L'”anomalia Conte” nello stagnante panorama della politica italiana

Il tema della popolarità nel mondo istituzional-politico è un po’ da sempre il termometro con cui si misura il consenso, perché proprio dal grado di adesione alle azioni di...
Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

Il tema della popolarità nel mondo istituzional-politico è un po’ da sempre il termometro con cui si misura il consenso, perché proprio dal grado di adesione alle azioni di questo o quell’esponente di partito o semplice professore di diritto prestato alla Presidenza del Consiglio dei ministri si misura, di riflesso, anche la tenuta vera e propria di un governo. Essere popolari, dunque, può a volte significare agire contro gli interessi comuni, magari con spietate politiche liberiste, ma apparire al contempo come i migliori salvatori della nazione.

Si tratta di contraddizioni che la democrazia si porta inevitabilmente appresso: la popolarità non necessariamente è traducibile in consenso elettorale. Un cantante può essere popolare; oppure può esserlo un uomo di successo nel campo dell’imprenditoria; oppure ancora può diventare popolare un misconosciuto che viene gettato nell’agone dei palazzi di Stato da una traduzione pseudo-rivoluzionaria nell’individuazione di nuove menti e di nuove braccia prestate alla politica con metodi non convenzionali, senza “gavetta“, ma proponendo assunti del tipo «Ognuno vale uno».

Giuseppe Conte, infatti, non viene fuori tre anni fa dal cilindro magico di qualche prestigiatore, anche se la comicità un poco si avvicina alla magia: se non altro è sorprendente nelle freddure, nelle battute che scardinano la logicità dei passaggi mentali e ci mettono davanti ad un imprevisto piacevole, ad un’affascinante capacità di tradurre in scherzo, in sberleffo anche le seriosità più intransigenti e cupe.

Le ipotesi sono due: il Conte che viene scelto anche per le sue capacità professionali da ribaltare sul piano politico insieme ad un pizzico di fortuna per le altre capacità che possiede, quelle meno evidenti, ossia di essere un compassato e abile gestore di una complicata macchina amministrativa, unitamente alla virtù (non secondaria) di mediazione tra le differenti istanze dei partiti e dei movimenti; oppure il Conte che viene scelto anche per le sue capacità professionali e che, inaspettatamente, per un puro disegno del fato, del destino della politica italiana, si trova a scoprire da sé stesso di averle quelle qualità e le consolida di giorno in giorno.

Sta di fatto che il Presidente del Consiglio, l'”avvocato del popolo“, ha dimostrato a tutti di andare oltre il semplice “sapersela cavare“: da ignoto numero uno è divenuto in pochissimo tempo una rivelazione per un mondo politico che si riciclava di continuo e che proponeva e riproponeva non solamente vecchi schemi per la formazione di questo o quell’esecutivo, ma che incastri di figure eminenti e disdicevoli allo stesso tempo cercando per loro incasellamenti nuovi per giustificare equilibri sempre più precari nella gestione amministrativa dello Stato.

L’arrivo di Conte a Palazzo Chigi ha permesso al mondo padronale dello Stivale di evitare l’imbarazzo di affidarsi mani e piedi alla spregiudicatezza sovranista, ai suoi toni estranei al protocollo istituzionale e ai suoi modi rozzi e privi di qualunque qualità mediatrice tanto con le forze di maggioranza quanto e soprattutto con quelle di opposizione. Questo non vuol dire che Conte sia stato un freno alle vergognose decretazioni che, dopo le leggi razziali fasciste del 1938, hanno messo in forza di norma princìpi disumani nei confronti dei migranti o stabilito per il Paese un regime di securitarismo privo di qualunque aderenza con i dettami costituzionali.

Un abile politico scoperto quasi per caso, molto paterno nel suo approccio verso la popolazione, disposto sempre al dialogo e alla conciliazione delle problematiche di governo tramite il confronto: poco accondiscendente allo scontro, accentratore ma pure rispettoso dei confini dei singoli ruoli ministeriali. Forse un po’ argutamente ruffiano nel mostrarsi prodigo di ipotesi alternative da valutare come centro della mediazione tra i partiti, avvicinando e non disgiungendo, molto poco retorico, in apparenza energicamente pragmatico.

Sono tutte qualità morali e comportamentali che non si possono negare all’uomo e al politico di breve corso. Giuseppe Conte in meno di tre anni è diventato, pare, insostituibile nel suo ruolo di capo del governo della Repubblica: sembra non vi siano nomi in campo per poter pensare a quel “Conte ter” di cui si parla in ogni giornale e di cui si fa un gran discutere nell’approssimarsi di una verifica di governo che, nel rispetto del linguaggio della politica vera, significa o crisi anticipata o risoluzione della stessa crisi. Tertium non datur.

Intendiamoci: nessuno è insostituibile, proprio perché nessuno avrebbe scommesso un nichelino sulla possibilità che tra un Di Maio e un Salvini potesse farsi così largo la figura di un Presidente del Consiglio messo lì come compromesso utile per tenere insieme due forze politiche che si sono rivelate molto più in sintonia rispetto alla loro storia e alla provenienza di molti dei loro maggiori esponenti nazionali. Invece è nato allora un politico che aveva delle doti se non innate, quanto meno frutto di una cultura, di un lavoro e di un interesse per la res publica tipico dei vecchi leader democristiani d’un tempo, quelli che invece la gavetta la facevano per decenni prima di diventare capi di un governo dello Stato italiano.

Croce e delizia: Conte, enfant prodige di una fase della politica in cui populismi, sovranismi e finte sinistre si sbirciano e si scrutano senza concedersi troppa fiducia, viene persino promosso al rango di “uomo per tutte le stagioni“. Passi per il Movimento 5 Stelle, di cui è indipendente rappresentante e figlio putativo, che lo accetta senza condizioni e ne condivide (quasi) sempre le mosse politiche, ma tanto nel primo quanto nel secondo suo governo, Giuseppe Conte tiene insieme i “quasi-opposti“, facilitato dal fatto che il M5S, per il suo interclassismo, per il suo essere a-ideologico e privo di riferimenti culturali consolidati, è camaleontico.

L’indispensabilità politico-gestionale di un Conte che oggi diviene il maggiore rappresentante istituzionale nella scena pandemica italiana (fatta eccezione per il Presidente della Repubblica che lo è di diritto e di fatto), ne fa – a dispetto di qualunque sondaggio favorevole o contrario alla statura che si è costruito nel contesto istituzionale facendosi largo nella popolarità del Paese – un avversario a pieno titolo di un Renzi che, invece, ha tutt’altro curriculum e provenienza (“Ruota della fortuna” inclusa).

A differenza di altri leader dell’oggi e dell’ieri, per cui l’enigma del consenso è oggetto di studio, la figura di Giuseppe Conte sarà indagata da politologi e storici per la singolarità molteplice che esprime, per avere al momento attraversato il guado delle mutazioni politiche italiane con la leggera seraficità di chi va incontro ad un destino che ritiene di poter dominare proponendo l’esatto opposto di ciò che si attendono i propri avversari: alla tracotanza sovranista dei “pieni poteri” oppone la democrazia parlamentare, mentre all’eccessivo rigore liberista di Italia Viva oppone la sponda resistente di un finto interesse sociale a doppio marchio PD-M5S.

Sorpreso, come tutti, dal Covid-19, regge l’urto e governo a colpi di DPCM: l’urgenza mette tutto in secondo piano e così oltrepassa il decisionismo autoritario delle destre, le pone all’angolo di loro stesse e le rintuzza sempre e soltanto con un piglio che si rifrange nello specchio del politico che pensa prima di agire e che non eccede in avventate risposte provocatorie e che, così, evita anche gaffe di cui non ha bisogno per farsi notare.

La popolarità è consenso e viceversa. Conte non è a capo di un governo popolare, sociale, di sinistra, ma le circostanze hanno fino ad ora giocato a suo favore: ed è, peraltro, difficile da contestare il fatto che abbia interpretato con abilità il ruolo di mediatore tra esigenze pubbliche e sociali e voracità capitalistica e bancaria nel governare la crisi economica. Praticamente un tatticismo atto a instaurare una sorta di “pace sociale” in un momento veramente storico: mentre la povertà aumenta, si detassano i ricchi, non viene introdotta alcuna imposta patrimoniale (nemmeno una tantum…) e vengono vendute fregate all’Egitto dove è morto Giulio Regeni, dove è sempre prigioniero Patrick Zaki.

Adesso la crisi sembra alle porte. Ma la parola prima è alla verifica di maggioranza e, possiamo esserne certi, anche in questo caso Conte metterà in campo tutta la sua retorica istituzionalista e tutte le sue capacità di affabulatore popolare per convincere facilmente molti di noi e un po’ meno Renzi, Boschi e Rosato che le modifiche delle cifre destinate nel Recovery Fund a sanità e infrastrutture e cambiare qualche ministro sia sufficiente per andare oltre la lotta di potere che si è scatenata.

La pandemia incombe e nessuno vuole rimanere con questo cerino (enorme) in mano… Adesso è il momento di tirare i dadi, di venire, di vedere e magari di vincere ancora col favore delle contraddizioni altrui.

MARCO SFERINI

6 gennaio 2021

foto: screenshot

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