Addio a Rossana Rossanda :: Le intense passioni di una donna austera

Una grande storia. Rossana è stata una grande intellettuale inedita: colta e raffinata, ma insieme fino in fondo militante come qualsiasi altro compagno di base. Senza negare rotture e contrasti, voglio riportarvi a mente un pezzo del nostro vissuto che spiega come anche i conflitti non abbiano incrinato i nostri rapporti
Rossana Rossanda

L’ho vista per l’ultima volta giovedì, prima di ripartire per un altro comizio della campagna elettorale e referendaria in corso. Le piaceva che le raccontassi cosa succedeva, come si mettevano le cose in questo o quel posto. Perché Rossana, impedita a muoversi dal maledetto ictus che da tanti anni l’aveva paralizzata, continuava a girare per il mondo con la testa: il tavolo accanto al suo letto sempre carico di libri appena usciti, ma anche di quelli che le consentivano di tornare a cose importanti del passato.

Adesso leggeva sulla storia della Cina. E poi i giornali, la tv, le visite dei compagni che ormai l’affaticavano molto ma cui cercava di non rinunciare perché erano un canale di comunicazione col mondo di cui la malattia l’aveva privata.

Rossana, staffetta partigiana col nome Miranda, ha sempre continuato ad essere combattente, a prendere parte e posizione. Quando dopo i tanti anni passati a Parigi, accanto a Karol diventato cieco e perciò bisognoso di assistenza costante, tornò a Roma, la prima cosa che mi disse arrivando fu: chiediamo al manifesto di pubblicare un inserto settimanale di 8 pagine, una nuova rivista di cui c’è bisogno. La guardai meravigliata: tu – le dissi – hai 93 anni, io 88, non mi pare possibile. Ma lei era così, non voleva arrendersi. Era sconcertata dalle grandi difficoltà in cui si dibatte la sinistra italiana, che, tornata in Italia dopo tanti anni, aveva trovato più gravi del previsto, ma mai per un momento ha pensato di chiudersi come tanti in un malinconico distacco dall’impegno.

In occasione dell’ultima campagna elettorale, quella per le elezioni europee, venne persino a partecipare a una iniziativa in favore della lista Sinistra ad una Casa delle donne che, saputo della sua presenza, fu affollata come mai. Ma anche all’ultimo congresso di Sinistra Italiana a Rimini pensò bene di inviare un messaggio che fu letto da un giovane compagno emozionato e accolto da un lunghissimo, commosso applauso di tutti i delegati in piedi che cantarono l’Internazionale. Non la preoccupava cosa ci fosse di accordo o disaccordo, le premeva dire che lei era dalla parte di chi cercava di restare in campo.

Perché Rossana è stata una grande intellettuale inedita: colta e raffinata, ma insieme fino in fondo militante come qualsiasi altro compagno di base. A Milano, dove a lungo ha diretto la Casa della cultura, una straordinaria finestra sulle nuove avanguardie europee da cui gli italiani erano rimasti, per via del fascismo, tagliati fuori, Rossana è stata anche membro della segreteria di una Federazione impegnata soprattutto nel lavoro con la nuova classe operaia.

Curiosa vicenda politica la sua: la Casa della cultura milanese che lei dirigeva fu bersaglio di critiche da parte della leadership Pci di allora, e anche Togliatti non era stato da meno – basti ricordare la rottura con Elio Vittorini. E però fu Togliatti stesso che la scelse per affidarle la allora importantissima commissione culturale nazionale del partito. Ed è così che arrivò a Roma.

Ma è a Milano, nella sua casa di via Bigli, che già dalla fine degli anni ’50, avviammo le prime riflessioni che 10 anni dopo ci portarono alla creazione Manifesto rivista. Lucio Magri era allora anche lui a Milano, nella segreteria del comitato regionale lombardo; Aniello Coppola era vicedirettore dell’Unità milanese; Achille Occhetto – sì, c’era anche lui con noi. E Michelangelo Notarianni, segretario della Fgci della città cui succedette Lia Cigarini, che fu poi la prima, già dal numero 2 del futuro Manifesto, nella iniziale versione di mensile, a scrivere del femminismo. E, ancora, Luca Cafiero, giovanissimo docente della facoltà di filosofia e futuro leader del movimento studentesco milanese e poi del Pdup.

Da Roma arrivavo io che ero direttore del settimanale della Fgci, Nuova generazione; e Beppe Chiarante che era a Paese sera dopo esser stato nella rivista di Franco Rodano, Il Dibattito politico. Volevamo, già allora, fare una rivista, che avrebbe dovuto chiamarsi Il Principe, un nome tirato fuori dagli scritti di Gramsci che, a sua volta, l’aveva tratto da Machiavelli. Volevamo con questo sottolineare la necessità di un partito capace di egemonia e di sguardo lungo.

Non se ne fece niente, allora. L’idea de il manifesto maturò molto più tardi, in definitiva sempre a casa di Rossana, romana questa volta, a via San Valentino, proprio di fronte alla mia. Ma allora la nostra rete di amicizie – non fummo mai una corrente – si era arricchita di altri compagni, Trentin, Garavini, anche Reichlin, e del giovanissimo collaboratore di Rossana a Botteghe Oscure, Filippo Maone. E, soprattutto, di Pietro Ingrao.

Il resto della storia la conoscete tutti. Ho voluto ricordare i suoi esordi meno noti per sottolineare ancora una volta quanto Rossana sia stata importante nella creazione del Manifesto, e poi, naturalmente, nella sua storia successiva. Ci incontravamo a casa sua sin dall’inizio, perché lei fungeva da raccordo. Senza il suo apporto di intellettuale e comunista militante non saremmo mai diventati quel che il manifesto è stato.

Non voglio sottacere i contrasti, anche aspri, che hanno marcato in certe fasi la storia del nostro gruppo. La più dolorosa e nociva: la frattura, a un certo punto, fra giornale e partito, il Pdup. E le rotture più recenti, di cui Rossana ha molto sofferto. Ma voglio riportavi a mente un pezzo del nostro vissuto che spiega come anche i conflitti non abbiano incrinato i nostri rapporti.

Quando Lucio Magri, assalito da una depressione grave che lo aveva portato a concludere che la sinistra non sarebbe stata in grado di riprendersi dalla sconfitta degli anni ’90 per molti decenni e che lui a quel punto sarebbe stato comunque già morto, decise di porre fine alla sua esistenza, è a Rossana che ha chiesto aiuto. E Rossana volò a Milano da Parigi, dove i due si incontrarono e insieme andarono in Svizzera. Passarono due giorni, gli ultimi due giorni, a parlarsi, passeggiando attorno al lago d Lugano. Ebbi fino all’ultimo lunghe telefonate con l’uno e con l’altra, fino a quando Rossana mi chiamò per dirmi che Lucio se ne era andato tenendole la mano. Fu tristissimo, ma in quei colloqui ci dicemmo anche che la nostra avventura politica era stata bella. Accompagnarlo in questo ultimo dolorosissimo viaggio è costato molto a Rossana, un dolore di cui spesso mi parlava, una ferita aperta. È stata una prova di amicizia straordinaria, che dice quanto affetto ci abbia legato nonostante i litigi.

Vorrei ringraziare a nome di tutti voi lettori Doriana Ricci, che era stata segretaria e amica di Rossana quando era ancora al giornale. Non solo per la straordinaria assistenza che le ha prodigato in questi anni, ma in particolare per aver fatto per lei una cosa bellissima: solo pochi giorni fa, fra la fine di agosto e l’inizio dei settembre, ha preso il coraggio a due mani e l’ha portata al mare, in un albergo sulla spiaggia vicino a Sperlonga; e, grazie a una speciale lettiga di gomma, le ha fatto fare il bagno nel mare! Il mare: una delle grandi passioni di Rossana. L’altra: Karol, il suo secondo marito. È la storia di un grande bellissimo amore. Perché Rossana, così apparentemente austera, è stata una donna di grandi passioni.

LUCIANA CASTELLINA

da il manifesto.it

foto: screenshot

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