Alfonso Gianni: “Il NO ci difende da una ondata di antipolitica”

Nella giornata di apertura dei seggi, abbiamo pensato di chiedere direttamente al Comitato nazionale per il NO al Parlamento le ragioni della bocciatura della riforma voluta dei Cinquestelle e...
Alfonso Gianni

Nella giornata di apertura dei seggi, abbiamo pensato di chiedere direttamente al Comitato nazionale per il NO al Parlamento le ragioni della bocciatura della riforma voluta dei Cinquestelle e che finisce per operare soltanto un taglio lineare delle Camere senza alcun beneficio per il contesto democratico delle nostre istituzioni repubblicane.

Alfonso Gianni, una vita nelle forze politiche della sinistra e comuniste (dal Partito di Unità Proletaria al PCI per approdare poi a Rifondazione Comunista), è un politico nel senso più vero della parola perché ha saputo coniugare la sua passione ideale con quella sociale e culturale, diventando anche saggista e scrittore. Ha dato vita alla Fondazione “Cercare ancora” insieme a Fausto Bertinotti ed è oggi, in questa battaglia referendaria, un esponente del Comitato per il NO nato dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale. A lui abbiamo rivolto alcune domande per entrare nel contesto dei temi che si insinuano dietro le pieghe apparentemente sempliciotte e banali della demagogia pentastellata sul “taglio della casta”.

Oggi e domani si vota per il referendum definito “confermativo”: dovrebbe approvare una riforma che taglia il numero dei parlamentari nel nome dell’efficienza delle Camere e, soprattutto, del risparmio per le casse dello Stato. Perché ritenete demagogiche queste affermazioni dei Cinquestelle e di chi sostiene il cosiddetto “taglio delle poltrone”?

Innanzitutto sarebbe più corretto chiamare questo referendum “costituzionale”. il termine “confermativo” non è in Costituzione né nella legislazione ordinaria. E’ invalso in una cattiva pratica comunicativa, di cui è responsabile lo stesso Ministero dell’Interno. E non mi riferisco solo a quello attuale. Non pretendo di chiamarlo “oppositivo”, ma con un termine, “costituzionale” appunto che indica la materia ed è privo di qualsiasi implicita valutazione di merito o addirittura di suggerimento all’elettore. Anche questa volta lo abbiamo fatto presente ai mass-media, ottenendo anche dei risultati, ma a macchia di leopardo.

Detto questo, passiamo alla sostanza. Le argomentazioni del Sì fanno parte del più chiaro armamentario dell’antipolitica. Le abbiamo confutate una ad una. Il risparmio, secondo i calcoli dell’osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli, è di 57 milioni annui, il che significa, ovvero lo 0,007% della spesa statale, meno di un euro per ogni italiano, la famosa tazzina di caffè una volta all’anno. E’ da notare che il paragone con il costo di una tazzina di caffè che fa tanto imbestialire i fautori del Sì è stata usata, come si può vedere in un video facilmente reperibile su You tube, a riguardo dei presunti risparmi della controriforma di Renzi, proprio dal cinquestelle Danilo Toninelli! Memoria corta o totale incoerenza?

L’argomentazione che la rappresentanza non corre alcun pericolo è contraddetta dal fatto che il rapporto tra parlamentari e abitanti cambia completamente. Gli uffici studi del Parlamento hanno già chiarito che si passa da 1 deputato ogni 96.006 abitanti a 1 ogni 151.210. Il numero medio di abitanti per ciascun senatore cresce da 188.424 a 302.420. Oltretutto il voto cosiffatto al Senato introduce una diversità che cozza con il principio di uguaglianza del voto stabilito costituzionalmente: infatti un voto di un calabrese, per fare solo un esempio, vale la metà quanto a capacità elettiva di uno nato e residente a Trento. Con la vittoria del Sì il nostro paese diventerebbe l’ultimo in termini di rappresentanza tra i paesi dell’Unione europea. Hanno cercato di confutare queste cifre con curiosi contorcimenti aritmetici ma ovviamente non ci sono riusciti. C’è chi ha tirato in ballo il Senato americano che è composto da 100 membri, solo che quest’ultimo non rappresenta i cittadini ma gli stati. Due senatori per ogni stato indipendentemente dalla popolazione, dalla grande California al piccolo Rhode Island. Poi ogni singolo stato elegge la sua rappresentanza. Come si vede l’esempio non sta in piedi o casomai dimostra il contrario.

L’altra argomentazione usata dai Sì è che in meno si lavora meglio. Affermazione davvero pericolosa, perché spingendola all’estremo si potrebbe dire che sarebbe meglio concentrare tutti i poteri in una sola persona, come è già avvenuto in Italia prima sotto forma di tragedia, con il fascismo, poi di farsa, con il delirio della richiesta di pieni poteri lanciata da Salvini dalle spiagge romagnole. Il procedimento legislativo non avviene solo in aula, ma passa attraverso le commissioni, le quali sono 14, quelle di merito, per ciascuna camera. Un parlamentare deve appartenere a una commissione e non più di una. A queste vanno aggiunte le delicatissime giunte, poi le commissioni speciali bicamerali istituite da leggi ordinarie. Con 200 senatori, le commissioni sarebbero in mano a poche persone dei partiti maggiori. Poichè le commissioni lavorano anche in sede legislativa, ovvero varano leggi senza passare dall’aula, questo significa consegnare il potere legislativo a una ristretta oligarchia.

L’ultima argomentazione che mi ha particolarmente colpito da parte dei fautori del Sì è che il No disprezzerebbe il Parlamento perché si opporrebbe ad una decisione presa quasi all’unanimità dal quest’ultimo. Ma su questa questione vedo che c’è una domanda successiva per potere rispondere.

Il Parlamento ha approvato questa riforma quasi all’unanimità. Nel Paese, invece, in queste settimane il fronte del NO è cresciuto molto e persino i sondaggi non scartano più a priori la possibilità che il taglio delle Camere venga bocciato. Hai anche tu questa percezione?

La (quasi) unanimità della quarta votazione è frutto di un baratto politico. Si è venduto un pezzo di Costituzione per un accordo di governo. Cosa che non si dovrebbe mai fare, se non altro perché la Costituzione è la Carta fondamentale destinata a durare nel tempo, entro la quale si sviluppa la lotta politica e sociale, mentre un governo dura al massimo una legislatura. Alla prova dei fatti quella unanimità si è dimostrata del tutto fittizia. Infatti non c’è stato giorno che figure rappresentative o addirittura eccellenti del Pd, e in misura minore dei 5Stelle, non abbiano proclamato il loro No. In generale il fronte del No ha fatto passi in avanti, quello del Sì si è addirittura negato al confronto elettorale. Persino nelle tribune televisive regolamentate dalla commissione di vigilanza parlamentare. E’ accaduto a me due volte di trovarmi a discutere solo con un altro rappresentante del no, perché quelli del Pd e dei 5Stelle avevano rinunciato all’ultimo momento. Forse nella speranza di boicottare la trasmissione che invece si è regolarmente tenuta, anche se naturalmente con i tempi dimezzati. Sicuramente il Sì non sarà plebiscitario. Difficile dire, in una campagna elettorale così breve, tormentata dalla pandemia, cui si è sovrapposta in molte parti del paese quella per le regionali e comunali, se ce l’abbiamo fatta a rovesciare i rapporti che all’inizio venivano dati per scontati come a noi di molto sfavorevoli. Possiamo augurarcelo e nello stesso tempo essere consapevolmente soddisfatti di avere acceso nel paese una discussione sui fondamenti della democrazia, sul principio di rappresentanza, sulla necessaria complessità che ha la vita delle istituzioni democratiche. Abbiamo contribuito ad elevare la coscienza civile del paese, qualunque sarà l’esito delle urne.

I tentativi di cambiare radicalmente l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’assetto costituzionale della Repubblica non sono nuovi: vengono da lontano. Si può fare un paragone, pur con tutte le differenze evidenti, tra il ridimensionamento del Parlamento voluto dai fascisti nel 1929, le ipotesi formulate dalla Loggia P2 di Gelli sul monocameralismo?

Sì è vero, i disegni di restringimento della democrazia vengono da lontano. Direi che sono consustanziali alla vittoria del neoliberismo su scala internazionale. Alla fine degli anni settanta si pose, in particolare alle classi dirigenti nelle società del capitalismo maturo una grande questione: come rispondere ai nuovi bisogni, alle nuove domande che erano emerse dai movimenti sociali del ’68, operai, studenteschi, femministi, culturali. L’alternativa era: aprire la partecipazione democratica alla cosa pubblica, valorizzandone tutte le espressioni tanto alla base quanto ai vertici, oppure al contrario stringere il collo della bottiglia per impedire che quelle nuove domande potessero giungere nelle sedi deputate. E’ prevalsa questa seconda posizione.

Il capitalismo, anzi il finanzcapitalismo ha dimostrato di essere incompatibile con la democrazia. Da allora abbiamo assistito a un continuo attacco alle istituzioni democratiche per vie illegali – la loggia P2, che nel suo programma contemplava tra l’altro la riduzione dei parlamentari, ne è un esempio – come per via legislativa e di modifica costituzionale come nel caso delle controriforme di Berlusconi prima e di Renzi poi, entrambe respinte dai referendum popolari del 2006 e del 2016.

Oggi siamo di fronte a un nuovo tentativo, a un nuovo assalto. C’è un filo nero che collega tutti questi tentativi ed ha una dimensione internazionale, anche se qui, per semplicità, ho parlato solo del nostro paese. Proprio per questo non ha senso dire che questa riforma è poca cosa e che tutto rimarrà come prima, qualunque sia l’esito. Spiace che un ragionamento di questo generi alberghi anche in alcuni settori del pensiero democratico che hanno scelto l’astensione. Una decisione del tutto incomprensibile, dal momento che in un referendum senza quorum l’astensione non ha alcun senso e alcuna efficacia.

Se prevarrà il NO potremo dire di aver sconfitto ancora una volta una voglia di manomissione del ruolo del Parlamento, di aver impedito la fine dell’equipollenza tra i tre poteri dello Stato e aver preservato quella sufficiente democrazia formale che è poi il prodromo di quella sostanziale (se unita ad una politica di giustizia sociale). Ma se dovessero vincere i SI’… Quale sarebbe l’effetto immediato?

Se ti riferisci alle sorti del governo non credo che l’esito del referendum sarà particolarmente influente. Casomai può esserlo quello delle elezioni regionali se la destra dovesse sfondare da tutte le parti. Quelli del Sì che fanno del piccolo terrorismo mediatico sostenendo che si minaccia la tenuta del governo votando No, possono leggersi gli andamenti dei mercati finanziari in queste ore e i report di J.P. Morgan – per fare un esempio – che non prevedono fibrillazioni significative per la situazione politica italiana connesse all’esito referendario. Possono esserci ripercussioni all’interno dei partiti di governo, in particolare nel Pd. Questo sì, ma l’arrivo dei fondi del Recovery Fund e la loro gestione mi sembra essere un potente collante tale da sconsigliare l’apertura di crisi di governo. In ogni caso il voto è sulla Costituzione e questo deve essere libero, non condizionato e non condizionabile da calcoli politici di qualunque natura.

Se prevale il Sì, l’antipolitica e il populismo dall’alto, quasi una contraddizione in termini, faranno un passo in avanti. Il prossimo potrebbe essere l’introduzione del vincolo di mandato in Costituzione, una spinta verso il premierato e verso un Repubblica presidenziale. Insomma il collo della bottiglia si restringerebbe sempre più verso una “democratura”. Certo noi continueremo la nostra battaglia per la difesa e l’ampliamento della democrazia, oltre che per i bisogni e i diritti sociali, avendo a che fare con il grande tema della ricostruzione del paese dopo la crisi pandemica e la recessione economica. ma indubbiamente in condizioni ancora più difficili

Facciamo anche a te una domanda rivolta ad Angelo D’Orsi: siamo per strada e dobbiamo provare a convincere con alcune semplici parole un probabile elettore del “sì” a votare invece “no”. Cosa gli diciamo?

In primo luogo cercherei di parlare con questo occasionale interlocutore, allo scopo di capire le motivazioni del suo Sì. Perché possono essere diverse e quindi, se lo si vuole convincere, bisogna usare gli argomenti adeguati.

Se incontro uno conquistato dall’epica lotta alla casta, gli suggerirei di guardare al comportamento concreto dei cinque stelle e dei membri dei partiti che si sono pronunciati per il Sì. Scoprirebbe fior fior di “poltronisti”, per usare quel pessimo linguaggio. Non è forse vero che Luigi Di Maio ha cominciato la sua carriera di uomo di governo sedendosi addirittura su due poltrone ministeriali, entrambe di peso, quale quella del Ministero dello sviluppo economico e quella del lavoro? Da che pulpito la predica!

Se invece incontro uno che sostiene il Sì convinto che poi seguirà una stagione di riforme a partire dalla legge elettorale, gli direi che non esistono promesse, se non quelle da marinaio. In politica il dopo è sempre incerto, se uno si affida a questo entra in un pessimo gioco. Nessuno può garantire che ci sarà una buona legge elettorale. Quella che si profila, il Brescellum non lo è affatto. Si dice proporzionale ma con una soglia di sbarramento esplicito del 5% rimarranno fuori formazioni tutt’altro che marginali. Nello stesso tempo il mantenimento delle liste bloccate perpetuerà la pratica dei parlamentari non scelti dai votanti ma nominati dalle segreterie e dai potentati dei partiti.

Se incontro chi mi dice che questo Parlamento fa schifo e che basta ascoltarne i dibattiti, gli direi di non confondere l’organo con chi ne fa – provvisoriamente – parte. Qui si taglia il Parlamento, decurtando le sue funzioni e il suo ruolo, non solo si riducono in modo lineare i suoi membri. E aggiungerei che la qualità di un organismo dipende dai modi e dai metodi di selezione di chi lo compone. Se questi derivano da un click su un tasto del computer è un conto, se invece sono le lotte sociali, di genere, culturali a produrre questa selezione allora avremo parlamentari consapevoli e capaci. Come avvenne per le prime legislature: fu la Resistenza e le lotte sociali e di classe successive che selezionarono una classe dirigente politica e parlamentare che – pur tra molti limiti, difetti, presenza di interessi di classe contrapposti – poteva definirsi tale.

MARCO SFERINI

20 settembre 2020

foto: screenshot

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