L’autunno della Lega: crisi o apogeo del salvinismo?

Forse è vero ciò che scrivono alcuni giornali oggi: solo una vittoria della Lega e delle destre in Toscana potrebbe consentire a Salvini di oltrepassare una fase perigliosa, fatta...
Salvini contestato a Torre del Greco

Forse è vero ciò che scrivono alcuni giornali oggi: solo una vittoria della Lega e delle destre in Toscana potrebbe consentire a Salvini di oltrepassare una fase perigliosa, fatta di processi per atti commessi nell’esercizio delle funzioni da ministro dell’Interno, di altre indagini che lambiscono gli ambienti del suo Partito, di comizi tentati ed interrotti al quinto minuto per proteste e lanci di rossissimi pomodori sammarzano.

Vista la scarsa qualità del cosiddetto centrosinistra nella regione rimasta l’ultimo bastione di una vaga reminiscenza politica ancorata a sinistra, è anche probabile che questo salvataggio in extremis del Salvini leader della Lega, conteso rappresentante nazionale di uno schieramento più vasto delle destre sovraniste, con le sempre maggiori incertezze di Forza Italia che destabilizzano e non aiutano certamente a consolidare le posizioni, possa concretizzarsi.

Nell’auspicare che ciò non si verifichi e che, invece, “Toscana a Sinistra” abbia un ottimo risultato, sottraendo voti alle destre e ricostruendo una empatia politico-sociale tra cittadini e rappresentanza istituzionale in seno al Consiglio regionale, va considerato altresì un ulteriore fatto che proprio in queste ore determina l’apertura di un nuovo fronte all’interno della Lega: il NO al referendum dichiarato da Giancarlo Giorgetti.

Si tratta di una presa di posizione molto importante, di un chiaro segnale che viene lanciato da un partito di opposizione che aspira al governo mediante la guida di Salvini e che affigge per l’Italia manifesti negli spazi referendari senza dare alcuna indicazione di voto. Ammonisce benevolmente gli elettori: “Ricordati di andare a votare“, sapendo che se vinceranno i favorevoli alla controfirorma ne trarranno vantaggio pentastellati e meloniani. Niente di più. La paternità del SI’ rimane ai grillini, la trasversalità attraversa quasi tutti gli schieramenti, tranne le forze più a sinistra che sono convintamente schierate per un NO interessato soltanto a difendere la centralità del Parlamento nell’equilibrio dei poteri dello Stato.

Si aprono così due partite interessantissime: quella concernente un confronto tra posizioni differenti dentro la Lega che, oggettivamente, riflettono due modi di intendere le relazioni politiche e sociali, la stessa funzione del Carroccio nella prospettiva di governo nazionale che si prefigge in una parabola relativamente discendente da qualche tempo a questa parte.

La mediocre teatralità dei comizi salviniani, incentrati sui privilegi di nascita (“Prima gli italiani“) e sul contrasto delle presunte invasioni di migranti, fa sempre meno presa in un contesto nazionale che vive un’emergenza sanitaria che ha tacitato per lunghi mesi l’opportunità di polemiche tra schieramenti politici: sarebbero apparse come altamente inopportune nell'”union sacrée” proclamata istintivamente da una unità di popolo dettata dalla disperazione piuttosto che dalla coscienza sociale.

L’onda lunga del salvinismo tuttavia non è affatto esaurita e può riservare non trascurabili novità. A questo ci ha preparato la versatilità del segretario della Lega che ha però consegnato, col passare del tempo, una certa credibilità del ruggire contro il governo e contro la macchinosità di cui viene accusata la democrazia parlamentare a forze non meno di destra o meno sovraniste, ma più fresche per rinascita e rivoluzionamento delle proprie parole d’ordine, pur riferite ad un segmento temporale del passato tra i più neri della storia del Paese.

Se prima della pandemia la Lega era il partito guida del centrodestra, oggi Giorgia Meloni può dire – sondaggi alla mano – di essere divenuta una competitor di primo piano, tanto da giganteggiare anche esternamente al recinto sovranista e dichiarare di contendere il primato di secondo o terzo partito regionale in Puglia (“Supereremo il PD“, dichiarazione suffragata da un 14/15% che viene attribuito tanto a FdI, alla Lega e ai democratici per l’appunto), mentre l’impresa sembra più ardua in terra di Tuscia (dove quel 42% attribuito alla candidata Ceccardi è composto per un buon 28% da elettorato leghista e solo per un 9% da Fratelli d’Italia) e così pure in Liguria.

Non è pertanto così funambolico ritenere che, sommando le tante acque agitate intorno alla Lega, la dichiarazione per il NO fatta da Giorgetti e il rimescolamento dei numeri a due cifre internamente al patto trittico tra Berlusconi, Meloni e Salvini, passata la tornata elettorale regionale (e pure il referendum) il futuro politico del segretario del Carroccio sovranista possa essere appeso ad un filo.

Tutto dipenderà dai numeri, dai risultati: non solo quelli del suo partito ma anche da quelli delle liste dei presidenti come Zaia che potranno far valere un consenso regionale che rilancerebbe non tanto la Lega Nord delle origini quanto semmai un progetto nazionale di destra più compassata, dal tratto istituzionalista, con toni apparentemente moderati che tuttavia esprimeranno concetti risolutamente opposti a quelli della solidarietà, della socialità e dalla condivisione collettiva dei problemi.

Del resto, dal fallimento dell’estate scorsa, quando Salvini tentò di lanciare in un sol colpo la proposta dei “pieni poteri” e la scalata al governo mediante un ricorso alle urne impossibile, considerando la ricerca di nuove maggioranze – come previsto dalla Costituzione – in seno al Parlamento,  il capitano non ha ottenuto più alcun successo ed è rimasto palesemente sulla difensiva.

Grinta, spregiudicatezza e strafottenza parolaia non sono venute meno, ma i consensi invece sì. Le piazze non si riempiono più come prima ed è inutile dare la colpa al coronavirus. Qui la colpa è da rintracciare nella stanchezza popolare accumulatasi nella ripetizione che annoia perché non trova riscontro materiale. Resta slogan. Altisonante ma vuoto.

Anche per gli ambienti dell’alta economia è oggettivamente più rassicurante la flemma istituzionale degli altri nomi importanti della Lega piuttosto che lo spirito di piazza salviniano. Il baricentro ideologico leghista, spostato in questi anni su un punto fermo riguardante il rinverdimento di un nazionalismo ritrovato, funzionale al recupero di una verginità politica di un partito che sembrava avviato ad un ruolo marginale rispetto all’avanzata dei Cinquestelle.

Questo equilibrio potrebbe subire nuove modifiche senza per questo doversi rinnegare nella sua interezza: la consueta formazione di liste civiche locali nelle coalizioni, le cosiddette “liste dei presidenti“, potrebbe essere uno specchietto riflettente un dualismo che può funzionare. Accanto al ruolo ormai nazionale della Lega possono convivere singole espressioni regionali di un nazionalismo a molteplici strati: non è forse declinata a piacere, in ogni territorio il motto “Prima…“. Cambiano articoli e patrionimici, ma nessuna contraddizione emerge tra i localismi.

Non è più l’Italia dei Comuni e sempre meno dell’Alberto da Giussano che pure campeggia (sic!) nel contrassegno leghista: è l’Italia dei moderni egoismi protetti da un liberismo che deve poter essere nazionale, altrimenti perderebbe la sua intrinseca natura di rappresentante di economie troppo piccole per farsi valere nella grande contesa globale, oltrettutto pesantemente condizionata dal Covid-19.

Nonostante ciò, il quadro a destra non è definito. Proprio perché appeso ad un filo, ogni probabilità può diventare una possibilità sempre più marcata, evidente, dai contorni chiari. Magari affidata ad un testa a testa in Toscana o ad un ribaltamento dei sondaggi pugliesi nella gara con Fratelli d’Italia sulla maggiore rappresentanza in seno al campo sovranista.

Se prevarrà la linea salviniana, anche con un discreto margine, le tappe successive per una resistibile ascesa di un Arturo Ui di casa nostra non appare sgombera da impicci, sgambetti istituzionali anche – e forse soprattutto – messi in atto dai tanti che dissentono e che non possono farlo ancora apertamente per via del consenso popolare, dell’effetto di trascinamento dalle piazze alla urne che ancora è elemento oggettivo, riscontrabile, seppure minore rispetto ad un anno fa.

C’è tanto di più di un semplice voto regionale nei voti regionali di ogni singola regione: dalla Toscana alla Puglia, dalla Liguria al Veneto. Si intersecheranno tanti rapporti di forza meramente tattici che, lo vogliano o meno i rispettivi contendenti, finiranno per tracciare una linea strategica che segnerà le sorti della destra per i prossimi mesi e per un 2021 che si prepara a divenire un nuovo anno difficile, dirimente e decisivo nella vita di una Italia che, dopo aver perso quasi un milione di posti di lavoro, sprofonderà in nuove ondate di crisi sociale. Un ricco botttino per i populisti e i sovranisti, possibile anche per la mancanza di una vera alternativa sociale che l’illusione dell’alternanza tra liberisti non risolverà mai.

MARCO SFERINI

12 settembre 2020

foto: screenshot

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