Una nuova serie di giustificazioni per vecchi pregiudizi

E’ “politicamente corretto” che si rida alle battute di Pio e Amedeo? E’ una domanda sulla domanda dei due comici, indirettamente posta, se non si possa anche scherzare su...
Il duo comico "Pio e Amedeo"

E’ “politicamente corretto” che si rida alle battute di Pio e Amedeo? E’ una domanda sulla domanda dei due comici, indirettamente posta, se non si possa anche scherzare su termini che sono appellativi insultanti, volgari e discriminatori. Le parole sono fatte di grafemi che sono come pietre: restano lì, scolpite su fogli, su siti web, su titoli di giornali e nella mente delle persone. A volte, se fanno parte soltanto del discorso, possono pure volare via ed essere obliate. Altre volte invece no.

E’ vero: il contesto in cui si pronunciano le parole è determinante per stabilire le modalità di uso di un termine piuttosto che un altro, oppure per significare meglio un certo passaggio di un concetto rispetto allo stesso periodo in cui si trova inserito. La parola è dunque un mezzo e il modo in cui la utilizziamo dice tanto di chi la usa quanto di chi la riceve: se chi la usa lo fa malamente, potrà non essere compreso – nel migliore dei casi – ed essere quindi ignorato; nel peggiore sarà equivocato e mal gliene incoglierà…

Pio e Amedeo sostengono che in fondo si può essere un po’ meno “politicamente corretti”, usando tutte le parole e scherzando un po’ su tutti i pregiudizi che si hanno: anche quelli sul linguaggio stesso. Dire “negro” ad un negro scherzando, dire “frocio” ad un omosessuale scherzano, oppure “finocchio” o “troia” ad una donna. Sempre scherzando. Per farlo devi essere proprio, ma proprio tanto amico di quella persone e trovarti in un contesto tale da essere certo che, pur appellando così quel tuo amico o quella tua amica, arrivi loro immediatamente, con la battuta, il senso della stessa, il vestito di ironica irriverenza che hai voluto adoperare.

Tra gay si può scherzare facendo le checche e dicendoci: «Ciao brutta troia!». Non è proprio il massimo dell’eleganza parlata e nemmeno della raffinatezza espressiva, ma può divertire se non fa veramente del male a nessuno. Ma a stabilire se una parola, un epiteto, una frase possono ferire emozionalmente, sentimentalmente e psicologicamente qualcuno chi è? Il senso comune? Noi singolarmente? O il “politicamente corretto”?

Partiamo da quest’ultimo: è, come tutti i topos umani, una mera invenzione. Non esiste nessun “politicamente corretto“: esistono educazione e voglia di confronto e, di contro, maleducazione e voglia solo di scontro. Se il cosiddetto “politicamente corretto” viene sovente scambiato con la pedanteria, non è colpa di chi cerca un dialogo civile ma di chi ritiene che certi formalismi siano ampollosità da poter trascurare e che si possa fare a meno di convenevoli ed essere – come si sul dire – “diretti“.

La sincerità avrebbe dunque bisogno della volgarità per essere evidente a tutti? Se il livello è questo, vuol dire che la cultura generale è molto bassa e che il Paese in cui viviamo l’ha trascurata per troppo tempo.

Ma Pio e Amedeo sostengono che si può essere sinceri invece sulle parole che non fanno parte solitamente del confronto, ma dello scontro: sono quei termini che, se rivolti da un perfetto sconosciuto ad un altro perfetto sconosciuto, allora causano una reazione di offesa, di rabbia, di stizza e magari pure violenta.

Ad un ragazzo bullizzato per la sua omosessualità, dire «Ehi! Frocione!» non è scherzare ma fargli – nel migliore dei casi – sopportare quella che si ritiene essere una propria simpatica battuta. Magari pure amichevole. Se una parola o una frase si tramutano in una offesa morale e psicologica, allora non sono più parole ma violenze. Non esiste un codice etico del linguaggio come esiste il codice per la navigazione marittima o quello che regola la circolazione stradale. Non esiste perché quel tipo di regolamento è affidato alla coscienza di ognuno di noi che deve uniformarsi alla sensibilità singolare e anche collettiva.

Questo non vuol dire che la censura deve pesantemente calare sui film come “Via col vento” per gli stereotipi razziali che vi sono presenti; così nemmeno su film di comicità di grana grossa dove le parole “ricchione“, “frocio“, “culattone” erano sdoganate nel vis comica degli anni ’70 e ’80, quando invece era impossibile dire anche soltanto “cazzo” o “porca troia” in televisione.

La tv di Stato principalmente, ma anche le reti commerciali, avevano parecchio riguardo a questo proposito: la televisione si rivolgeva e si rivolge all’universo del pubblico, mentre un film scegli di vederlo se vai in sala o se cambi canale col telecomando. Gli spettacoli “nazional-popolari“, pertanto, erano e dovevano essere “politicamente corretti“, anche nel senso di usare le buone parole giuste al conformismo borghese dell’epoca, ma soprattutto evitare di satirizzare troppo su alcuni personaggi della vita politica del Bel Paese.

Il “politicamente corretto” evocato da Pio e Amedeo è un alibi per continuare ad essere indulgenti verso l’utilizzo di un linguaggio che perpetua nel tempo pregiudizi ancestrali che andrebbero invece progressivamente “visti” da ciascuno, quindi elaborati e allontanati. Cambiando, evolvendo e superando una serie di abitudini e di consuetudini che, solo perché datate nel tempo, non sono regola e nemmeno possono accampare la pretesa di dirsi “la normalità“.

Del resto, se due comici fanno appello all’allegria per contrastare la cupa seriosità di un linguaggio che altro non è se non rispettoso di chi ci sta innanzi, è vero che tutto questo avviene ogni giorno non solo nei confronti degli esseri umani, dei nostri simili, ma anche degli animali non umani: «Testardo come un mulo», «Sei un maiale!», «Sei una vacca!», «Sei un’oca!», «Matto come un cavallo», «Sembri una scimmia», «Cervello di gallina!», «Che porco!», «Fai il tonno?», «Che coniglio!», «Cane bastardo!», «Sei un avvoltoio!», «Che zoccola…», «Sei un serpente!»… Insulti animaleschi ve ne sono a centinaia, partendo dal più generico: «Bestia!», declinato in altri mille forme: «Come le bestie…», «Bestiale!», «Imbestialito», «Nemmeno le bestie…».

Qui ci troviamo davanti al rapporto tra presunta superiorità della specie umana rispetto alle altre specie considerate aliene e totalmente estranee a noi stessi. Ma sarebbe meglio, pure in questo ultramillenario rapporto tra umani e animali, iniziare a cambiare punto di vista, riflettendo sul fatto che la nostra maggiore intelligenza non è il presupposto su cui edificare un regime di antropocentrismo assoluto (e nemmeno relativo o minore): grazie alla complessità del nostro cervello (di cui si conosce appena un decimo delle funzionalità, così come si conosce solo il 5% della materia di cui è costituito l’intero universo) abbiamo diritto di dominio sulle altre specie e sul pianeta?

Noi lo consideriamo “nostro“: «La nostra terra». Ma è di chi la abita in uguale misura. Per tutte e tutti: animali umani e animali non umani. Così dovremmo riferirci quando pensiamo agli altri esseri viventi che vivono in questo globo terracqueo. Invece da millenni schiavizziamo e sottomettiamo alle nostre esigenze ogni specie animale, distruggendo la vita di miliardi di esseri viventi ogni anno per una dieta onnivora descritta come “naturale” per l’essere umano.

Proprio in virtù della nostra maggiore intelligenza, visto che possiamo distinguere e scegliere, a differenza del leone che agisce per istinto, ma pure del koala che conosce solo l’eucaliptus (e che peraltro non si lamenta affatto della sua dieta vegetariana), dovremmo essere indulgenti anche sulla sofferenza animale non umana e considerare la morte degli animali giusta quando riguarda il nostro palato ed ingiusta se riguarda il nostro cane o il nostro gatto?

Se ci si riflette un poco, è una forma di “politicamente corretto” anche questa: una tolleranza che si usa per assolversi da comportamenti di cui si sente tutta la contraddizione tra il dire «Io amo tutti gli animali» e il fare: «Però il salame mi piace…». Non esiste nessuna correttezza da attribuire a chi mette in evidenza queste disumane discrepanze: è un percorso analitico interiore ma anche una operazione di acculturamento di massa che devono viaggiare di pari passo, insieme a cambiamenti legislativi, ma prima di tutto battendosi perché cambi il regime economico e vengano ridotte a merce sempre meno esseri viventi, sempre meno cose.

La lotta contro le discriminazioni di ogni tipo, culturali, etniche, religiose, sessuali, di genere, di minoranza, è lotta che si lega a quella contro la considerazione degli animali non umani come esseri al servizio nostro. L’antispecismo è ormai parte di un anticapitalismo evoluto che deve unire alla liberazione umana quella di ogni animale, comprendendo in tutto ciò la necessaria difesa dell’ecosistema, della natura, della casa globale in cui tutte e tutti stiamo.

La rivoluzione la si fa partendo dalle piccole esperienze quotidiane: iniziando anche a cambiare il proprio linguaggio e considerando sempre offensivo e lesiva della libertà e della dignità altrui qualunque parola che possa essere equivocata o che rappresenti oggi ancora una forma di stigma generalmente tollerato dal cattivo tribunale dell”opinione pubblica“.

Grazie a Pio e Amedeo: non ci hanno fatto ridere ma, almeno, ci hanno permesso di aprire un dibattito collettivo su fino a dove la nostra libertà può spingersi fino a non ledere quella altrui.

MARCO SFERINI

4 maggio 2021

foto: screenshot

categorie
Marco Sferini

altri articoli