Il popolo delle scimmie. Scritti sul fascismo

Un processo di rimozione collettiva delle cause storiche e dei motivi contingenti che hanno permesso a Benito Mussolini di creare una novità assoluta nello scenario politico italiano, europeo e...

Un processo di rimozione collettiva delle cause storiche e dei motivi contingenti che hanno permesso a Benito Mussolini di creare una novità assoluta nello scenario politico italiano, europeo e addirittura mondiale nel primo e secondo decennio del Novecento, è stato tentato sia dalla cattiva coscienza di milioni di italiani che non hanno voluto da subito fare i conti con quella perversione antiliberale, anticomunista, antipopolare e antidemocratica, ma è stato tentato pure da un mondo accademico che ha preferito liquidare il tutto come l’ennesima mostruosità, quasi autogeneratasi e, quindi, scongiurabile con la teoria della irripetibilità pari e pari degli eventi nel corso del cammino umano.

I primi anni del dopoguerra, quelli della riconsiderazione delle alleanze globali, della divisione in due dell’Europa, del posizionamento della politica italiana nei confronti di un mondo bipolare e sclerotizzato in una dicotomia del tutto nuova, così come, del resto, lo erano stati tutti gli eventi novecenteschi, sono stati caratterizzati da una lettura degli eventi appena trascorsi ancora troppo parziale vista la mancanza di tutta una serie di testimonianze e di fonti di coloro che le avrebbero messe nero su bianco negli anni a seguire.

Ma, soprattutto, a mancare erano le testimonianze di quell’Italia che aveva subìto il fascismo come alterazione non momentanea del presente, non come fenomeno passeggero, seppure vagheggiato come tale dal liberalismo giolittiano e dall’intellettualismo crociano che pretendevano di limitarne gli eccessi riducendolo alla sfera istituzionale, pensando di metterlo sotto il controllo tanto dei tecnicismi e dei rapporti parlamentari quanto della corona.

Le testimonianze degli antifascisti della prima ora nel 1946 mancavano come riferimento bibliografico di una storia che doveva essere ricostruita al pari delle macerie morali e materiali in cui era stata gettata l’Italia con l’avventura criminale della guerra. Ed una delle testimonianze più profonde e articolare, ma non per questo meno comprensibili di altre più dirette e aneddotiche, è certamente quella del più grande intellettuale del nostro Novecento: Antonio Gramsci.

Marco Revelli, nella lunga introduzione a “Il popolo delle scimmie – scritti sul fascismo” (Einaudi, 2022), ripercorre anzitutto un cammino storiografico della cosiddetta “interpretazione del fascismo” che emerge dalla enormità degli scritti gramsciani.

Il primo problema da affrontare non è tanto cosa rappresenti il movimento mussoliniano per il dirigente comunista, ma come, alla fine di quel primo decennio di un Novecento prevalentemente bellico, risultasse la percezione, il primo acchito delle masse e quello del mondo politico ed intellettuale verso un fenomeno che era completamente sconosciuto e per cui era necessario trovare una collocazione nella crisi del liberalismo, nel perimetro dell’insoddisfazione nazionalista per la “vittoria mutilata” e di quella delle masse proletarie per la crescente miseria.

Come è possibile – si domanda Revelli – che soltanto Gramsci abbia saputo andare oltre le apparenze e non fermarsi alla parafrasi superficiale di un fascismo espressione soltanto della virulenza muscolare di qualche centinaia di facinorosi inebriati di fervore interventista prima e di antisistema e antipolitica poi?

Perché uomini di grande esperienza politica come Giolitti non ne intravedono il potenziale repressivo e la capacità di adattamento istituzionale che è tipica dei movimenti autoritari? Le alleanze tra le forze di governo e quelle nazionaliste emergenti, in funzione prevalentemente antisocialista e anticomunista, finiranno per legittimare i Fasci di combattimento e per dare loro quella valenza politica che avrebbero avuto altrimenti con maggiori difficoltà e con tempi indubbiamente più lunghi.

Gramsci e la maggioranza del Partito Comunista d’Italia non lasciano spazio a tentennamenti: nei primi anni in cui il fascismo mette radici in molte parti del Paese, si intravedono tutte i rischi di una rivoluzione politica che sostituisca alla tolleranza del regime liberale la repressione di quello totalitario.

Ma siamo ancora lontani dal partito-Stato, dalla dittatura personale, dal mussolinismo che si fa culto del capo, del “duce“, del condottiero cui tutto si ispira e si uniforma. Proprio ciò che similmente accadrà nella Germania nazista, almeno un decennio dopo, quando il popolo tedesco sarà inevitabilmente portato a “lavorare incontro al Führer” (cfr.: Hitler e l’enigma del consensoIl “potere carismatico” di Hitler e le responsabilità del capitalismo) e la macchina del potere verrà adattata senza colpo ferire al nuovo corso degli eventi, ai nuovi rapporti di forza di classe.

Gramsci, diversamente da tanti suoi contemporanei, si fa domande che non riguardano solamente gli aspetti esteriori del fascismo e dei fascisti o il suo rapporto con il potere esclusivamente politico ed istituzionale.

Deve esserci una ragione apparentemente meno evidente ma, sostanzialmente, più fondante e peculiare che ha determinato le condizioni per cui un piccolo movimento nazionalista è riuscito a prendere le redini dello Stato liberale e a distruggerne, gradualmente, tutte le garanzie antiautoritarie e quella presunta tolleranza peculiare del liberalismo di facciata.

Nonostante Bava Beccaris e il cesarismo di Umberto I e nonostante fosse ben noto il carattere repressivo degli apparati polizieschi al servizio della grande impresa che veniva prepotentemente avanti rispetto alla vecchia borghesia, anche negli anni a venire, il rimpianto per lo Stato liberale crescerà con una inversione di proporzionalità in relazione alla fascistizzazione di ogni momento della vita civile, sociale, politica ed economica dell’Italia dai sogni sempre più coloniali ed imperiali.

Gramsci trova questa ragione d’essere del fascismo nella consunzione, nell’inedia progressiva ed inarrestabile della piccola borghesia di fine ‘800 e di inizio ‘900.

Proprio la grande industria capitalista riduce lo spazio, limita le presunzioni e mette all’angolo la presunzione della vecchia fisionomia padronale: le ambizioni ora sono smisurate e, con lo sviluppo delle nuove tecnologie, si va alla conquista del mondo. Il micromondo economico del padronato di un tempo deve lasciare spazio ad una globalizzazione che sta iniziando i suoi primi passi e che non sa tutte le potenzialità di cui gode e che le saranno offerte con grande soddisfazione dai regimi tanto democratici quanto autoritari in cambio del riconoscimento alla rappresentanza di volontà popolari praticamente prive di qualunque incisività nella vita quotidiana delle rispettive nazioni.

Scrive Gramsci: «…la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera e diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza. Nel periodo della guerra il Parlamento decade completamente: la piccola borghesia cerca di consolidare la sua nuova posizione e si illude di aver realmente raggiunto questo fine, si illude di aver realmente ucciso la lotta di classe, di aver preso la direzione della classe operaia e contadina, di aver sostituito l’idea socialista, immanente nelle masse, con uno strano e bislacco miscuglio ideologico di imperialismo nazionalista, di “vero rivoluzionarismo“, di sindacalismo nazionale» (da “L’Ordine Nuovo“, 2 gennaio 1921).

Il fascismo, dunque, è la risposta più utile all’emergente nuova fisionomia della classe dirigente che punta a sostituirsi tanto alla stagnante riproposizione dei vecchi schemi borghesi quanto al “cretinismo parlamentare“: ne è la risposta politica, ed interpreta quella frustrazione che altrimenti rimarrebbe inespressa politicamente, perché non si riconoscerebbe nel vecchio liberalismo giolittiano e, tanto meno, nel popolarismo di don Sturzo visto come troppo sociale, troppo critico nei confronti della ricchezza privata che deve diventare il nuovo paradigma dello Stato moderno al posto dell’utilità comune.

Gramsci si accorge che la politica rappresentativa esce dalle aule parlamentari e che non è, per questo, purtroppo solo più appannaggio del movimento proletario socialista e comunista. Si accorge che il nazionalismo, da corrente culturale e artistica, si evolve e si declina politicamente non solo nella rivendicazione dei territori ancora considerati “irredenti” (Dalmazia, Savoia, Nizza, Corsica, dopo l’epopea fiumana di D’Annunzio), bensì nell’affermazione di una italianità che vuol dire superiorità a tutto tondo: soprattutto economica e finanziaria.

Il fascismo promette alle masse e promette ai padroni della nuova grande industria. Il fascismo promette alle prime per avere un largo consenso popolare e tenere fede anche un po’ alle sue origini ideologiche, e promette alla seconda per avere quell’appoggio che gli è necessario per scalare i vertici dello Stato e prendere il potere.

Mentre il luogo comune della provvisorietà del movimento mussoliniano si fa largo tra i critici del momento, la preoccupazione di Gramsci è l’origine di classe del fascismo: la saldatura tra l’intercettazione del disagio sociale e le aspirazioni del nuovo ordine borghese si sintetizzano, prima e dopo la marcia su Roma, nel progetto politico che si consolida e che, da gruppo di facinorosi incendiari delle case del popolo e delle sedi sindacali, diviene partito di coalizione prima e di governo poi.

Le responsabilità del decadente liberalismo italiano e quelle della monarchia rientrano in questo schema di accettazione degli equilibri che mutano e che Gramsci descrive molto bene nel balbettio istituzionale del governo di Ivanoe Bonomi, dopo la ritirata giolittiana davanti all’avanzare della “destra reazionaria“.

Così, l'”interpretazione” gramsciana del fascismo, la sua teoria sulla genesi di questa novità devastante nel continente europeo, è una summa concreta di analisi che riguardano i rapporti politici, quelli strutturalmente economici e quelli tra la complessità delle interazioni tra istituzioni e classi sociali e non, banalmente, una mera osservazione superficiale dei fatti. Entra nella complicazione, disarticola gli eventi e li separa dalle apparenze per mostrarne tutta la perniciosità di lungo termine.

Quando, durante il “processone” ai comunisti, parlerà di “dittatura militare” e del legame con la rovina della stessa causata dall’inevitabilità della guerra, si dirà che Gramsci fu profeta in patria e che vide oltre il tempo che gli sarebbe ancora stato concesso da una salute sempre più precaria a causa delle vessazioni e della carcerazione. Ma Gramsci non fu un profeta di nulla. Fu un lucido osservatore di quello che stava avvenendo e che il trascorrere del tempo gli confermava: l’Italia era in preda ad una fase della sua storia che non riguardava la mera sfera della politica istituzionale e tutte le trasformazioni formali o sostanziali del caso.

La crisi convulsiva del liberismo e del parlamentarismo borghese era la crisi della piccola borghesia che il fascismo aveva saputo cogliere e capitalizzare. Da questa interpretazione occorre ripartire per capire davvero il fascismo italiano, per comprendere appieno quel prototipo che ispirerà tanti regimi autoritari in ogni parte del mondo.

IL POPOLO DELLE SCIMMIE. SCRITTI SUL FASCISMO
ANTONIO GRAMSCI
EINAUDI, 2022
€ 13,00

MARCO SFERINI

22 giugno 2022

foto: particolare della copertina del libro

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