Non c’è dubbio che Giorgia Meloni, prossima premier italiana, abbia assunto su di sé l’eredità politica di Giorgio Almirante e che quest’ultimo, a suo tempo, avesse trasferito nel Movimento Sociale Italiano l’eredità di Benito Mussolini e del fascismo.

Il fatto è inequivoco perché storicamente fondato e persino esibito dal partito dei Fratelli d’Italia che sottolinea con orgoglio il filo, potremmo dire senza offendere alcuno, nero, che va da Giorgio a Giorgia, quasi a voler cancellare l’abiura, più o meno totale, più o meno sincera, che del fascismo aveva fatto Gianfranco Fini con la svolta di Fiuggi nel 1995.

Il governo italiano, cento anni dopo la marcia su Roma, sarà dunque a breve nelle mani di un esponente in continuità non dissimulata con il fascismo, come del resto ricordano le analisi che in queste ore piovono sul voto italiano da tutto il mondo. Ciò che, però, non è detto è che questa indiscutibile continuità storico-politica ha davvero poco a che fare con le ragioni del successo elettorale del partito di Giorgia Meloni.

Un elettore italiano su quattro lo ha votato non in quanto erede del fascismo ma, come già in passato hanno mostrato con le loro affermazioni la Lega o il M5S, perché ha saputo offrire alla parte più debole del Paese, ora millantando rifugio in dio, patria e famiglia, una possibile protezione dai disastri provocati dalle pratiche economiche neoliberiste.

Il successo della destra, non da oggi, segna la difficoltà di affermarsi in Italia di quella sinistra cui spetterebbe dare risposta alle rivendicazioni e al disagio sociale dei lavoratori e dei ceto meno abbienti. Questo spazio è stato occupato per molti anni dal Partito democratico che ha, sin qui, saputo abilmente sfruttare la riluttanza dei vecchi elettori comunisti e, in parte, democristiani ad abbandonare la casa dei padri.

Ora questo antico lascito sembra esaurirsi anche per ragioni anagrafiche. Il colpo di grazia potrebbe averlo dato Enrico Letta pur senza avvedersene, il che aggrava il giudizio da dare sull’uomo politico. Ha stretto un’alleanza elettorale con la sinistra di Fratoianni e di Bonelli con i quali ha però dichiarato di non voler governare e ha, viceversa, rifiutato l’intesa con i potenziali alleati di governo nel dopo elezioni!

Un’astrusità che il rispetto di nessuna “agenda” può far comprendere o giustificare. Sinistra italiana, da parte sua, pur di mettere al sicuro la presenza in parlamento, ha rinunciato alle dichiarate ambizioni di costruire una nuova sinistra che “serve all’Italia e manca in Europa” aggrappandosi alla ciambella incoerente e scoordinata lanciata da Letta. Unione Popolare, con buone idee ma troppo frettolosamente sbarcata alle elezioni, sconta la quasi totale disattenzione dei mezzi di informazione.

Il nuovo Movimento 5 Stelle, saldamente in mano a Conte, si definisce, per più o meno comprensibili ragioni di marketing elettorale, pudicamente progressista ma attinge a piene mani nell’elettorato tradizionale della sinistra.

Da questo disastrato panorama occorre ora ripartire sapendo anzitempo che anche Giorgia Meloni, come i suoi precedenti a palazzo Chigi, non potrà tenere a lungo insieme gli interessi di pochi privilegiati vincenti nella competizione sociale con la moltitudine dei perdenti.

La sinistra ha cinque anni di tempo per riorganizzarsi. Non sono pochi ma non vanno sciupati. Il racconto nuovo che può mettere insieme tutti può partire dalle risposte da dare alla crisi climatica, così trascurata in campagna elettorale ma così pressante da non lasciare più che esigui margini di tempo.

La consapevolezza del baratro nel quale l’umanità sta per cadere dovrebbe essere il migliore degli incentivi a mutare il modo con il quale gli uomini abitano il pianeta. La sopravvivenza della specie umana è legata alla capacità che avremo di affrontare e ridurre drasticamente le insostenibili sperequazioni territoriali e sociali che portano alle guerre e alla distruzione del nostro habitat naturale.

PINO IPPOLITO ARMINO

da il manifesto.it

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