Due voti e un pericolo da non sottovalutare

Il voto referendario e quello per le regionali possono essere letti tanto in un insieme quanto separatamente ma, lo si voglia o no, porta ad analisi che tendono a...

Il voto referendario e quello per le regionali possono essere letti tanto in un insieme quanto separatamente ma, lo si voglia o no, porta ad analisi che tendono a convergere nel stabilire un nuovo quadro tanto istituzionale quanto politico del Paese.

Parlamento “de iure” e Parlamento “de facto
Sulla lotta tra il SI’ e il NO, in termini di voti assoluti c’è poco da dire: 17.168.438 consensi per il taglio del numero dei deputati e dei senatori, 7.484.995 contrari. A mano a mano però che si scorre la particolarità locale del voto, si ritrova una Italia nuovamente spaccata in due, un po’ come ai tempi del quesito sulla forma dello Stato, tra monarchia e repubblica. Al centro-nord la rimonta del NO si fa sentire, mentre al sud è molto meno evidente e surclassata di gran lunga dal prevalere dei favorevoli.

Il crollo verticale del Movimento 5 Stelle proprio nella sua parte più favoreole d’Italia non permette dunque di attribure il successo del SI’ ad un risultato eclatante per il principale sponsor politico della sforbiciata antidemocratica messa in atto. Semmai, la bassissima affluenza alle urne nelle regioni meridionali del Paese (si oscilla tra il 30 e il 35% in termini di partecipazione diretta al voto, mentra al nord si arriva oltre il 50%) assume tutti i connotati della principale causa di vittoria schiacciante del SI’ nel risultato nazionale.

L’effetto di traino del voto regionale non è così dirimente in questo caso e si attesta ampiamente dietro alla ragione appena descritta: meno di un terzo dei cittadini del sud ha votato e, tra questi, si sono recati al voto coloro che erano decisi a mettere una croce su un SI’ che hanno interpretato populisticamente, spinti da una crisi economica e sanitaria che non ha certamente migliorato il giudizio, anche abborracciato e un po’ primordiale, che gran parte della gente meno addentro ai fatti politici e istituzionali ha e dà della politica in generale.

Il profondo solco tracciato dalle ingiustizie sociali prodotte da politiche liberiste che imperversano sulle tasche fragili dei lavoratori, creando margini di precarietà sempre più ampi e sacche di povertà sempre più larghe, favorisce una disillusione nei confronti delle istituzioni che si sfoga nel taglio indiscriminato, nella decurtazione aprioristica esaltata da discorsi demagogici che generano una percezione così distorta dell’istituzione parlamentare da separarla dal suo ruolo intrinseco e facendola coincidere esclusivamente con chi vi siede in quella data legislatura.

La scissione pericolosa è dunque tra Parlamento “de iure” e Parlamento “de facto“. Il secondo prevale sul primo nella vulgata popolare e populista. E quando nella storia dell’umanità al diritto si è sostituita sempre la via di fatto, si è sempre scivolati verso derive autoritarie, quelle della peggiore specie, quelle che in pochi decenni hanno portato i popoli al disastro materiale della guerra e a quello morale dell’oblio dei diritti civili, sociali, di una morale laica e condivisa, non di una “superiore” rispetto ad altre.

Lotta per la democrazia e lotta sociale
Ci siamo battuti e abbiamo ottenuto un risultato tutt’altro che residuale o disprezzabile: quel 30,36% di cittadini che ha detto di NO, pur nella sua eterogeneità, è punto da cui ripartire senza smobilitare alcun comitato, alcuna associazione giovanile, culturale, di partito o meno che sia. Non possiamo trarre una sbrigativa e spicciola conclusione per cui una lotta si esaurisce immediatamente dopo il voto, tanto nel momento di una vittoria quanto a maggior ragione nel fase comprensibilmente scoraggiante della sconfitta. Questo per il banalissimo motivo, eppure importantissimo, per cui niente finisce ma tutto continua e si trasforma come ci insegnerebbe ancora oggi Antoine-Lurent de Lavoisier.

Obbedendo ad una fondante legge dell’universo e, in questo, del caotico universo del rapporto tra politica e societa, serve rimettersi rapidamente al lavoro per difendere la democrazia repubblicana in ogni suo più peculiare aspetto. E’ possibile limitare i danni della controriforma voluta da questo governo, ispirata dalla precedente maggioranza giallo-verde e sostenuta da destra a sinistra con poche eccezioni per lo più forzatamente extraparlamentari.

E’ possibile farlo introducendo elementi che esaltino le contraddizioni in seno ad un governo che esce senza ombra di dubbio protetto dal duplice effetto positivo creato dal referendum nei confronti del Movimento 5 Stelle e dalla complessiva osservazione sul voto regionale. Queste contraddizioni non devono per forza avere il carattere della contrapposizione tutta interna alla maggioranza e all’esecutivo: anzi, devono essere ispirate dal basso, da un senso comune che emerga da un rinnovamento politico che non può non interessare tutti i corpi intermedi della società che sono, del resto, di collegamento con la politique politicienne.

La riorganizzazione dei Comitati del NO, di NOstra! [Vedi la Diretta di NOstra! appena dopo il risultato referendario] e delle tante spontanee aggregazioni veramente di popolo che hanno sostenuto la lotta contro il taglio del Parlamento non deve limitarsi alla controbattuta solo sul terreno tecnico-istituzionale di una riforma, ma deve toccare le corde sociali di una Italia che è divisa da stili di vita enormemente differenti da nord a sud. Sono questi riflessi sociali a inquinare tanto la politica italiana e alimentare il pericoloso vulnus tra rappresentati e rappresentanti.

La lotta per la salvaguardia democratica della Repubblica sarà efficace solamente se verrà inclusa in un contesto ampio di difesa dei diritti sociali e civili, punti essenziali per una rinscita delle coscienze critiche, per una nuova visione di massa dei veri problemi singoli e collettivi non relativizzabili, non riducibili a miraggi di rivoluzione come la lotta contro la “casta” o per una generica “onestà” che dovrebbe essere alla base della consapevolezza civica di ciascuno di noi.

Plebiscitarismi
Prese singolarmente, le elezioni in ogni regione italiana hanno delle specificità così marcate – soprattutto in questa fase di evoluzione di singole forze politiche – che le distinguono nettamente e quindi si potrebbe cadere nella tentazione di affermare che non vi è un riscontro oggettivo per una valutazione complessiva del voto.

Invece, le evidenze emergono con chiarezza se si mettono a confronto i singoli protagonisti: Giovanni Toti, Luca Zaia, Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, ad esempio, se facessimo il giochetto del “Trova cosa hanno in comune“, sono tutti presidenti di regione che hanno gestito il mandato con un forte carattere personale, marcando perentoriamente con la loro fisicità politica le scelte sul campo: dalle particolarità locali ai più importanti temi e problemi di natura non solo nazionale ma perfino globale, come l’emergenza Covid-19.

Una fisicità politica che ha spazzato via gli ultimi residui di espressione ideale dell’elettorato: quando si andava a votare seguendo anche localmente una visione di società e si cercava di trasmettere nella propria piccola comunità i valori e i princìpi che si volevano far entrare nel Parlamento nazionale. Quando si andava a votare prima di tutto il partito che era sinonimo di impresa collettiva, tanto nelle piazze quanto nei palazzi istituzionali… Il voto del 20 e 21 settembre invece sovverte questa primazia e assegna all’individualismo del candidato presidente tutta (o quasi) la portata dei consensi.

Sommando i voti personalmente ricevuti dal conducator delle coalizioni, i “voti secchi” sul suo nome, a quelli ricevuti tramite i voti sulle liste a quelli ottenuti tramite il meccanismo del “voto disgiunto” che è una vera e propria sconcezza disordinatrice: due voti in una scheda e, si badi bene, due voti antitetici!) si ottiene l’oggettiva fisicità politica del candidato presidente.

E’ un aspetto non secondario del passaggio che stiamo vivendo e che, in termini di riflesso politico sul piano nazionale, sta già riconfermando da un lato e ridefininendo dall’altro il rapporto tra le regioni e il governo. La comunicazione verbale vi ha messo molto del suo, così il giornalismo un po’ di tutti i tipi, classificando i presidenti come “governatori“, quasi l’Italia fosse una federazione di Stati come gli USA. Così, siamo al punto in cui, pur senza aver votato in questo frangente alcuna modifica costituzionale, è come se si fossero tenuti due referendum: uno sul taglio del Parlamento e uno sul rafforzamento dei poteri dei singoli presidenti regionali sempre più satrapi locali, sempre meno figure di mediazione tra i loro territori e lo Stato.

Non sempre, però, la fisicità politica – come riforma non scritta ma proclamata ai quattro venti da giornali e televisioni e confermata dal voto – trova il suo equivalente nella “statura” altrettanto politica di chi viene eletto. La valanga di consensi riversata su Zaia, Toti e De Luca è la composizione di tanti timori più che di tante aspettative. Sembra aver preso forma una sorta di “sindrome di Stoccolma” tra i cittadini e i loro rappresentanti regionali: i primi liberamente costretti a sperare (quindi ad amare) di essere protetti dal padre guardiano di turno, i secondi a recitare molto bene la loro parte di feudatari un po’ imbolsiti dalla permanenza nelle stanze del potere, eppure rafforzati da una sovranità popolare che per disperazione vota, si affida, si genuflette ma senza idee, senza una chiara visione dei rapporti di forza sociali. Senza alcuna coscienza critica.

La combinazione tra l’effetto che avrà il SI’ al referendum e questo protendersi verso l’uomo della salvezza prescindendo dal risultato politico di una amministrazione regionale dopo cinque anni, è qualcosa di veramente allarmante: i prossimi passi potrebbero portare sulla scena nazionale il modello venutosi a creare con la fisicità onnipresente o la statura politica (a seconda dei casi) nelle singole regioni: un tempo fu Mario Segni a proporre il “Sindaco d’Italia”; allora andava per la maggiore l’elezione diretta dei sindaci. Oggi la moda è cambiata: da qui al presumere altre modifiche costituzionali nel nome del risparmio e della maggiore sovranità popolare nello scegliere direttamente il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio dei Ministri, il passo davvero è breve.

Dobbiamo stare molto attenti a non pensare che non vi sia alcuna correlazione tra SI’ al referendum e fisicità politica dei neo-presidenti di regione: è un tema trasversale che investe tanto le destre più focosamente spinte verso l’idea di una repubblica presidenziale quanto i giallo-rosa attualmente al governo del Paese.

Noi, popolo del NO, siamo una minoranza ma non esigua e non irrilevante: il tentativo plebiscitario è stato sconfitto almeno sul fronte referendario ma viene controbilanciato da quello ancora più pericoloso nel campo regionale. Impedire questa saldatura deve essere un imperativo categorico, una consegna civile e politica per i prossimi mesi. Unitamente ad una ripresa della lotta sociale, senza la quale ogni tentativo di mantenimento della democrazia in Italia rischia di diventare solo un miraggio.

MARCO SFERINI

23 settembre 2020

foto tratta da Wikimedia Commons

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