La “regolarizzazione” dello schiavismo moderno

Oggi guardiamo con sorpresa le battute nei peplum cinematografici di Hollywood laddove si afferma che possedere o vendere schiavi è normale. In “Quo vadis?“, Marco Vinicio risponde piccato all’apostolo...

Oggi guardiamo con sorpresa le battute nei peplum cinematografici di Hollywood laddove si afferma che possedere o vendere schiavi è normale. In “Quo vadis?“, Marco Vinicio risponde piccato all’apostolo Paolo che gli obietta: “Ma non puoi comperare un essere umano…“. Non si tratta soltanto di morale religiosa o di mera etica cristiana. Si tratta di scoperta di una eguaglianza nell’umanità e per l’umanità che, nel corso dei millenni, aveva visto legioni e legioni di persone trattate come bestie da soma. Bestie, animali. Per questo, dovremmo anche domandarci, soprattutto oggi, quanto sia stato etico e quanto ancora lo possa essere approfittare delle fatiche degli animali per migliorare la nostra vita.

E’ chiaro che ci troviamo davanti a passi evolutivi della specie umana che, come è del tutto evidente, fa grandi progressi in campo scientifico che superano di gran lunga invece quelli in campo sociale e, pertanto, anche etico e civile. La dipendenza dei diritti civili da quelli sociali, la loro compenetrazione necessaria nel diventare un unicum nella vita di tutti i giorni è dimostrata dalla imprescindibilità della separazione dall’esistenza materiale che condiziona necessariamente l’esistenza – per così dire – spirituale, sentimentale, emotiva.

Pochissimi tengono in conto che discutere di diritti sociali, quindi di condizioni di lavoro, di determinazione del grado di sfruttamento in un azienda o in un campo di raccolta di verdure, vuol oggettivamente dire parlare anche di diritti umani estesi ad ogni ambito della nostra vita.

Quando i lavoratori di Arcelor Mittal scioperano per contrastare i propositi di fuga della dirigenza padronale dall’Italia, lasciando una azienda siderurgica eccellenza europea a completo debito sulle spalle pubbliche dello Stato italiano, quegli operai svolgono un ruolo sociale primario che va oltre il loro stesso posto di lavoro.

Nel tutelare i loro diritti e l’interesse specifico di classe che assumono, riconoscendolo nel momento in cui vengono a scontrarsi con la prepotenza padronale, mostrano a tutta l’Italia, all’Europa e al mondo che la cosiddetta “battaglia dell’acciaio“, globale e non altrimenti tale, è una lotta fra classi ed esiste in quanto tale proprio come la lotta dei braccianti agricoli che vengono sfruttati fino alle soglie dello schiavismo moderno con paghe inferiori ai 20 euro al giorno per un monte ore quotidiano di oltre 10 ore…

Le lotte apparentemente slegate fra loro, hanno un filo conduttore sociale, anticapitalista, che mette quindi in netta distinzione gli interessi di classe: da un lato i moderni lavoratori sfruttati e gli schiavi migranti dei campi agricoli, i riders che corrono per le vie delle città e i giovani (e meno giovani) negli alveari dei call-center; dall’altro lato i padroni, coloro che detengono anche la proprietà delle singole aziende ma che, soprattutto, hanno nelle mani il potere economico vero e proprio e gestiscono interi settori produttivi transcontinentali.

A tutti loro si aggiungono le lavoratrici e i lavoratori che sono costretti a divenire schiavi di sé stessi, ad imporsi ritmi di produzione incessanti, sommando straordinari a straordinari non pagati: chi ha visto “Sorry We Missed You“, avrà potuto percepire la sottilissima tentazione offerta dal capitalismo oggi di rendere un po’ tutti “imprenditori”. Si va oltre il concetto di “self-made-man” a stelle e strisce: non ci sono più confini nell’estensione dello sfruttamento a sempre più basso costo e a sempre maggiore produttività.

La schiavitù moderna è frutto della deregolamentazione progressiva dei diritti dei lavoratori e della trasformazione dei sindacati in organismi dediti alla complicità con le politiche aziendali del padronato. Dalla contrattazione del dopoguerra si era passati alla concertazione e da questa, nelle dinamiche espansive del liberismo di fine ‘900 e inizio del nuovo millennio, si è molto dolorosamente ma altrettanto invisibilmente transitati alla complicità.

La passività invece del movimento, dell’agitazione, dell’organizzazione della classe lavoratrice e degli studenti in movimenti unitari di lotta per rivendicare un nuovo orizzonte del cambiamento sociale attraverso una richiesta di uguaglianza che è stata dal sindacato per troppo tempo vissuta come elemento esclusivamente “politico” e quindi non di pertinenza del suo ruolo di mediazione tra interessi diversi (sempre meno di classe, sempre più piegati al riformismo).

Venuta meno la grande stagione politica della sinistra comunista – tra varie sfumature e tante divisioni frutto comunque di una pregevole dialettica interna al mondo del progressismo fatto di proletari, studenti, pensionati, intellettuali e artisti – e preso atto della vittoria del capitale sul lavoro nella moderna involuzione liberista, non possiamo oggi non riferirci ad un neo-schiavismo di massa quando leggiamo i dati che riguardano le condizioni dello sfruttamento della mano d’opera in ogni settore produttivo che richiede di spezzarsi la schiena, di sacrificare la maggior parte della propria vita per portare a casa poche manciate di euro.

L’evidenza del plusvalore qui non è tale se si studia Marx e si leggono le teorie sul medesimo e gli sviluppi degli studi che ne seguirono e che ne accertarono – si direbbe oggi, in tempi di virologia mediatica – l'”evidenza scientifica“. No, il plusvalore, l’estrazione del profitto dallo sfruttamento della forza-lavoro delle persone è manifesta perché non esiste nessuna “struttura” del salario nelle mancette che i riders ricevono dai clienti delle multinazionali per le quali pedalano; così come non esiste nessuna struttura del salario nelle elemosine che i caporali fanno ai migranti per il lavoro da profondo Sud americano nei campi del nostro meridione.

Nord e sud d’Italia divengono indistinguibili se si riconosce l’unità delle lotte: da Cornigliano a Taranto contro Arcelor Mittal, da Rosarno a tutta la filiera che porta i prodotti agricoli sulle nostra tavole. Non esiste una parte del Paese che possa dichiararsi “sviluppata” e una invece “arretrata“. La trasversalità qui la fa da padrona e interessa ogni angolo d’Italia, ogni ambito produttivo che viene sostenuto nella sua opera di sfruttamento da politiche che mostrano una umanità finta nel definire “regolarizzazioni” processi di sempre maggiore ricattabilità delle braccia dei migranti da parte dei padroni delle terre.

La regolarizzazione è una finta sanatoria, basata su permessi concessi in base al mercato delle contrattazioni (sarebbe meglio dire “imposizioni“) sul costo del lavoro: prendere o lasciare… Se vuoi essere regolarizzato devi accettare condizioni ancora peggiori di quelle in cui vivevi da clandestino, perché al disagio sociale che rimarrà inalterato si aggiungeranno tutte le ore di lavoro piegato nei campi a raccogliere tutte le belle verdure della nostra cara Italia.

Ma lo sfruttamento non si ferma quando le cassette piene di pomodori, di arance, di carote e cavolfiori arrivano sui camion degli aguzzini: prosegue, arriva fino ai banchi delle catene dei supermercati dove chi trova un lavoro inizia col svolgerlo in nero e col fare sempre più ore rispetto a quelle del probabile contratto che verrà stipulato.

La pandemia ha aperto delle contraddizioni eclatanti nel lavoro sommerso del capitale nel tenere occultate le sue strategie di sfruttamento: ha reso palese ciò che veniva soltanto percepito come la “normalità dei tempi“. Oggi abbiamo nuovamente davanti ai nostri occhi tutta la violenza di un capitalismo che sa esprimersi molto bene nel rinnovare anche la sua rappresentanza politica nelle istituzioni: dalle privatizzazioni dei maggiori settori sociali – per primo quello sanitario – ai finti prestiti a fondo perduto per miliardi di euro ad aziende che hanno delocalizzato per decenni, portato le loro sedi fiscali all’estero e che ora, pateticamente, fanno la pubblicità legando la “forza degli italiani” alla loro voglia di riprendere la produzione nello Stivale…

Sarebbe il caso di non stare a guardare come andranno gli eventi, ma di rimettersi d’impegno, ciascuno di noi, per costruire una alternativa politica, sindacale, culturale e sociale al mostro liberista, al nuovo mercato degli schiavi.

MARCO SFERINI

22 maggio 2020

foto: screenshot

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