Anarchici e comunisti: l’incontro possibile

L’eterna lotta. Una delle tante nella storia dell’umanità, forse quella meno cruenta se paragonata a scontri che hanno segnato con solchi profondi i destini di interi popoli, di continenti....

L’eterna lotta. Una delle tante nella storia dell’umanità, forse quella meno cruenta se paragonata a scontri che hanno segnato con solchi profondi i destini di interi popoli, di continenti. Eppure anche questo è un fronte che nasce da interpretazioni ideologiche di ispirazioni egualitarie e trasforma così tanto i contendenti da renderli quasi nemici. Anzi… da averli resi tali. E’ il fronte che contrappone anarchici e comunisti, dove ci si perde nelle tante e tali sfumature da far sì che il rosso tocchi il nero fino al punto in cui si può parlare di “comunisti anarchici” e di “comunismo libertario“.

Sovente si ragiona schematicamente e si dà per scontato che il rosso sia il rosso e il nero sia il nero. Ciò sarebbe indubbiamente vero se si trattasse di fare del nero il colore fascista per eccellenza, ma storicamente non è così. Le “camicie nere“, indubbiamente, sono le divise scelte dal fascismo che colorò così i suoi labari, dove campeggiavano le teste di morto delle “brigate nere“. Ma il nero, come “colore politico” è dalla fine dell’800 in poi il colore dell’anarchismo, di tutti coloro che si sono riconosciuti nelle idee libertarie e che portavano grandi cravattoni, per l’appunto neri, al collo, uno dei primi simboli distintivi dei ribelli anti-stato e anticapitalisti.

 

Michail Aleksandrovič Bakunin

Del resto, il rosso, che dalle “camicie rosse” garibaldine in avanti diviene il colore del “repubblicanesimo“, è adottato dai socialisti e dai comunisti come colore della passione, del sangue versato per la causa rivoluzionaria che avrebbe dovuto portare il proletariato a prevalere sulla borghesia e a rovesciare quindi il sistema capitalistico fondato sullo sfruttamento della forza-lavoro, dell’uomo sull’uomo (e dell’uomo sulla natura).

Perché dunque, se entrambi puntano al superamento del capitalismo e al suo rovesciamento in una società esattamente “capovolta” rispetto a quella tanto dell’età industriale di inizio ‘800 quanto a quella odierna del più sfrenato liberismo, anarchici e comunisti si fronteggiano da sempre? L’origine della tenzone andrebbe ricercata fin dalla Prima Internazionale: da un lato Karl Marx e Friedrich Engels e dall’altra Michail Aleksandrovič Bakunin, riconosciuto universalmente come il principale esponente del movimento anarchico russo e non solo.

Tentiamo di sintetizzare al massimo, visto che in questo articolo non pretendiamo di risolvere la secolare questione che contrappone comunisti e anarchici, ma solamente accennarla e mettere in luce alcuni aspetti che possono essere utili per successivi personali approfondimenti di ciascun lettore, di ciascuna lettrice.

L’approccio è anzitutto l’inizio delle differenze: Marx ed Engels analizzano scientemente un processo economico strutturale in continua mutazione, che genera nuove classi dominanti, che mantiene vigorosa la lotta di classe nonostante la borghesia, che uniforma il capitalismo e dal quale è a sua volta uniformata (potremmo parlare di una “influenza reciproca“), provi continuamente a ridimensionare sempre più il ruolo del proletariato nel ciclo produttivo, sostituendolo con macchinari che fanno il lavoro di più di un uomo o una donna inseriti nel processo di elaborazione delle materie prime e di loro trasformazione in merci vendibili sul mercato mondiale.

A fondamento del comunismo, come movimento sociale e politico e come “dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato” (la definizione è di Engels, è un po’ spicciola ma faceva quasi da titolo proprio ad un “ABC” del e sul comunismo spiegato brevemente a larghe masse di lavoratori), vi è un certosino metodo scientifico di analisi, una disamina attentissima, numeri alla mano, dei rapporti che intercorrono tra sfruttatori e sfruttati, tra padroni e proletari. Non esiste uno scritto di Marx e di Engels, posteriore al “Manifesto del Partito comunista“, che non faccia riferimento alla matematica del dominio borghese sulle classi dominate, che non leghi la lotta alla dimostrazione persino un poco pedante della necessità e della ineluttabilità di una rivoluzione comunista che non può non essere il futuro di una umanità dove la concentrazione delle ricchezze è sempre più in mano a pochi soggetti mentre la miseria si allarga sul resto del mondo.

L’approccio matematico, algebrico e scientifico di Marx ed Engels all’elaborazione, allo studio delle dinamiche economiche in Bakunin è completamente assente. Qualunque scritto possiate leggere del grande rivoluzionario russo, persino nel testo più famoso, “Stato e Anarchia“, non troverete alcun passaggio che faccia cenno ad una critica dell’economia politica basata sull’indagine di questo o di quel fenomeno prodotto dal capitale.

Gli anarchici, dunque, differiscono dai comunisti prima di ogni altra cosa per il tipo di sguardo che accennano, che danno nei confronti di un sistema economico del cui funzionamento economico – almeno agli inizi della nascita dei movimenti rivoluzionari moderni – sembrano occuparsi poco, salvo arrivare alla giusta conclusione secondo cui le ingiustizie sociali vanno combattute e i poteri che governano vanno rovesciati.

Friedrich Engels

La realtà capitalistica esaminata da Marx ed Engels è fatta di sali-scendi, di ovvietà quanto di indecifrabili leggi del mercato che si disvelano a poco a poco, quando gli studi avanzano e sempre di più cala l’”orpello ideologico” che proteggeva il capitalismo con un velo di eticità indissolubile e incontestabile. La realtà capitalistica osservata da Bakunin è invece piatta, priva di contraddizioni economiche ma con una sola evidente contraddizione che sovrasta tutte le altre: lo Stato.

Marx si arrabbia perché stima, in qualche modo, il russo e scrive testualmente quali sono le miopie anarchiche che scorge nella visione meramente ideologica di Bakunin: “Per lui le condizioni economiche della rivoluzione non esistono. Poiché tutte le forme economiche succedutesi fino ad oggi, sviluppate o sottosviluppate, implicano l’asservimento del lavoratore (sia nella forma dell’operaio salariato, del contadino, ecc.), egli crede che in tutte sia possibile una rivoluzione egualmente radicale. Ma non è tutto. Egli pretende che la rivoluzione sociale europea che si attua sulla base economica della produzione capitalistica, si compia al livello delle popolazioni agricole e di pastori russe o slave, che non vada oltre questo livello… La volontà, non le condizioni economiche, è il fondamento della sua rivoluzione sociale.“.  (K. Marx, chiosa a “Stato e Anarchia“, 1875)

Gli anarchici, fin dalla Prima Internazionale, stabiliscono un criterio: non sono le condizioni economiche che ci dicono quale forma deve prendere il moto rivoluzionario della storia umana ma, al contrario, è la storia umana stessa, identificata nell’intera indistinta massa degli sfruttati, a dover prendere coscienza del suo stato e liberarsi dallo sfruttamento capitalistico senza che sia prevista una organizzazione politica capace di indirizzare questa lotta e di condurla al suo obiettivo.

Gli anarchici rifiutano il “potere” come concetto assimilabile alla lotta e ritengono che gli sfruttati debbano seguire una sorta di “moto spontaneo” che deriva dalla mera “volontà” umana che, a sua volta, prende vita dalla “coscienza” che si evolve in questo senso, in un progressivo aumento di sé stessa e si emancipa dalla visione ottocentesca del perbenismo borghese come unica fonte dalla morale collettiva.

Mentre Marx parla di “impossessamento del potere” da parte del proletariato e di superamento della società divisa in classi per la formazione di una società di eguali dove non esisteranno più sfruttamento dell’uomo sull’uomo, salario, profitto, merce, in una parola dove sarà abolita la “proprietà privata dei mezzi di produzione“, Bakunin e gli anarchici puntano alla distruzione dello Stato come ente da cui origina ogni fonte di ingiustizia, mettendo da parte la problematica fondamentale: la questione economica.

Marx ed Engels dimostrano scientificamente l’insostenibilità del capitalismo, di sé stesso: mettono davanti ai nostri occhi, ed alle nostre coscienze dunque, il fatto che il sistema non può accampare nessuna pretesa di normalità dell’oggi per diventare imperituro domani. Non è statico, ma dinamico. Non è frutto di una coscienza umana sbagliata, ma di un processo produttivo, di uno scontro fra classi sociali differenti che si sono affrontate nel corso dei millenni e che, nel moderno e ultimo stadio di questa eterna dialettica disumanamente umana, ha visto prevalere la borghesia come nuova classe dirigente sul vecchio feudalesimo aristocratico spazzato via anche – e soprattutto – dalla Rivoluzione francese che è rivoluzione politica ma anche sociale.

Busto di Louis Antoine de Saint-Just dello scultore David d’Angers (1848)

Lo scontro tra il giacobinismo egualistarista e la gironda del ceto medio di allora si risolve, infatti, in una frontale avversione che è apparentemente soltanto una lotta tra visioni differenti della forma repubblicana del nuovo Stato francese. A separare Robespierre e Saint Just da gran parte dei membri della Convenzione nazionale è la determinazione ad imporre una serie di riforme sociali che, seppur non vadano neppure vicino alla futura concezione dell’”espropriazione degli espropriatori“, mettendo fine alla lotta di classe in Francia, renderebbero “la condizione dell’ottanta per cento dei francesi accettabile” a discapito della grande ricchezza detenuta da quel venti per cento che ancora oggi, paradossalmente, ritroviamo come numero perfetto per sintetizzare il grande possedimento capitalista.

Nella Rivoluzione francese, per tornare al dualismo che stiamo indagando, Marx ed Engels vedono, da comunisti, un processo dialettico della storia della lotta delle classi; Bakunin vede un tentativo di ribellione del potere popolare al potere statale monarchico. Qui sta il grande limite della pur giusta lotta dell’anarchismo contro ogni ingiustizia sociale.

Istintivamente anche io sono anarchico. Per lo meno lo sono diventato rimanendo comunista. Credo sia una felice sintesi di come mi sento. La voglia di ribellione contro qualunque potere, riconoscibile come elemento mai veramente buono (facciamo riecheggiare un poco il grande spirito libertario di De Andrè…) non è sufficiente se non si rimane aderenti alla realtà dinamica dei fatti, delle proporzioni numeriche e dei rapporti di forza concreti che consentano di avere quanto meno una visione di insieme e di non cadere nella trappola dell’”ideologizzazione” del pensiero, rendendolo così romanticamente sterile e privo di quella potenzialità rivoluzionaria che può avere solo se si mette a disposizione dell’organizzazione concreta degli sfruttati. Tanto dell’800 quanto del nuovo millennio.

La nostra coscienza e il nostro “essere sociale” devono rimanere distinti quando guardiamo al processo rivoluzionario, sapendo che la prima deriva dal secondo e non viceversa, come hanno pensato per decenni anche grandi menti ribelli e libertarie. Ma, d’altro canto, non si deve nemmeno cadere nella tentazione opposta: quella di ritenere così utopistico il disegno del rovesciamento del capitalismo da considerare attuabili solo delle riforme progressive che modifichino, di volta in volta, a seconda dei “margini di azione” (concessi dal sistema capitalistico, quindi dalla volontà della classe dominante), la forbice delle diseguaglianze che si allarga sempre più e immiserisce milioni di lavoratori in Italia, relega nella assoluta sopravvivenza giornaliera un sottoproletariato che finisce per essere acquisito dalle destre fasciste e sovraniste come uno dei punti di riferimento sociale da turlupinare agevolmente e utilizzare per destabilizzare la democrazia imperfetta in cui viviamo.

A questa analisi sull’origine della contrapposizione storica, politica, ma non sociale, fra comunisti ed anarchici, va fatta una chiosa necessaria: il rosso e il nero (…a proposito, potete fare una piccola digressione e immergervi nella contrapposizione tra rabbia popolare e dirigismo delle classi abbienti ottocentesche leggendo il bellissimo romanzo di Marie-Henri Beyle, noto ai più con lo pseudonimo di “Stendhal“, “Le rouge et le noir“) si possono incontrare perché hanno come obiettivo comune il rovesciamento del capitalismo, la fine di ogni sfruttamento dell’essere umano su sé stesso e sulla natura, la riconversione della società odierna in una società dove il “deperimento dello Stato” (così lo definisce molto bene Engels) diviene una naturale espressione dell’abolizione delle classi sociali.

Lo Stato, infatti, è solamente una sovrastruttura tecnico-politico-amministrativa che poggia sulla struttura economica e che è utilizzata da quest’ultima per gestire le masse popolari, le crisi economiche stesse in seno al disorientamento di tanta parte dell’umanità che deve sottostare al potere della antica borghesia e della moderna imprenditoria mediante le direttive dei governi che sono, afferma Marx, niente altro che “comitati di affari” di chi detiene le redini della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Bandiera anarco-comunista

Vogliamo, in fondo, arrivare allo stesso obiettivo, partendo da punti di analisi e di vista differenti. La speranza è che il comunismo sia sempre più un movimento libertario e che l’anarchismo guardi al potere non come ad una conquista cui aspirare, ma come ad un impossessamento da gestire affinché sia distrutto una volta per tutte. Certo… la tentazione di tenerselo quel potere, con tutti i condizionamenti di una società che solo empiricamente può essere pensata come capovolgibile nello stesso momento in ogni parte del mondo, per evitare una  lotta tra blocchi che diviene lotta per la conservazione del potere, è indubbiamente forte.

A questa sfida di rielaborazione delle divisioni del passato sono chiamate le generazioni ribelli moderne. Se non altro, non fosse altro che per inseguire la propria felicità nel provare a fare quella degli altri che soffrono da sempre. Come affermava Kropotkin: “Lotta, perché in questa lotta troverai soddisfazioni e piacere come in nessun’altra” che, a differenza di Bakunin, fu il primo ad inaugurare la corrente di un anarco-comunismo che si fondasse su una analisi sociologica ed economica (nonché persino naturalista e biologica), quindi scientifica, dell’Umanità Nova che grandi anarchici come Errico Malatesta hanno celebrato da un secolo a questa parte con un giornale che tutt’oggi vive e che è piacevole leggere anche se, ogni tanto, fa un po’ arrabbiare. Ma è nella natura della dialettica tra comunisti ed anarchici. Nemici-amici, come Red e Toby.

MARCO SFERINI

ottobre 2020

categorie
Comunismo e comunisti



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