L’opera da (meno di) tre soldi dell’opposizione senza sinistra

Non c’è proprio nulla di scontato nell’opera da 209 miliardi di euro che è andata in scena in questi giorni in Parlamento. A differenza di quella “da tre soldi”...
Giorgia Meloni

Non c’è proprio nulla di scontato nell’opera da 209 miliardi di euro che è andata in scena in questi giorni in Parlamento. A differenza di quella “da tre soldi” di Brecht, qui ci si rivolge non agli sfruttati come spettatori paganti qualche spicciolo per entrare allo spettacolo, ma come astanti che oblitereranno il biglietto con i doveri quei diritti che spettano loro, come ricettori delle prossime politiche liberiste che il governo Draghi concretizzerà ad iniziare dalla divisione dei fondi europei.

Non c’è proprio nulla di scontato, sebbene ogni voce televisiva e ogni parola scritta abbia cercato di persuaderci che nessun inciampo sarebbe intercorso nella discussione sulla fiducia al nuovo esecutivo e che tutto sarebbe filato liscio come l’olio. Ma siccome l’imprevedibilità è sempre dietro l’angolo, se non altro come grimaldello tatticistico per aprire il baule delle tante certezze messe come tappeto giallo-rosso-verde di rappresentanza per far sfilare Presidente del Consiglio e ministri nella via della pienezza dei loro poteri, ecco che ciò che non ci si aspetta fa capolino in qualche frase di un deputato, in un incipit del discorso stigmatizzante di ciò che rimane dell’opposizione parlamentare in questo disgraziato Paese.

La fronda dei dissidenti del Movimento 5 Stelle si estende. Grillo prova a fermarla, sbraitando ai pentastellati che non sono più marziani; proprio nel giorno in cui “Perseverance” atterra su Marte. Quando si dicono le coincidenze vendicatrici dell’attualità stridente dei fatti: la perseveranza delle ragioni originarie del movimento viene contraddetta oggi da chi lo rappresenta ufficialmente. Capo politico, Elevato e maggioranza dei gruppi parlamentari incrociano le dita e si augurano che non si apra uno scenario tale da prevedere espulsioni di massa. Ma Rodi è la Camera dei Deputati e lì devono saltare quei deputati che riprendono il dissenso dei loro colleghi al Senato.

Una trentina di eletti del Movimento 5 Stelle si mette di traverso, per un attimo toglie la prima parte sulla teatrante scena dell’unica opposizione, da nemmeno un soldo, della Meloni al governo Draghi, e scompagina anche i piani dell'”intergruppo“: saltano gli equilibri nelle commissioni, perché tra i dissidenti vi sono figure storiche del M5S. Nicola Morra, tra tutti, presidente dell’Antimafia. E’ il redde rationem di un lungo travaglio, di una crisi che non lo risolve ma che ne amplifica gli effetti e che non disturba, comunque, poi tanto la maggioranza quasi plebiscitaria che ottiene Draghi alla Camera: 535 voti a favore, 56 contrari e una manciata di astenuti.

Pieni poteri al governo, dunque. Ma non poteri speciali. Se li potrà dare, qualora l’emergenza lo richiedesse e forse oltrepassare la formula dei DPCM, destinata a rimanere nella memoria collettiva come elemento caratterizzante il Conte bis. Draghi affronterà il secondo anno pandemico con la praticità delle cifre, economicamente, da banchiere che sta imparando il protocollo istituzionale.

Intanto, mentre i Cinquestelle si disintegrano tra governisti e fedeli alla linea delle origini, mentre Di Battista preannuncia una «robusta opposizione da costruire» e i venti di scissione nel M5S soffiano burrascosi, mentre si interpretano i regolamenti, le tempistiche di applicazione delle decisioni prese sulla piattaforma Rousseau, per cercare qualche cavillo che consenta ai dissidenti di rimanere legittimamente all’interno del movimento e magari puntare a riprenderselo per riportarlo alla primigenia ispirazione che Morra e altri chiamano “rivoluzionaria“.

Non c’è proprio nulla di scontato, soprattutto quando Giorgia Meloni, nel suo intervento – dichiarazione di voto, cita Bertolt Brecht. Non a caso abbiamo iniziato con opere da due, tre, pochi soldi comunque sia… Il grande intellettuale, poeta e drammaturgo comunista viene preso a prestito da una ex missina, neonazionalista e patriota convinta; sovranista a tutto tondo, presidente del Partito europeo dei Conservatori e dei Riformisti (nomi ossimoreggianti di partiti che mettono insieme culture che dovrebbero essere antitetiche o, quanto meno, molto lontane fra loro…), anticomunista per eccellenza. “L’opera da tre soldi” (“Die Dreigroschenoper“) è la piece da cui trae una tra le citazioni più famose: «Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati».

Vuole così rimarcare la giustezza della coerenza che reclama davanti ad un Parlamento oggettivamente acquiescente nei confronti del governo Draghi: quasi nessuna voce a sinistra si leva per dire di NO al banchiere internazionale. Nicola Fratoianni non è solo, ma lo sembra, e molto. I grillini sono nella tempesta del dubbio, in piena confusione mentale. Solo il gruppo dei sovranisti di Fratelli d’Italia è compatto nel suo rifiuto di fiducia all’esecutivo. Così, Giorgia Meloni può emulare Gianfranco Fini che, a suo tempo, prese a prestito anche Antonio Gramsci per formare il Pantheon degli ispiratori dell’idea fondatrice di Alleanza Nazionale.

Oggi l’alleanza nazionale, ma senza maiuscole, è la santa alleanza che si affida a Draghi, che fa una sorta di atto di fede, preventivo e precauzionale, subordinando le ideologie, o ma terraur!, le idee e il rigore delle proprie coscienze, alla geremiade del “bene della nazione“. Giorgia Meloni vanta, se è per questo, una storia indefessa di fedeltà ai peggiori lati del patriottismo italico: quelli che provengono dal nemmeno troppo lontano neofascismo missino, erede a sua volta delle nostalgie repubblichine dei fondatori del MSI (da Junio Valerio Borghese al massacratore di libici, il famigerato maresciallo Graziani, capo dell’esercito dello Stato fantoccio del Terzo Reich), tanto da riproporne la simbologia della fiamma tricolore nel contrassegno del partito che ha fondato quando, in dissenso con il Popolo delle Libertà sull’appoggio a Monti, costruì quella che pareva una avventura destinata alla residualità.

Difficile, dunque, da sinistra e da destra accusare la Meloni di attività anti-patriottiche. Il collaborazionismo questa volta sta tutto in altre parti degli emicicli parlamentari. E così, privando l’opposizione ad un governo di banchieri, affaristi e liberisti della “miglior” specie, si permette ai sovranisti di citare un comunista come Bertolt Brecht. Oltre tutto prendendo a prestito una frase della sua più celebre opera teatrale che rappresenta il disagio del sottoproletariato londinese e che, come era nelle intenzioni del grande intellettuale tedesco, avrebbe dovuto far indignare un pubblico “borghese“. Un’opera, per l’appunto, per la cui visione si potevano pagare niente altro se non dei miserabili tre soldi.

La “parte del torto” che Giorgia Meloni cita non è la sua. Non perché ella non abbia torto: lo ha, eccome. Ma il torto brechtiano non ha nulla a che fare con quello che si vorrebbero attribuire i fratelli italiani: non è stare dalla parte della ragione per mera contrapposizione. E’ presa di coscienza prima di tutto sociale, repulsione verso quella ingordigia e tracotanza che non differenzia affatto le destre oggi di governo e quelle di minoranza che stigmatizzano la nascita del governo Draghi. Non basta prendere a prestito una frase di Brecht per sembrare giusti tra gli erratici, per distinguersi necessariamente come tratto politico non eliminabile ed eludibile. Non è forse solo questo che rimane alla Meloni quando dice il suo “no” a Draghi?

Se Draghi sparisse da un momento all’altro, come d’incanto (e sarebbe veramente incantevole), cosa la differenzierebbe dal riunirsi ai suoi alleati di centrodestra per fare le stesse politiche liberiste che l’attuale Presidente del Consiglio farà entro breve tempo? Il tempo del falso mito “sociale” del MSI e della destra che ne è stata erede, è finito. Dalla “svolta di Fiuggi” in poi, non è rimasto praticamente nulla del programma del fascismo repubblicano di Verona: ed anche quello era, a ben vedere, un tentativo maldestro, disperato e ultimativo di ridare una verginità ad un regime sanguinario e dispotico, così compromesso con il nazismo, da non potere fare altro se non tentare un ritorno alle origini, a quei “fasci di combattimento” nati con una impronta socialisteggiante ma, indubbiamente, anticomunista.

Niente in comune con la visione straordinaria di liberazione umana che Brecht porta avanti in tutti i suoi lavori e che è l’ispirazione della sua arte poetica, di scrittore e di perseguitato politico.

Ma questo è il tempo del “nulla è scontato“, proprio perché tutto viene dato per tale e ogni convinzione si fa assoluta e guai a non condividerla: si viene etichettati come anti-italiani, come coloro che non vogliono la soluzione ai problemi del biennio pandemico. Se ci si oppone a Draghi solo da destre e da un punto di vista liberista, visto che a sinistra l’unica opposizione che tenta di farsi vedere e sentire è fuori dal Parlamento, è come dichiarare che si fa atto di espressione meramente formale di un dissenso. Non bisogna dissentire per opportunistica contrarietà (vedasi l’eskimo di gucciniana memoria), ma per convinzione.

Ecco, manca una sinistra comunista convinta d’esserlo e convinta della necessità di una ripresa della domanda di sinistra stessa che da troppo tempo, ormai, è assente nella quotidianità degli estremi bisogni di milioni di lavoratori e disoccupati, di precari, studenti, pensionati ed esclusa dalle rappresentanze istituzionali. Per riattivare questa domanda di progressismo anticapitalista non ci si può affidare al tripartito giallo-rosa che sta nella maggioranza draghiana e nemmeno perdersi in dispute ideologizzanti e per nulla ideologiche.

E adesso, lasciateci citare Brecht. Ecco la sua “Lode al comunismo” del 1933:

È ragionevole, chiunque lo capisce. È facile.
Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere.
Va bene per te, informatene.
Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio.
È contro il sudiciume e contro l’idiozia.
Gli sfruttatori lo chiamano delitto.
Ma noi sappiamo:
è la fine dei delitti.
Non è follia ma invece
fine della follia.
Non è il caos ma
l’ordine, invece.
È la semplicità,
che è difficile a farsi.

Se non recuperiamo in fretta il rapporto con le classi più deboli, coi proletari moderni, finirà che la Meloni un giorno citerà anche questa in Parlamento…

MARCO SFERINI

19 febbraio 2021

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