La bara di Shireen

Non rispettano i vivi, perché mai dovrebbero rispettare i morti. E quando i vivi portano i morti sulle loro spalle, li accompagnano con le bandiere palestinesi e cercano di...

Non rispettano i vivi, perché mai dovrebbero rispettare i morti.

E quando i vivi portano i morti sulle loro spalle, li accompagnano con le bandiere palestinesi e cercano di seppellirne solo il corpo e di mantenerne vivo il ricordo, quando un funerale diventa così simbolico da essere una sfida all’arroganza, alla prepotenza e alla violenza di uno Stato, quello Stato, nonostante si richiami alla Torah, reagisca da potere, tradendone tutti i princìpi, recidendo ogni legame con la propria storia di bimillenaria persecuzione.

La bara di Shireen ondeggia mentre chi la porta sulle sue spalle viene colpito da raffiche di manganellate, costretto a piegarsi sotto il peso non del feretro ma delle botte. Tuttavia nessuno vuole farla cadere: non è più soltanto un sarcofago di legno dove riposa la giornalista assassinata. In quel preciso momento diventa una icona, un emblema, un’immagine che fa il giro del mondo e – dicono… – pare abbia indignato anche il potente Zio Sam.

Non era accaduto nulla, dicono le cronache. Solo il corteo funebre che andava per la sua strada. Nessuna violenza preventiva, solo lamenti, urla di disperazione e anatemi verbali contro gli assassini. Poi le bandiere palestinesi che sventolano attorno a Shireen. Un funerale come tanti, ma che come tanti altri non era: la carica emotiva altissima in quelle decine di migliaia di palestinesi che hanno abbracciato una giornalista che da oltre vent’anni raccontava, giorno dopo giorno, l’occupazione israeliana in Cisgiordania.

Lì, nel campo profughi di Jenin l’hanno ammazzata senza badare troppo alla scritta “Press” sul suo giubbotto antiproiettile. Ma non era sufficiente strapparla al suo lavoro, ai suoi affetti e ad un popolo che aveva imparato a volerle bene. Non era abbastanza. Bisognava anche mostrare al mondo come si reprime la protervia di chi pretende di accompagnare in un cimitero cristiano una donna libera che ha avuto il torto di mostrare tutte le angherie, i soprusi e le tremende ingiustizie che i palestinesi subiscono da tanti decenni.

La bara ha ondeggiato pericolosamente, è questi rovinata a terra quando i colpi di manganello e i calci dei poliziotti israeliani si sono moltiplicati.

Ma non è caduta del tutto. E’ rimasta sollevata quel tanto per poterla riportare in spalla, nel suo cammino che è molteplice: verso la terra negata ad un popolo, verso la storia della vita impedita sempre a quel popolo, verso il compito che tutti dobbiamo sentire nostro, quello di non dimenticare che là in Medio Oriente, là in Palestina dove corre il 32esimo parallelo, le grida salgono alte senza che la mattanza abbia fine.

Se questa è la democrazia dello Stato ebraico, considerato il più “occidentale” di tutti quelli della zona, fa bene il paio con i venti di guerra che dal resto dell’Occidente spirano verso l’Ucraina e alimentano un conflitto che sovrasta gli altri nella comunicazione massmediatica ma che, qualche giornalista come Shireen, è sempre pronto a raccontare.

Quella bara che viene tenuta in alto a stento, sotto gli occhi di tutti i popoli del pianeta, è il simbolo oggi della paura che il governo israeliano ha nei confronti della Palestina che può, che deve essere libera. Nella vita e nella morte.

(m.s.)

14 maggio 2022

foto: screenshot tv

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