La povertà dilagante e l’alibi esclusivo del Covid

Ricordiamocelo: il coronavirus è un dis-valore aggiunto nell’esistenza di ciascuno di noi e per l’interezza di una società immersa nel liberismo più sfrenato. Laddove “liberismo” vuol dire spinta del...

Ricordiamocelo: il coronavirus è un dis-valore aggiunto nell’esistenza di ciascuno di noi e per l’interezza di una società immersa nel liberismo più sfrenato. Laddove “liberismo” vuol dire spinta del mercato all’eccesso, all’oltrepassare qualunque regola frutto di un patto tra le generazioni, tra le cosiddette “parti sociali” (ammesso che gli imprenditori si possano definire tali), premendo sull’acceleratore che induce ogni settore pubblico a piegarsi alla logica del privato e l’etica ad essere morale conseguente, diligentemente sponsorizzatrice dell’utilità dell’ingrossamento dei capitali per ottenere sempre maggiori dividendi aziendali.

Il Covid-19 è una aggiunta, un infausto regalo forse di qualche laboratorio chimico cui è sfuggito di vetrino in vetrino il patogeno girovagante come Phileas Fogg per tutto il mondo, forse frutto invece della naturalità dell’evolversi delle epidemie, comunque condizionate dal comportamento umano contro la natura stessa.

Una aggiunta, quella del virus, che è allarme sanitario, pandemia globale ed emergenza prorogata di sei mesi in sei mesi visti gli andamenti delle curve dei contagi attuali, dei malati gravi, delle terapie intensive. Un allarme sanitario che non deve farci dimenticare, proprio perché plus-dis-valore aggiunto a tutte le ingiustizie e le discrepanze che esistevano precedentemente alla sua comparsa, che la fragilità sociale dei miliardi di salariati di questo mondo si sta acuendo con ritmi impressionanti.

Il rapporto della Caritas in merito è allarmante: la chiusura totale di marzo e aprile ha mandato a terra, come tanti pugili suonati, interi comparti di attività produttive del medio settore: piccole aziende a gestione familiare, negozi, di quartiere, ristoranti, pizzerie, artigiani e lavoratori già fin troppo a tempo determinato o precari. Il 50% di chi oggi si rivolge agli istituti ecclesiastici che fanno argine al neopauperismo, lo fa per la prima volta proprio a causa del surplus negativo introdotto nella loro vita dal Covid-19.

Anche quel poco che avevano e che riuscivano a difendere gelosamente dagli artigli famelici del liberismo padronale e dalle politiche mai dismesse veramente per contrastare gli eccessi della naturale ingordigia imprenditoriale, sistemica e sistematica, anche quel poco adesso è sempre meno e finisce con il divenire nulla se la crisi pandemica non viene affrontata distribuendone i costi proporzionalmente alla detenzione delle ricchezze.

La si può vedere anche da un punto di vista evangelico, ricordando quanto è scritto nel testo di Luca al capitolo 21: «Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli  e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».».

I lavoratori, i precari e i senza lavoro da lungo tempo hanno dato oltre il dovuto tanto come cittadini quanto come contribuenti e persino come dipendenti in un sistema economico che li subordina alla classe degli sfruttatori, che l’eufemistica parlata dei liberali di ogni ordine e grado chiamano candidamente “imprenditori“. Coloro che fanno l’impresa. Per loro stessi, mica per la comunità.

Dunque, il criterio di proporzionalità sui costi della crisi dovrebbe essere la bussola prima da utilizzare per individuare le tasche da cui prelevare e il modo in cui farlo. Della patrimoniale si è già abbondantemente parlato, così come della impossibilità che venga applicata visto che sarebbe non tanto “impopolare” ma semmai “immimprenditoriale” (perdonate questo orrendo neologismo).

Il governo pare orientato a prolungare la cassa integrazione straordinaria ma non a concedere la proroga del blocco dei licenziamenti. Ad un certo punto qualcuno a Palazzo Chigi deve rendersi conto che la povertà di base, quella che investe milioni di lavoratori e non poche decine di migliaia di imprenditori, non è frutto soltanto del Covid-19, ma è causata da interventi politici sul piano economico che non tutelano sufficientemente gli strati più disagiati della popolazione, quelli che sono oberati dai debiti, che devono pagare un mutuo e che non hanno, ville o yatch, che non hanno fondi accumulati in grandi banche estere per sfuggire alla fiscalità italiana.

Tutelare la salute pubblica vuol dire anzitutto farlo nella pienezza del suo valore che non riguarda solamente le misure concernenti la difesa dal coronavirus, ma anche tutte le altre malattie, comprese quelle che possono derivare dallo stress psicologico oltre che fisico.

Bene che la manovra includa la sospensione del pagamento delle cartelle esattoriali di pagamento, per pignoramenti e accertamenti esecutivi e pignoramenti di stipendi e pensioni; bene che includa la CIG, male che non preveda un meccanismo di riscossione di una “tassa Covid” sui grandi capitali, sulle grandi risorse finanziarie, sulle speculazioni borsistiche, colpendo ogni tipo di tentativo di fare una qualche fortuna sulle disgrazie dei milioni di moderni proletari cui si aggiungono tutti i nuovi proletari del 2020 coronavirusiano.

L’aumento della povertà sarò forse anche poco avvertito nell’ambito degli scambi commerciali con gli altri poli capitalistici mondiali, ma nel contesto italiano – ed anche in quello continentale europeo – avrà ripercussioni disastrose nelle aree già depresse del Paese e creerà una instabilità senza precedenti anche al nord.

Fino ad oggi, la timidezza del governo ha affrontato la questione dei contratti nazionali di lavoro, l’accoglimento del punto di vista confindustriale sul terreno squisitamente economico, non hanno consentito una attenzione piena e capillare proprio nell’implementazione del sistema sanitario tanto nel piccolo quanto nel grande ospedale. La logica delle privatizzazioni ha prevalso anche in questa fase, a causa della regionalizzazione particolarista che ha fatto morire di inedia istituzionalista il principio dell’uguaglianza dei diritti sociali per tutte e tutti.

Le insofferenze, le tante sopravvivenze di milioni di italiani, la disperazione che cresce saranno facile preda dei sovranisti una volta che la paura della pandemia sarà scomparsa e già oggi, se continuate ad essere non gestite, anzi alimentate sostenendo le logiche confindustriali, creeranno le premesse per una nuova stagione di sfiducia verso una politica dei compromessi divenuti, ancora una volta, compromissioni classiste.

Non solo il Covid-19 è dunque la causa del disastro antisociale che investe le donne e gli uomini, gli studenti e i pensionati, i precari e i senza lavoro di questo Paese. L’alibi della pandemia ha una sua ragione d’essere fino a che non si mette mano all’insieme dei motivi strutturali che da sempre sono all’origine della differenza di classe.

MARCO SFERINI

18 ottobre 2020

foto: screenshot

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