione globale, ma questo aspetto è rimasto per troppo tempo sotto l’orpello della ricchezza del pianeta, delle sue materie prime e della possibilità dello sfruttamento di ogni cosa: terre, mari, cieli.

Dopo tre secoli di tutto ciò, dopo conflitti mondiali e prospettive di cancellazione dalla faccia della Terra della specie umana, proprio noi predatori di tutte le altre specie e del pianeta abbiamo pensato a come “sopravvivere“, a come sgomitare per farci ancora più largo mentre la popolazione umana cresceva a dismisura raggiungendo quasi gli otto miliardi di abitanti. Troppi per un sassolino nell’universo che va esaurendo sempre più quelle risorse che un tempo bastavano, ma che oggi scarseggiano ampiamente.

L’intelligenza umana, espressa mediante la trasformazione di cose in oggetti che consentono a loro volta la trasformazione di altre materie prime, condensata dunque nella capacità lavorativa non ha però un rapporto di causa-effetto con la dominazione che mettiamo in pratica, da migliaia e migliaia di anni, nei confronti del regno animale e di quello vegetale.

Prosegue Engels, ammonendo: «Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze».

Si può pensare al socialismo come ad un redimersi da questa società millenaria che ha sfruttato e tutt’oggi sfrutta sé stessa nella divisione classista creata dal sovraprodotto sociale, dall’eccedenza di produzione e quindi dalla creazione della divisione del lavoro; si può riflettere più attentamente sulla missione del movimento anticapitalista e comunista, ringiovanendolo e attualizzandolo proprio unendo nella lotta di classe la lotta antispecista, la lotta ambientalista come patrimonio universale di una umanità che deve scrollarsi di dosso l’eccellenza che ritiene di avere rispetto agli altri esseri viventi e facendosi più umile nel considerarsi ospite della Terra tanto quanto una formica, un cavallo, un cane, un pavone, un’aquila.

Rosa Luxemburg la pensa diversamente da tutti i socialisti del suo tempo: non perde nulla della sua lotta per l’emancipazione sociale del proletariato dalla borghesia collocando la lotta di classe in un ambito così vasto, che oltrepassa la ristretta analisi meramente sociale. Anzitempo e prima fra gli altri marxisti tanto di fine Ottocento quanto di inizio Novecento, scorge nel colonialismo il passaggio successivo del capitalismo che si fa globale e, per questo, imperialista.

Il sistema dominante del profitto e delle merci, che subordina a sé stesso non solo «i milioni del cui lavoro vive l’intera società» ma pure animali e natura in senso lato, mette sotto una nuova luce tutta la «brutalità e la demenza dell’economia capitalista» che si manifestano nella depredazione di ogni diritto di vita, senza alcuna distinzione di sorta.

I comunisti nascono come liberatori dalla servitù dell’uomo riservata all’uomo stesso, ma non possiamo più negare che liberare la nostra specie soltanto, mantenendo sottomesse a noi tutte le altre, sarebbe una liberazione parziale, opportunistica, priva di un significato veramente evolutivo, poiché non possiamo astrarci dal contesto in cui siamo chiamati ad esistere e poiché abbiamo l’onore e l’onere di avere una scatola cranica ampia che ci permette di discernere tra bene e male, tra giusto e ingiusto.

Se è dunque giusto cancellare qualunque forma di sfruttamento dell’essere umano nei confronti di altri esseri umani, deve essere ancora più giusto – quanto meno in misura eguale – mettere fine all’approfittamento delle nostre capacità di sopravvivenza a scapito del resto del pianeta.

Il WWF ha diffuso in questi giorni il “Living Planet Report 2020“: le cifre che si leggono sono spaventose e parlano di un vero e proprio genocidio nei confronti degli animali e della natura. Dal 1970 fino ad oggi, quindi in un arco temporale di mezzo secolo, l’antropizzazione ha conosciuto una accelerazione inusitata inghiottendo larghe fette di territori faunistici, impoverendo addirittura del 68% delle popolazioni di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci.

La pandemia da Covid-19 in cui siamo completamente immersi è conseguenza di un impoverimento generale dell’equilibrio naturale e di un’anti-etica dell’alimentazione globale che considera ovvio, in quanto consuetudine anche questa plurimillenaria, cibarsi di carcasse di altri esseri viventi debitamente trasformate dal lavoro umano per farne primi e secondi piatti di una dieta onnivora che, chiaramente considerata su scala planetaria, danneggia tanto la nostra salute quanto l’ambiente (per fare un esempio: smettere di cibarsi di carne permetterebbe di alleggerire in un anno – stanti gli attuali dati sulla popolazione mondiale umana e su quella animale – lo sfruttamento del suolo del 76%, abbattere del 49% l’emissione dei gas-serra e regalare al pianeta un risparmio del 19% di acqua).

Può anche darsi che, ad un primo superficiale sguardo, la scelta vegetariana non appaia legata alla lotta di classe: eppure ne è una appendice non trascurabile. Stile di vita e rispetto per il mondo che ci circonda sono un primo passo per acquisire una coscienza sull’uguaglianza delle specie che non esclude prima di tutto la battaglia per la consapevolezza che l’umanamente differenti è presupposto imprescindibile per l’uguaglianza sociale e la completa libertà.

L’anticapitalismo deve poter esprimersi in chiave ecomarxista oggi più che mai, coniugando la sostenibilità ambientale alle necessità sociali, cercando di avvicinarsi sempre maggiormente ad una considerazione universale dell’esistenza da tutelare e da proteggere. Il punto di vista esclusivamente umano va cambiato e va rivolto a tutte le specie, facendo dell’antispecismo un sinonimo dell’anticapitalismo in quanto percorso comune verso una società dove sia impossibile per chiunque sopravvivere a scapito di altri esseri viventi o della natura in quanto casa comune di tutte e di tutti.

La preoccupazione per un ecosistema che è sempre più depredato dal capitalismo liberista include oggettivamente la lotta per l’emancipazione dal lavoro salariato come precondizione per mettere fine ad un sistema creato dall’uomo e che soltanto l’uomo può mettere da parte, superare e consegnare alla memoria della Storia.

I comunisti che ritengono “accessoria” la questione animalista, a sua volta contemplata nella più vasta questione ambientale globale, commettono un errore non solo attualistico, di mera interpretazione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, tra sfruttamento delle risorse naturali e generazione del profitto, ma confinano il potenziale libertario del comunismo in un ristretto angolo tutto umano che non risolve, alla fine, il problema dello sfruttamento in sé e per sé.

Pensare ad una società libera totalmente, come intendeva Rosa Luxemburg, non può significare pensare alla sola liberazione umana, alla sola uguaglianza umana. Per i comunisti e le comuniste la liberazione umana ha senso se anticipa, come del resto deve, la liberazione di tutti gli altri esseri viventi dalla volontà predatrice nostra: per gusto o per “sport” o “divertimento” che sia.

MARCO SFERINI

11 settembre 2020

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